mercoledì 30 dicembre 2009

Orgoglio e pregiudizio


SOMMARIO DEL N. 36

EDITORIALE
L'89, un crollo che veniva da lontano (Antonio Moscato)

PRIMO PIANO
Un'organizzazione per costruire la sinistra (Gigi Malabarba)
La mozione conclusiva del congresso di Sinistra Critica

TEMPIMODERNI
Cgil, il congresso della crisi (Andrea Martini)
Nessuno resti solo. Nessuna resti sola (Nando Simeone)
Liberiamoci della Gelmini (Collettivi universitari della Sapienza)
Stefano Cucchi la punta dell'iceberg (Checchino Antonini)

FOCUS
L'esercizio del potere sui corpi e sul sesso (Cesare Di Feliceantonio)
La voce soffocata dal clamore (Intervista a Poporpora Marcasciano di Tatiana Montella)
Temporaneamente tua: una lucida analisi sul sex work (Antonella Vitiello)

IDEEMEMORIE
1989. L'impossibile autoriforma (Antonio Moscato)
Leggere Marx nel presente (Marco Bertorello)
Withe Christams (un racconto di Luciano Rondine)
Libreria-recensioni, analisi, commenti

CORRISPONDENZE
Note sulla situazione internazionale (Francois Sabado)
Afghnistan. A che punto è la guerra (Piero Maestri)

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L’affaire Marrazzo e la “brava gente”

«Orgoglio e pregiudizio», l'ultimo numero di Erre dedicato al rapporto tra sesso e politica, al controllo dei corpi, alla strumentalizzazione dei, delle trans. L'articolo di apertura del dossier dedicato proprio alle vicende dell'ex presidente della Regione Lazio


di Cesare di Feliceantonio
Venerdi 20 novembre, nel cuore della notte, proprio in occasione del Transgender Day of Rememberance, la giornata dedicata a tutte/i le/i trans uccise/i dall’odio transfobico, un altro nome si aggiunge a questa lista inquietante: Brenda. Questa morte, però, porta con sé un richiamo mediatico sconosciuto a tutte le numerosissime vittime della violenza transfobica, vittime anonime di cui non viene data notizia, salvo qualche rara eccezione in cui, però, non ci si degna nemmeno di fare attenzione all’identità di genere della persona in questione. I soggetti trans nel nostro Paese sono condannati all’invisibilità più totale, relegati ai marciapiedi di anonimi stradoni di periferia, colpevolizzati per il proprio percorso e nella maggior parte dei casi anche per essere nati nel posto sbagliato del pianeta, ossia clandestine/i illegali. È proprio quest’invisibilità che rende i soggetti trans troppo facilmente ricattabili, esposti alle violenze, perché impossibilitati a rivolgersi ad un’autorità che li espellerebbe o li chiamerebbe con un nome che essi hanno rifiutato. Ma Brenda è evidentemente un’eccezione. Attenzione, però, a credere che l’eccezione sia dovuta ad un reale interessamento per la condizione delle persone trans, per il loro lavoro, per la loro mancanza di diritti e riconoscimento. Brenda è sulla prima pagina di tutti i quotidiani ed è la notizia di punta di tutti i tg non certo per il modo in cui è stata uccisa, ma soltanto perché ha risvegliato l’appetito pettegolo più bieco del nostro Paese. La curiosità sulla sua strana morte è legata tutta al caso Marrazzo e la curiosità al caso Marrazzo è legata tutta al “vizietto” del Presidente. Ecco infatti che da quando è scoppiato questo “scandalo”, improvvisamente i salotti tv si sono ricordati delle persone trans, ma ancora una volta solo per soddisfare le curiosità più basse dei telespettatori; la domanda più diffusa “ma cosa ci trovano gli uomini nelle trans che non trovano nelle donne (vere)?” (purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi nemmeno l’accortezza di usare l’articolo femminile). L’intera campagna mediatica dell’affaire Marrazzo è stata centrata sugli stereotipi più banali che ruotano attorno all’universo trans (l’associazione diretta e mai problematizzata col sex work, guadagni elevatissimi, la tossicodipendenza e l’alcolismo a rafforzare l’immagine di devianza) e sulla domanda che più di tutte tormenta la gente: “Ma Marrazzo lo prende nel culo?”. Perché è intorno a questa domanda che ruota tutta la curiosità, la stessa che era stata già manifestata due anni fa quando l’autovettura dell’allora sottosegretario Sircana dell’Udeur fu fotografata mentre fermava una trans. Anche in quell’occasione i media non sottolineavano certo l’ipocrisia politica del personaggio quanto soltanto i suoi “bizzarri” gusti sessuali. Allo stesso modo, per difendere il Presidente della Regione Lazio dalla “vergogna” che lo ha portato a ritirarsi in un convento, si è cercato di spostare l’attenzione sul ricatto che lo stesso avrebbe subito per evitare che fosse resa pubblica la notizia del suo “vizietto”. L’affaire Marrazzo ci mostra in tutta la sua chiarezza l’ipocrisia della cultura che regge il nostro Paese, quella cultura del “tutti lo fanno ma nessuno lo dice” che porta al rilancio del gioco “indovina chi sarà il prossimo ad essere beccato”, alimentando la spirale del pettegolezzo più volgare. Ovviamente il pettegolezzo riguarda sempre e solo l’altro, perché come ha scritto Porpora Marcasciano sul Manifesto, << mi sarebbe piaciuto rivolgere agli italiani la seguente domanda: di chi sono tutte quelle macchine che di sera, e non solo, si aggirano nelle strade in cerca di acquisti? Chi consulta le migliaia di annunci che ogni giorno compaiono su giornali e siti? Chi sono i clienti? Basterebbe un veloce sondaggio per scoprire che gli italiani alla domanda in blocco rispondono sicuramente non mio figlio, né mio padre, né mio marito, né il mio fidanzato!>>
Questa cultura del “trasgressivo”, dell’identità deviata è senza dubbio la prima causa dell’invisibilità dei soggetti trans, invisibilità rafforzata poi dal Pacchetto Sicurezza e dalla legge Carfagna sulla prostituzione. L’invisibilità dei soggetti trans, giustificazione delle violenza a carattere transfobico, si scontra con il tentativo ipocrita di normalizzare gli stessi per farli sentire ben accetti. Ecco quindi che il trans FtM al Grande Fratello viene accolto da grandi abbracci e da un vero e proprio battesimo di “virilità” tra veri maschi. Non poteva certo mancare l’apprezzamento per la compostezza e la mancanza di “volgarità” da parte di una superopinionista come Irene Pivetti, come dire che non sono ben accette solo le/i trans che girano nude/i o comunque troppo riconoscibili, turbando quindi il quieto vivere della “brava gente”. Si tratta senz’altro della stessa “brava gente” che siede nel nostro Parlamento e, all’indomani dell’elezione di Vladimir Luxuria nel 2006, si chiedeva sconcertata sui giornali che bagno avrebbe scelto la deputata trans, ritenendo “inopportuna” la sua “presenza” nel bagno delle signore. La stessa Luxuria che, per ottenere il consenso alle elezioni e diventare un’icona tv vincendo il reality più trash d’Italia, ha dovuto completamente “ripulire” la propria immagine da abiti o linguaggi “esagerati”. Quest’ultimo è solo un esempio di come lo stigma che la società imprime sui corpi dei soggetti trans porti gli stessi ad interiorizzare gli stereotipi dominanti sul genere ed i ruoli sociali di genere.
Ma l’affaire Marrazzo non ci parla soltanto dell’ipocrisia dominante nel Paese; ci racconta anche una storia ben più complessa e di lunga data, ossia quella del rapporto tra potere politico o sociale che sia, e sesso, cioè i corpi dei soggetti oppressi. Quest’oppressione può essere legata ad un’identità di genere altra, come nel caso del Presidente della Regione, oppure può essere legata al dominio sociale sul corpo delle donne. In questo senso, le analogie con i festini del Presidente del Consiglio non mancano, anche se i soggetti su cui è esercitata l’oppressione sono differenti. Lo “scandalo” legato alle avventure sessuali di Berlusconi, seguito alle accese polemiche sulle candidature del Pdl alle europee, mostra la considerazione del Presidente per le donne ed i loro corpi, ridotti a merce che non viene scambiata con denaro fisico ma con incarichi pubblici (ministeriali, parlamentari o locali) o favoritismi e comparse in tv ed al cinema. L’avvenenza fisica delle donne in questione ha portato non solo alla loro ascesa, ma soprattutto a rafforzare l’idea di virilità e mascolinità dell’uomo che ha potere (la stessa idea che accompagna nei salotti tv il ricordo di Benito Mussolini). Cosi saremmo disposti a scommettere che almeno tre quarti degli uomini italiani, di fronte alle avventure di Berlusconi, hanno pensato “beato lui che se lo può permettere”, a conferma del rapporto di potere tra i sessi che caratterizza la nostra società. Rapporto basato sullo scambio tra corpi femminili e poteri maschili, tra sesso e soldi, favori sessuali e politica. In quest’ottica, la politica delle pari opportunità portata avanti dalle destre, ma anche da gran parte della sinistra, non assume altro che i caratteri di una concessione fatta dal potere (maschile) all’oppresso (femminile) in cambio di qualcosa. Ma in cosa consiste precisamente questo qualcosa? La risposta consiste sicuramente nell’interiorizzazione da parte delle donne di quei modelli che il potere maschile costruisce per loro, modelli che ci parlano delle donne come soggetti sensibili, deboli da difendere.
Il rapporto del potere con i corpi delle persone trans che ci viene raccontato dalla vicenda Marrazzo si pone su un contesto differente rispetto a quello degli “scandali” sessuali del premier. Infatti, il potere maschile sui corpi femminili si inscrive in un rapporto dicotomico tra i sessi/generi, mentre l’affaire Marrazzo riguarda l’oppressione su corpi che sfuggono al modello dicotomico, problematizzando i concetti di sesso, identità di genere, identità sessuale, orientamento sessuale, investendo quindi le mina della società nel suo complesso come (non) la conosciamo. È proprio perché mettono in discussione le fondamenta della costruzione sociale delle singole identità che i soggetti trans vengono tagliati fuori da ogni riconoscimento sociale che dia loro dignità e diritti. L’unico lavoro adatto a questi soggetti “deviati” è quello ritenuto socialmente più abietto, ovvero il lavoro sessuale, a cui, però, rivolgono evidentemente la propria domanda numerosi consumatori “perbene”, desiderosi di (ri)affermare concretamente il proprio potere economico (legato al denaro) e sociale (il dominio del soggetto “normale” su quello “deviato”). Nella società caratterizzata da questi poteri, i media, che tanto parlano di trans dopo l’affaire Marrazzo, non possono che fornirne una visione stereotipata dei soggetti “deviati”, prestando bene attenzione a non dare loro riconoscimento con il linguaggio, usando l’articolo legato al loro sesso biologico, dimostrandosi ancora una volta lo strumento per eccellenza del potere, a suo esclusivo uso ed appannaggio.

martedì 29 dicembre 2009

LA SINISTRA PROVI A RIALZARE LA TESTA


“La sinistra, cambi strada, ritrovi se stessa e le ragioni per cui è nata, la smetta con una politica del piccolo cabotaggio e della trattativa perdente e subalterna con il centro sinistra, dove piglia schiaffi un giorno dopo l’altro priva di qualsiasi forza contrattuale, ridotta a chiedere l’elemosina di un posticino. Il PD ha scelto come interlocutore l’UDC e ne accetta le condizioni per la semplice ragione che sulle questioni di fondo, la Tav, le grandi opere, il connubio tra sanità pubblica e privata, i soldi alle scuole private, il rapporto subalterno con le aziende e le banche, la pensa più o meno allo stesso modo” afferma Gippò Mukendi Ngandu portavoce torinese di Sinistra Critica.

“Faccio appello alle altre forze politiche della sinistra, di provare a uscire dall’angolo, di rialzare la testa, scegliendo la discontinuità; di avere il coraggio di proporsi come forza di alternativa al di fuori dei due schieramenti ufficiali, sul piano istituzionale e sul piano sociale” continua il portavoce di Sinistra Critica .

“ Bisogna ricostruire una sinistra anticapitalista, con una coerenza e omogeneità di scelte su scala locale e nazionale, senza opportunismi ed elettoralismi, funzionale a praticare da subito unità e radicalità sul terreno delle resistenze sociali ai drammatici effetti della crisi economica, che nella nostra regione presenta carattere sempre più gravi con decine e decine di migliaia di lavoratori in cassa integrazione e mobilità se non direttamente già licenziati. È questa la strada decisiva per battere le destre e delle sue politiche.”

“Per quanto riguarda le elezioni regionali ribadiamo anche qui in Piemonte, un punto di vista semplice ed essenziale: crediamo che ci sia l’esigenza di costruire alle prossime Regionali, liste anticapitaliste e ecologiste attorno a tre caratteristiche: alternativa al centrodestra ma anche al centrosinistra; rinnovamento del personale politico e dei simboli; apertura reale ai movimenti e ai conflitti sociali. Sinistra Critica è pronta a partecipare alla costruzione di queste liste con chiunque si renda disponibile e pensiamo che nell'attuale crisi italiana, l'esplicitazione di un punto di vista alternativo, di classe, ecologista, femminista, antirazzista possa costituire un contributo vitale a una nuova prospettiva.”

La polizia egiziana sequestra i pullman dei pacifisti italiani


Chiesto l'intervento del ministro Frattini. Il governo del Cairo intanto continua la politica di blocco della Gaza Freedom March. Anche il Convoglio britannico costretto a restare fermo. Oggi presidi a Roma e in altre città italiane


"Sequestrati dalla polizia egiziana gli autobus dei pacifisti italiani al Cairo per impedire loro di passare il valico di Rafah e partecipare alla 'Fredom March' a Gaza, per portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. I nostri connazionali al momento sono riusciti a raggiungere l'ambasciata italiana. E' quanto afferma una nota del Pdci redatta dal suo responsabile esteri Francesco Francescaglia.
«La situazione è molto tesa e grave. Consideriamo questo atteggiamento lesivo del diritto inalienabile dei partecipanti di raggiungere Gaza. Chiediamo l'intervento del Ministro Frattini e del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi affinchè il governo egiziano, che con l'Italia ha da anni amichevoli rapporti, consenta il passaggio dei manifestanti senza frapporre ostacoli all'ingresso dei nostri connazionali dal valico».

Le iniziative in Italia
A Roma inizia oggi una due giorni di iniziative con presidio dalle 11 alle 13,30 davanti all'ufficio del turismo egiziano, in via Bissolati mentre il 29 dicembre in via Ostiense alle ore 18 ci sarà una iniziativa e un collegamento telefonico con la delegazione italiana della Gaza Freedom March. Il 31 dalla mattina Radio Città Aperta si metterà in collegamento con la manifestazione a Gaza. Sempre oggi, la comunità palestinese della Lombardia invita tutti a partecipare ad una serata dedicata alla commemorazione delle vittime di Gaza presso la Camera del Lavoro di Milano. A Bologna, mercoledì 30 dicembre alle ore 17 presidio davanti al supermercato Pam di via Riva Reno, via Marconi e a Nettuno, dalle 10.00 alle 18.00 all’interno della stazione, Giornata di solidarietà con il popolo palestinese.


Gaza ricorda l'inizio della sanguinosa invasione israeliana. Al Cairo il governo blocca i pacifisti negli alberghi

Nel primo anniversario della Operazione Piombo Fuso le sirene sono risuonate a Gaza alle ore 11.25 locali, nel momento preciso in cui aveva inizio l'attacco della aviazione militare israeliana.

Su richiesta dei dirigenti di Hamas, che governano la striscia di Gaza, gli abitanti hanno osservato un minuto di raccoglimento e hanno così ricordato le circa 1.400 vittime (1.200, secondo le stime israeliane) registrate nel corso dell'invasione. I nomi di ogni ucciso sono stati esposti nella piazza antistante il parlamento. Negli interventi pubblici i dirigenti di Hamas hanno sostenuto a più riprese che Israele non è riuscito a conseguire gli obiettivi che si era prefisso alla vigilia della operazione, seguita ai lanci di razzi da Gaza verso il Neghev. «La striscia di Gaza - ha rilevato il capo dell'esecutivo di Hamas, Ismail Haniyeh, è ancora forte, Israele non è riuscito a sconfiggerci». Mentre gli abitanti della Striscia sono ancora impegnati nella ricostruzione degli edifici distrutti o danneggiati la leadership di Gaza conduce ancora trattative indirette con Israele per uno scambio di prigionieri che, se realizzato, rappresenterebbe il maggiore successo politico per Hamas negli ultimi due anni. «Ancora un accordo non c'è e non so se ci sarà » ha detto oggi a Gerusalemme il premier israeliano Benyamin Netanyahu, mentre a Damasco Hamas prosegue le consultazioni sullo scambio fra Ghilad Shalit - il caporale israeliano prigioniero dal 2006 - e centinaia di palestinesi detenuti in Israele per aver partecipato ad attentati.
Intanto, nel pomeriggio di domenica, le forze di sicurezza egiziane hanno trattenuto un gruppo di 30 attivisti nei loro hotel di el Arish mentre si stavano preparando a partire per Gaza, mettendoli agli arresti domiciliari. I delegati – tutti partecipanti della Gaza Freedom March, composta da 1.300 persone – erano cittadini spagnoli, francesi, inglesi, statunitensi e giapponesi. Le forze di sicurezza egiziane hanno poi finalmente ceduto, permettendo alla maggior parte dei manifestanti di lasciare gli alberghi, ma senza consentire loro di lasciare la città. Quando due giovani delegati – un francese e una donna giapponese – hanno tentato di lasciare el Arish, le autorità egiziane hanno fermato i loro taxi facendogli scaricare i bagagli.Un altro gruppo composto da otto persone, di cui facevano parte statunitensi, inglesi, spagnoli, giapponesi e greci, sono stati trattenuti invece alla stazione dei pullman di el Arish nel pomeriggio del 27 dicembre. Alle 15.30 circa non erano ancora stati rilasciati.
Contemporaneamente, la polizia egiziana ha interrotto la commemorazione dell’invasione israeliana “Piombo Fuso” di Gaza organizzata dai partecipanti alla Gaza Freedom March presso il ponte di Kasr al Nil, uno dei principali collegamenti tra la Zamalek Island, al centro del fiume Nilo, e la città del Cairo. I partecipanti alla Gaza Freedom March stanno continuando a sollecitare il governo egiziano perché consenta loro di raggiungere Gaza. I manifestanti si sono recati presso la Lega Araba, chiedendo supporto, presso diverse ambasciate straniere e il Palazzo Presidenziale, per portare un appello rivolto al presidente Mubarak. Hanno inoltre rivolto un appello a tutti i loro sostenitori nel mondo perché contattassero le ambasciate egiziane sollecitandole a lasciare liberi i manifestanti, consentendo loro di arrivare a Gaza.

BASTA CON L’ASSEDIO DI GAZA. BASTA CON L’OCCUPAZIONE


I PACIFISTI DI TUTTO IL MONDO DEVONO POTER ENTRARE NELLA STRISCIA

Il 27 dicembre dello scorso anno le Forze Armate israeliane davano il via ad una delle più gravi e sanguinose offensive contro la Striscia di Gaza. I bombardamenti e l’invasione israeliana provocheranno alla fine oltre 1400 morti e la distruzione di migliaia di edifici – tra edifici pubblici, scuole, case, officine…. Un’offensiva scandita da crimini di guerra, riconosciuti anche dalla commissione dell’Onu presieduta dal sudafricano Goldstone.

Il ritiro e la “tregua” di questi ultimi 11 mesi non hanno però in alcun modo significato un allentamento dell’assedio e dell’embargo a cui è sottoposta la popolazione palestinese della Striscia, chiusa in un ghetto rafforzato anche dal muro della vergogna che anche l’Egitto vuole costruire al confine di Rafah.

Intanto continua la politica di vera e propria “pulizia etnica” a Gerusalemme e di costruzione di nuovi insediamenti illegali, che renderanno impossibile qualsiasi nascita di uno Stato palestinese. E renderanno sempre più difficile ogni possibile soluzione del conflitto.

In questi giorni migliaia di pacifisti stanno cercando di entrare nella Striscia di Gaza con la “Gaza Freedom March”. Il governo egiziano – come sempre subalterno e complice dell’occupazione israeliana di Gaza – vuole però impedire questa manifestazione, bloccando ogni ingresso alla Striscia.

Sinistra Critica sostiene la Marcia e protesta contro la decisione egiziana, invitando tutte/i a protestare contro la decisione egiziana e a partecipare alle iniziaitive che in molte città in Italia si tengono per ricordare il massacro e per ribadire l’unica soluzione di pace per Palestina e Israele: basta con l’assedio di Gaza, basta con l’occupazione di tutta la Palestina.

Piero Maestri - portavoce di Sinistra Critica

giovedì 24 dicembre 2009

Chavez: Per una V° Internazionale!


François Sabado, Esecutivo della IV° Internazionale
24 novembre 2009

Durante un incontro internazionale dei partiti di sinistra svoltosi a Caracas dal 19 al 21 novembre 2009, Hugo Chavez ha lanciato un appello per una V° Internazionale Socialista che a suo parere dovrebbe ragruppare partiti di sinistra e movimenti sociali. Secondo il presidente del Partito Socialista Unito del Venezuela, la V° Internazionale deve costituire "uno strumento per l'unificazione e l'articolazione della lotta dei popoli per salvare il pianeta". In una situazione politica mondiale segnata da una crisi globale del sistema capitalista, è un fatto abbastanza importante da essere sottolineato.

Infatti, i responsabili o i partiti che si pongono la questione dell'Internazionale non sono legioni, ed è il primo merito dell'appello di Chavez.

Tanto più che l'appello è accompagnato da una dichiarazione che denuncia il carattere sistemico della crisi capitalista al di là delle sue dimensioni finanziarie e bancarie, e riafferma la prospettiva del socialismo del XXI° secolo.

Sulla base di questo appello si può organizzare un'ampio fronte antimperialista mondiale per marcare la solidarietà con la lotta dei popoli per i diritti sociali e politici, per opporsi alle nuove basi statunitensi in Colombia, per appoggiare, in particolare, la mobilitazione del popolo dell'Honduras contro il nuovo regime dittatoriale.

Nel braccio di ferro che oppone le potenze imperialiste alle lotte dei popoli, un tale fronte mondiale sarebbe un'importante strumento per combattere il potere delle classi dominanti, non solo in America latina ma nel mondo intero.

Siamo pronti, come lo siamo sempre stati dall'inizio, nella solidarietà con la rivoluzione cubana, la rivoluzione bolivariana, con le esperienze della Bolivia e dell'Ecuador, ad impegnarci pienamente nella lotta comune contro gli attacchi imperialisti e a prendere pienamente il nostro posto in questo fronte antimperialistico mondiale.

In questo quadro si porrebbe il processo di costruzione di una nuova Internazionale. Chavez chiama alla costituzione di una V° Internazionale socialista. Il che ripropone all'ordine del giorno la discussione su una nuova Internazionale. Chavez situa la costituzione di una V° Internazionale nella continuità della IV°. Lo abbiamo già dichiarato parecchie volte: le etichette non hanno importanza se c'è convergenza sul contenuto. Ma la costituzione di una nuova Internazionale implica un processo attorno a un programma, una politica, un'organizzazione che deve essere condotto sulla base di un'ampia discussione con tutti i protagonisti.

Infatti, viviamo un nuovo periodo storico nel quale le divisioni tra varie correnti rivoluzionarie possono essere superate sulla base di una "nuova comprensione comune degli eventi e dei compiti". Da questo punto di vista, non si tratta di discutere i bilanci storici degli uni e degli altri, ma è decisivo trarre insieme gli insegnamenti dallo stalinismo e dalla socialdemocrazia affinché non si riproducano le tragedie e gli errori del passato.

Ogni partito, ogni organizzazione, ogni corrente, ogni militante deve contribuire a questo dibattito. Per quanto concerne la IV° Internazionale, ha già enunciato/comunicato, in varie occasioni, le sue proposte:

- Un programma antimperialistico ed anticapitalistico di rivendicazioni urgenti, che parta dalle rivendicazioni e dai bisogni sociali delle classi popolari, proponga una nuova ripartizione delle ricchezze, l'appropriazione pubblica e sociale dei settori chiavi dell'economia e sbocchi sulla trasformazione rivoluzionaria della società.
- L'unità di azione di tutte le organizzazioni, le correnti, i militanti contro gli attacchi dei governi e delle classi capitaliste.
- L'indipendenza di movimenti sociali, associazioni e organizzazioni sindacali dai partiti e dagli Stati.
- La solidarietà con tutte le lotte dei popoli contro tutte le potenze imperialistiche.
- La lotta contro le oppressioni e la difesa dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei giovani e degli immigrati.
- La lotta per ottenere governi dei lavoratori e delle classe popolari che soddisfino le principali rivendicazioni sociali ed ecologiche, si appoggino sulla mobilitazione della popolazione e il controllo di quest'ultima sui principali settori dell'economia. Tale prospettiva implica di non partecipare a governi di gestione dello Stato e dell'economia capitalista con i partiti del centro sinistra o della socialdemocrazia.
- Il carattere centrale dell'autoemancipazione e dell'autorganizzazione dei popoli nel progetto di rovesciamento del capitalismo.
- Un progetto ecosocialista che unisca la soddisfazione dei bisogni sociali al rispetto e all'equilibrio del nostro ecosistema. In tal senso, abbiamo molto da imparare dai popoli indigeni del Sudamerica e del loro rapporto con la terra.
- La democrazia socialista come progetto di società: autogestione dell'economia, democrazia e pluralismo dei partiti e movimenti sociali.

Ecco alcune tracce di discussione per andare avanti nella via della raggruppamento di tutti gli anticapitalisti su scala internazionale. Sono queste le prime idee che sosterremo nel processo di costituzione di una nuova Internazionale.

Infine, l'appello di Chavez ad una V° Internazionale costituisce anche un sostegno quando pone la questione di una nuova Internazionale, indipendentemente dalla II°, di cui organizzazioni come i partiti socialdemocratici, il PRI messicano sono membri o come il PT brasiliano sono associati. Ma bisogna anche chiarire un argomento nella costruzione di una nuova Internazionale, cioè la differenza fra le politiche degli Stati e la costruzione di un progetto politico. Una cosa è concludere accordi economici e commerciali con Stati retti da governi antimperialistici, di concluderne con altri Stati, inclusi coloro gestiti da governi reazionari, o ancora opporsi ad attacchi dell'imperialismo contro alcuni paesi; un'altra cosa è il sostegno politico dato a regimi come quelli del Partito Comunista Cinese o della Repubblica Islamica dell'Iran... Il progetto di una V° Internazionale non può essere collegato né da vicino né da lontano a tali regimi.

Ancora una volta, questo appello crea le condizioni di una nuova discussione internazionale, inseparabile dalla solidarietà con la rivoluzione bolivariana. Con tale spirito la IV° Internazionale, le sue organizzazioni e i suoi militanti risponderanno "presenti"!

mercoledì 23 dicembre 2009

No alla chiusura di Termini e di Arese


di Gigi Malabarba (resp. Lavoro Sinistra Critica)
La conferma della chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese da parte dell'ad Sergio Marchionne colpisce drammaticamente l'occupazione in una delle realtà più disastrate del paese ed è tanto più inaccettabile perchè compiuto da un gruppo industriale che ha goduto - e continua a godere - dei più lauti finanziamenti pubblici proprio per lo sviluppo delle attività nel Mezzogiorno. Alla crisi di sovrapproduzione nel settore auto si risponde scaricandone i costi sui lavoratori, e non solo quelli di Termini Imerese e di Arese, i cui siti spariscono, ma anche con ristrutturazioni che colpiscono praticamente tutti gli stabilimenti in Italia.
Sinistra Critica sostiene con forza la resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici Fiat. E' ora che siano gli azionisti a pagare: nessun posto di lavoro deve andare perduto, innanzi tutto introducendo la riduzione dell'orario generalizzata in tutti i settori Fiat (ricordiamo che sono a rischio di chiusura anche siti che producono veicoli industriali), principalmente attraverso lo strumento dei contratti di solidarietà. L'intervento pubblico deve andare ad integrare il reddito dei lavoratori e non deve servire per ulteriori aiuti all'impresa. Se la Fiat intenderà comunque procedere a licenziamenti più o meno mascherati è lo Stato che deve intervenire requisendo gli stabilimenti che l'azienda intende chiudere.
Per creare un rapporto di forza favorevole ai lavoratori occorre però costruire le condizioni per realizzare al più presto uno sciopero generale che imponga il blocco dei licenziamenti e la distribuzione del lavoro esistente tra tutti, superando la frammentazione delle lotte in corso che non possono resistere se lasciate isolate.

martedì 22 dicembre 2009

Se l'antiberlusconismo genera mostri


Ferrero è pronto ad accettare Casini premier pur di battere Berlusconi. D'Alema fa un accordo per diventare presidente del Copasir. Di Pietro sempre più duro. Eppure non siamo al fascismo e la pericolosità di Berlusconi, che pure esiste, si batte solo con un'opposizione sociale e una prospettiva di cambiamento sistemico

di Salvatore Cannavò
L’antiberlusconismo, viscerale, irrazionale o strumentale, può generare dei mostri. Come quello apparso ieri sulle colonne di Repubblica dove il segretario di Rifondazione comunista ha dichiarato, in un evidente stato di disperazione: “Pronti ad accettare Casini premier pur di battere la destra di Berlusconi”.
Il gioco in fondo è sempre lo stesso: Berlusconi è lo spauracchio, il pericolo, l’emergenza democratica, qualsiasi soluzione è accettabile, anche allearsi con Casini. In ossequio a questa analisi e a questa politica la sinistra italiana negli ultimi quindici anni ha, via via, accettato tutto: prima Occhetto e la sua “meravigliosa macchina da guerra”, una parte consistente, ma non Rifondazione allora, ha baciato il “rospo” Dini; poi, tutta quanta, è finita nelle braccia di Prodi-Ciampi e poi in quelle ancora più imbarazzanti di Prodi-Padoa-Schioppa. Ha votato la guerra, i sacrifici, i tagli alle pensioni, applicato i Cpt e inaugurato la precarietà con il pacchetto Treu. Il risultato è stato il suo suicidio politico e la conseguente scomparsa dal Parlamento. Ma tutto questo non è bastato, l’errore viene ancora perseverato, anche se il diabolicum assomiglia all’ultima spiaggia e nasconde l’illusione che sull’altare dell’antiberlusconismo tutto venga perdonato. Non è così. Non sarà così. Anche perché è l’analisi a essere sbagliata. Non siamo alla vigilia del fascismo e non c’è nessuna eversione costituzionale in atto. Berlusconi, e il berlusconismo, rappresenta un pericolo evidente perché continua ad attaccare le conquiste e i diritti del mondo del lavoro, gestisce, con la Lega, un vero e proprio razzismo istituzionale, rende inagibili le libertà individuali, sessuali, i diritti e le conquiste delle donne, continua la politica imperiale di guerra. Procede soprattutto in direzione di quella “torsione autoritaria” della società e della democrazia italiane che è stata inaugurata circa venti anni - e forse ancor prima all’epoca del Caf di Andreotti, Craxi e Forlani - e che si avvale della debolezza del movimento operaio. Berlusconi è pericoloso, quindi, e va battuto socialmente e politicamente ma non perché prepara il fascismo ma perché interpreta al meglio – grazie anche alla sua capacità di adesione allo spappolamento della società italiana – quell’ “americanizzazione compulsiva” del nostro paese, quel miscuglio di leaderismo, populismo e plebiscitarismo da cui l’Italia sembra essere avvolta e che è il risultato della sconfitta subita dai movimenti antagonisti e dall’opposizione agli inizi degli anni 80, con la conseguente vasta passivizzazione sociale che favorisce il potere e la presa di quell'impasto tra cultura di impresa e potere dei media che è il berlusconismo. Questa condizione, maturando un po’ alla volta, ha generato un fenomeno, particolarmente visibile in Italia, compresi i suoi corollari.
Tra cui un’opposizione “democratica” – anzi, meglio, una minoranza parlamentare – compiutamente complice della situazione, incapace di vita politica fuori dal governo e che a ogni passaggio delicato e drammatico della vicenda italiana si prona ai piedi del Cavaliere per gestire insieme a lui la “Grande Riforma” del Paese. Una minoranza che ha avallato la riforma della Pubblica amministrazione voluta da Brunetta, che ha spianato la strada allo scippo del Tfr ai lavoratori, che ha inventato i Cpt per i migranti, ha avviato le politiche di precarizzazione del lavoro, vota convintamente a favore delle missioni di guerra. Costituisce il rimedio peggiore del male, visto che ogni volta che ha vinto le elezioni Berlusconi ne è stato avvantaggiato subito dopo.
Ma espressione speculare, per quanto contraria, del berlusconismo – cioè dell’americanizzazione compulsiva è anche l’attuale antiberlusconismo, viscerale, radicale, spesso pura opinione e astratto dalla materialità delle contraddizioni sociali. Dalla radicalità delle argomentazioni e dalla contestazione del personaggio Berlusconi non sembra discendere, infatti, una capacità di presa sugli effetti della crisi, una critica agli attuali assetti sociali, ma anche democratici, della vicenda italiana e nemmeno la capacità di prospettare un cambiamento reale, un’alternativa sistemica all’altezza della crisi di sistema. Non sembra davvero un movimento che possa impensierire l’attuale governo-
Sembra, anzi, che una certa americanizzazione della lotta politica, si sia pienamente impadronita anche della modalità di fare opposizione, in cui l’individualismo, l’invettiva radicale e veicolata dalla rete, l’assenza di azione collettiva, la personalizzazione, divengono gli ingredienti fondamentali. Sbagliamo oppure c’è una differenza abissale tra la manifestazione del 5 dicembre a Roma e quella del 12 dicembre a Copenaghen? La prima, canale di espressione di un disagio diffuso ma prontamente rifluito nell’azione individuale dei suoi protagonisti, riemersi forse nell’adesione istintiva, e poco comprensibile, al gesto di Tartaglia e incapaci di generare un movimento reale; la seconda, capace di interpellare una questione epocale del nostro tempo, di puntare il dito non solo contro gli attuali governi ma contro un intero sistema, ed espressione di realtà consolidate – Via Campesina, le Ong, i movimenti giovanili - in grado, forse, di sedimentare un nuovo “clima” internazionale.
Manifestare contro Berlusconi è doveroso ma deve essere anche utile, finalizzato alla sconfitta politica e sociale dell’attuale blocco di potere – peraltro in evidente crisi interna e nei rapporti con il suo blocco sociale – e quindi in grado di articolare una presa sociale che l’antiberlusconismo attuale non sembra avere. Funziona per una manifestazione di opinione, legata a cittadini e cittadine senza identità sociale o di classe, inadatti a riversare la loro critica all’interno dei rapporti di produzione e di riproduzione, nel vivere concreto delle contraddizioni attuali.
Tutto questo non sarebbe di per sé un problema: se esiste un movimento “democratico-radicale” di opposizione che si organizza con le proprie forme – la rete? – con le proprie parole d’ordine e i propri ritmi questo non impedirebbe a un movimento più radicato socialmente di realizzare un’analoga sua mobilitazione. In fondo, nel 2002 accanto ai Girotondi c’era un forte movimento No global che durò più a lungo e che ebbe una maggiore capacità di estensione.
Il vero problema è che l’antiberlusconismo radicale, e un po’ astratto, serve solo a coprire l’unica strategia che la sinistra italiana – nelle sue accezioni maggioritarie, moderate o radicali – sembra conoscere: “l’union sacrée” contro la destra, il Comitato di liberazione nazionale, l’abbraccio di tutto e tutti quelli possono garantire di respingere un pericolo che poi, ogni volta, si ripresenta più forte e più pericoloso di prima. Perché, puntualmente, il Cnl non aggredisce i fattori che hanno portato la destra a vincere, non elimina le condizioni strutturali dello slittamento moderato e reazionario della società italiana e finisce per essere il miglior viatico – con il suo carico di disillusioni, incoerenze e spregiudicatezze – al rafforzamento della stessa destra. Ci può essere uno scenario peggiore di Berlusconi, è bene non dimenticare questo assunto.
Eppure, si continua con un approccio strumentale. L’uscita di Ferrero, certamente, serve a salvaguardare la possibilità per quel partito di rientrare in Parlamento; le urla di Di Pietro servono a custodire gelosamente un ricco patrimonio elettorale; il Pd ha bisogno di rientrare nei gangli di potere e di garantirsi l’accordo con settori centristi, oggi apparentemente decisivi nella “governante” italiana. In tutto questo circo manca una voce alternativa, politica o sociale che si voglia. Nel 2002 c’era l’altermondialismo, oggi no. E’ chiaro che la costruzione di una nuova sinistra adeguata alla società italiana passa anche per la capacità di mantenere nervi saldi, lucidità di analisi e avversione ai vari opportunisminati. E nella possiblità reale di riconoscere, valorizzare ed estendere un movimento di opposizione sociale, autorganizzato, unificato, in grado di mettere in discussione l’attuale sistema. Solo così si potrà battere anche Berlusconi.

lunedì 21 dicembre 2009

Copenaghen, fallimento al vertice vittoria alla base .


L'insuccesso del Vertice sul Clima è la dimostrazione di un mondo governato dalla logica del profitto e della concorrenza. Ma nella capitale danese si è mostrata una consapevolezza nuova che poggia sull'azione collettiva e può far nascere una nuova dinamica di lotta


Si sapeva che il vertice delle Nazioni Unite a Copenaghen non avrebbe portato a un nuovo Trattato internazionale ma a una semplice dichiarazione di intenti, l'ennesima. Ma il testo approvato al termine dell'incontro è peggio di qualunque cosa si possa immaginare: nessun obiettivo per le riduzioni delle emissioni quantificate, non l'anno di riferimento per la misurazione, nessuna scadenza, nessuna data.
Il testo comprende una vaga promessa di un centinaio di miliardi di euro l'anno per l'adattamento nei paesi in via di sviluppo, ma le formule utilizzate e i vari commenti sollevano timori di prestiti amministrati da grandi istituzioni finanziarie piuttosto che un reale indennizzo da parte dei responsabili per i rifiuti. L'incoerenza del documento è totale.
I capi di Stato e di Governo riconoscono che «il cambiamento climatico costituisce una delle più grandi sfide della nostra epoca» ma, al termine della quindicesima Conferenza sul problema, sono ancora incapaci di prendere qualsiasi misura concreta per affrontarlo.
Essi ammettono per primi la necessità di restare «sotto 2°C» di rialzo della temperatura, quindi la necessità di «riduzioni drastiche delle emissioni conformemente al quarto rapporto del GIEC» ma sono incapaci di firmare le conclusioni quantificate dai climatologi: almeno il 40% di riduzione entro il 2020 e 95% di riduzione entro il 2050 nei paesi evoluti. Sottolineano con enfasi la forte volontà politica» di «collaborare alla realizzazione di questo obiettivo» (meno di 2°C di rialzo della temperatura), ma non hanno niente altro da proporre che una locanda spagnola dove ogni paese, dal 1 febbraio 2010, comunicherà agli altri ciò che conta di fare.
Intrappolati dall'ipermediatizzazione che hanno loro stessi orchestrato, i Grandi della terra si sono ritrovati sotto la pressione della piazza e capaci solo di mostrare le loro sorde rivalità. E così, i rappresentanti di 26 grandi paesi hanno fatto fuori le Ong, messo da parte i piccoli Stati e steso in extremis un testo il cui scopo principale è di far credere che ci sia un pilota politico nell'aereo. Ma non c'è pilota. O piuttosto, l'unico pilota è automatico: è la corsa al profitto dei gruppi capitalisti lanciati nella guerra di concorrenza per i mercati mondiali. Il candidato Obama e l'Unione europea avevano giurato e spergiurato che le imprese avrebbero dovuto pagare i loro diritti di emissioni: ma hanno fatto marameo! Alla fine, la maggior parte di esse li ricevono gratuitamente e ci fanno profitti sopra rivendendoli e fatturandoli al consumatore! Sul resto ci si accorda. La consegna è non disturbare gli affari.
Questo sedicente accordo trasuda impotenza da tutti i pori. Restare sotto 2°C, certamente non si decreta. Sempre che sia ancora possibile, occorre assolvere condizioni piuttosto drastiche. Che comportano di consumare meno energia, dunque di trasformare e trasportare minor materia. Bisogna produrre meno per la domanda solvibile e soddisfare allo stesso tempo i bisogni umani, in particolare nei paesi poveri. Come fare? È la domanda chiave. Non è così difficile da risolvere. Si potrebbe sopprimere la produzione di armi, abolire le spese di pubblicità, rinunciare a quantità di fabbricazioni, di attività e di trasporti inutili. Ma ciò andrebbe contro la produzione capitalista, la corsa al profitto che necessita la crescita. Sacrilegio! Tabù! Risultato? Mentre le emissioni mondiali devono diminuire almeno del 80% entro il 2050, mentre i paesi sviluppati sono responsabili di più del 70% del riscaldamento, l'unica misura concreta infilata nell'accordo è l'arresto della deforestazione che riguarda solamente il Sud e rappresenta il 17% delle emissioni.
Avanzamento ecologico? No! «Proteggere» le foreste tropicali (cacciando la gente che ci vive!) è per gli inquinatori il modo più economico per mantenere il diritto di continuare a produrre (armi, pubblicità, ecc) e inquinare ...dunque continuare a distruggere le foreste per il riscaldamento.
Così la legge del profitto marcisce tutto ciò che tocca e trasforma tutto nel suo opposto.
Fortunatamente, di fronte alla rovina del vertice, Copenaghen è una magnifica vittoria dal basso. La manifestazione internazionale di sabato 12 dicembre ha raccolto circa 100.000 persone. Il solo precedente di mobilitazione tanto massiccia su questo tema è quello dei cortei che hanno raggruppato 200.000 cittadini australiani in diverse città contemporaneamente,nel novembre2007. Ma si trattava di una mobilitazione nazionale e l'Australia subisce con forza gli impatti del riscaldamento: non è (ancora) il caso dei paesi europei da cui sono venuti la maggior parte dei dimostranti che, nonostante una repressione poliziesca selvaggia, hanno investito la capitale nordica al grido di “prima il Paneta, prima i popoli”.
Di fronte all'incapacità totale dei governi, di fronte agli interessi economici che impediscono di adottare le misure per stabilizzare il clima nella giustizia sociale, sempre più abitanti del pianeta capiscono che le catastrofi annunciate dagli specialisti potranno essere evitate soltanto cambiando radicalmente politica.
Copenaghen simboleggia questa presa di coscienza. Essa è espressa dalla partecipazione di attori sociali che, fino a poco tempo, si tenevano lontani dalle questioni ambientali, o addirittura le guardavano con diffidenza: organizzazioni di donne, movimenti contadini, sindacati, associazioni di solidarietà Nord-sud, movimento della pace, raggruppamenti altermondialisti, ecc.
Un ruolo chiave è giocato dai popoli indigeni che, lottando contro la distruzione delle foreste, (con un rapporto di forza paragonabile a quello di Davide che affronta Golia!), simboleggiano al tempo stesso la resistenza alla dittatura del profitto e la possibilità di un'altra relazione tra l'umanità e la natura.
Queste forze hanno in comune di puntare maggiormente sull'azione collettiva che sull'attività di pressione, cara alle grandi associazioni ambientali. La loro entrata in scena sposta radicalmente il centro di gravità. Ormai, la lotta per un trattato internazionale ecologicamente e socialmente efficace si giocherà nelle strade – piuttosto che nei corridoi dei vertici - e sarà una battaglia sociale - più che un dibattito tra esperti.
Mentre il vertice ufficiale partoriva uno straccio di carta, la mobilitazione sociale e il vertice alternativo hanno gettato le basi politiche dell'azione da condurre dal basso nei prossimi mesi: “Change the system, not the climate„, “Planet not profit„, “bla bla bla Act Now„, “nature doesn't compromise„, ““Change the Politics, not the climate„, “There is no PLANet B„.
Nonostante i suoi limiti (che riguardano il ruolo delle Nazioni Unite, in particolare) la dichiarazione del Klimaforum09 è un buon documento, che respinge il mercato del carbonio, il néocolonialismo climatico e la compensazione (“offsetting„) delle emissioni con piantagioni di alberi, o altre tecniche bidone.
Sempre più gente lo capisce: il deterioramento del clima non è il risultato “dell'attività umana” in generale bensì di un modo di produzione e di consumo intollerabile. E ne traggono la conclusione logica: il salvataggio del clima non dovrebbe derivare soltanto da un cambiamento dei comportamenti individuali, richiede al contrario dei cambiamenti strutturali profondi. Si tratta di addebitare questo carico al profitto, poiché questo comporta inevitabilmente la crescita esponenziale della produzione, dello spreco e del trasporto di materia, dunque emissioni.
Disastro, fallimento del vertice? Ottima notizia invece. Ottima notizia, perché è il momento di fermare questo ricatto che impone che in cambio di meno emissioni si debba dare vita a più neoliberismo e più mercato.
Eccellente notizia perché il trattato che i governi potrebbero concludere sarebbe ecologicamente oggi insufficiente, socialmente criminale e tecnologicamente pericoloso: implicherebbe un rialzo di temperatura tra 3,2 e 4,9°C, una salita del livello degli oceani di 60cm a 2,9 metri (almeno), ed una fuga in avanti nelle tecnologie di apprendista-stregone (nucleare, biocombustibili, Ogm e “carbone proprio” con stoccaggio geologico di miliardi di tonnellate di CO2.
Centinaia di milioni di poveri sarebbero le principali vittime. Notizia eccellente poiché questo fallimento dissipa l'illusione che la “società civile mondiale” potrebbe, con “la buona gestione”, associando tutti «azionisti» trovare un consenso climatico tra interessi sociali antagonistici.
È il momento di vedere che, per uscire dai combustibili fossili, ci sono due logiche completamente opposte: quella di una transizione guidata alla cieca dal profitto e della concorrenza, che ci conduce diritto contro il muro; e quella di una transizione progettata coscientemente e democraticamente in funzione delle necessità sociali ed ecologiche, indipendentemente dai costi, dunque ricorrendo al settore pubblico e condividendo le ricchezze. Questa via alternativa è la sola che permette di evitare la catastrofe. Il re è nudo.
Il sistema è incapace di rispondere al problema gigantesco che egli stesso ha creato se non infliggendo danni irrevocabili all'umanità ed alla natura. Per evitarlo, è tempo della mobilitazione più ampia. Siamo tutte e tutti coinvolti e coinvolte. Il riscaldamento del pianeta è molto più che una questione “ambientale”: è una minaccia sociale, economica, umana ed ecologica che richiede obiettivamente un'alternativa ecosocialista. La questione di fondo è questa: il capitalismo, come sistema, ha superato i suoi limiti. La sua capacità di distruzione sociale ed ecologica prevale chiaramente sul suo potenziale di progresso. L'augurio è che questa constatazione possa aiutare a fare convergere le lotte a favore di un'altra società. I dimostranti di Copenaghen hanno aperto la via. Ci invitano a raggiungerli nell'azione: “Act now. Planet, not profit. Nessun compromesso sulla natura».

Contro la crisi, unire le lotte, rafforzare l'autorganizzazione, costruire una nuova sinistra


Documento conclusivo del Coordinamento nazionale di Sinistra Critica - 19-20 dicembre 2009 (approvato all'unanimità)

1. La situazione politica italiana continua a presentare una instabilità crescente e una crisi di sistema che fa il paio con la più grave crisi sociale ed economica del dopoguerra.
Il governo Berlusconi continua ad attaccare le conquiste e i diritti del mondo del lavoro, spalleggiando Confindustria e puntando ad accentuare le divisioni tra i lavoratori, acquisendo la complicità di Cisl e Uil (e Ugl) e tentando di isolare Cgil e sindacati d base; attraverso continui provvedimenti di vero e proprio razzismo istituzionale, veicolati in particolare dalla Lega Nord, alimenta una guerra tra poveri, anche per nascondere e distrarre dalle responsabilità vere della crescente crisi sociale; prosegue progressivamente una politica di espropriazione dei beni comuni, come dimostra la privatizzazione dell'acqua, e rende inagibili le libertà individuali, sessuali, i diritti e le conquiste delle donne - come dimostra, come ultimo esempio, il caso del divieto di prescrizione e diffusione della RU486; continua la politica imperiale di guerra legata alle missioni militari, aumentando il contingente in Afghanistan e allineandosi alle strategie degli Usa e della Nato; utilizza il terremoto in Abruzzo per sperimentare una gestione sociale e territoriale che attraverso la “emergenza” riduce gli spazi della partecipazione e del controllo pubblico; coarta i diritti individuali e manifesta l’intenzione politica, sia pure per il momento solo a parole, di modificare la Costituzione e i suoi pilastri a partire dall'autonomia della magistratura e delle prerogative del Parlamento, già espropriato di fatto negli ultimi 20 anni attraverso il continuo utilizzo della decretazione d’urgenza e il ricorso al voto di fiducia con il conseguente spostamento di decisioni verso soggetti esterni.

2. Un governo pericoloso, dunque, da contrastare radicalmente e sconfiggere politicamente e socialmente. Non siamo alla vigilia del fascismo e non ci sembra siano reali i rischi di eversione costituzionale. La pericolosità del berlusconismo è di altra natura, diversa sul piano politico e culturale, non per questo meno inquietante. Si tratta piuttosto di un'americanizzazione isterica della vita politica, che poggia sul rapporto diretto tra leader e popolo e limita le prerogative di tutti i corpi intermedi, istituzionali, sociali e economici; poggia su una passivizzazione sociale che rende più efficace l'impasto tra cultura di impresa, potere dei media e adesione a una società spappolata da venti anni di politiche liberiste e da un'aggressione senza precedenti, nel dopoguerra, al lavoro salariato; a sua volta, il berlusconismo agisce, alla ricerca di un'egemonia ideologica, su quella stessa società guidandone, a fini elettorali, gli istinti peggiori a partire dalla xenofobia e dal razzismo come ben dimostra il comportamento della Lega Nord.

3. Allo stesso tempo, però, il berlusconismo, e la stessa attuale maggioranza di governo, conosce una crisi strisciante: non padroneggia la crisi e non offre risposte agli strati popolari; non gode di un rapporto stabile e consolidato con il capitalismo italiano e internazionale a cui non riesce a garantire la governabilità di cui questo ha bisogno; non padroneggia il proprio blocco sociale con un sud che soffre dello strapotere del nord e un nord, leghista, che, sia pure in una dinamica di crescita del potere e dell'insediamento istituzionale del Carroccio, non ottiene ancora quello che aveva promesso; non poggia il proprio potere, reale, su un apparato ideologico e culturale di ampio spessore fatta eccezione per la pervasività delle televisioni e dei media in generale. Un governo che, di fronte alla crisi economica, potrebbe (e dovrebbe) essere aggredito e stretto alla difensiva da una mobilitazione di massa, sociale, antagonista, in grado di difendere, e unire, le vertenze aziendali, le lotte per il lavoro, i comitati in difesa dei territori e dei beni comuni, i migranti, gli studenti.

4. La minoranza parlamentare oscilla invece tra un antiberlusconismo radicale, spesso astratto e privo di contenuto sociale e un approccio concertativo e “responsabile” – anche perché corresponsabile di molti provvedimenti che oggi si contestano al governo Berlusconi, che già il centrosinistra aveva anticipato (pensiamo all’utilizzo degli accantonamenti del Tfr, alla revisione dei coefficienti pensionistici, alle politiche di guerra e così via…).
Quanto alla sinistra extraparlamentare, nelle sue espressioni più rilevanti si accoda ora all'una, ora all'altra impostazione, incapace di esprimere una strategia non subalterna e fuori dalle secche del politicismo istituzionalista.

5. L'antiberlusconismo radicale, che si esprime attraverso la forza dell'Idv di Di Pietro o attraverso manifestazioni come il NoBday, ha acquisito un ruolo e una rilevanza incontestabili. Ma non sembra oggi essere il movimento che possa impensierire il governo. Dalla radicalità delle argomentazioni e dalla contestazione del personaggio Berlusconi non sembra discendere, infatti, una capacità di presa sugli effetti della crisi, una critica agli attuali assetti sociali, ma anche democratici, e una capacità di incidere nella profondità della società italiana fornendo una sponda politica al malessere sociale e alle lotte in corso.
Noi pensiamo che un'interlocuzione con questi movimenti sia utile e vada perseguita ma crediamo, allo stesso tempo, che il compito principale sia quello di lavorare per ri/costruire, in termini efficaci e credibili, un autonomo punto di vista della sinistra di classe e una sua autonoma e credibile forza politica.

6. Autonoma innanzitutto sul piano politico dal centrosinistra che ancora costituisce un elemento inaggirabile della crisi italiana, per le responsabilità che porta nella storia recente e per il ruolo, ormai strutturale, di puntello consapevole della torsione autoritaria che vive l'Italia e di cui Berlusconi rappresenta certo la punta di diamante. Parliamo di quel centrosinistra che si astiene sulla "riforma" della Pubblica amministrazione voluta dal ministro Brunetta; che ha "scippato" il Tfr ai lavoratori spianando la strada a Tremonti; che ha avviato la privatizzazione dell'acqua, oggi completata dalla destra; che ha “inventato” i centri di detenzione per migranti, incattiviti e resi più duri dai provvedimenti leghisti; che offre un consenso esplicito all’indecente decreto di proroga delle missioni militari.
Se oggi Berlusconi appare forte, ed è pericoloso, è anche per responsabilità diretta del centrosinistra che, invece di apprendere le lezioni del passato, continua con le sue scelte suicide e antipopolari, come dimostrano le recenti aperture all'Udc e alla giunta Lombardo in Sicilia (per non citare candidature alle regionali come quella di Penati in Lombardia). La sinistra, cosiddetta radicale, avviluppata nella crisi che essa stessa ha contribuito a generare, per uscirne non trova di meglio che aggregarsi di nuovo al carro del Pd. Per questo persegue la costruzione di alleanze in tutte le Regioni, o quasi, spingendosi fino ad accettare accordi elettorali con l'Udc. In questo modo non fa altro che voltare le spalle, in termini di credibilità e di efficacia, alle lotte in corso o ai movimenti di massa.
Alla Federazione della sinistra, che propone un incontro di tutte le opposizioni (a partire dall’Udc…), quasi un nuovo “Cln” per rispondere all’emergenza democratica, rispondiamo invece con la necessità di rilanciare l’iniziativa sociale, di generalizzare le resistenze e le vertenze come perno per un’opposizione efficace al governo, in grado di metterlo in difficoltà, in autonomia da chi è stato ed è attore di politiche liberiste e contrarie agli interessi dei lavoratori.

7. Contro la crisi unire le lotte, organizzare la resistenza e l'autorganizzazione, costruire una nuova sinistra a partire dalla valorizzazione delle moderne forme di conflitto e dei movimenti.
Questo rende necessaria una risposta generale unificante, di cui però occorre costruire le condizioni. Lo sciopero generale che serve non può ridursi all'autoaffermazione di organizzazioni ma va costruito con un ruolo protagonista delle situazioni di lotta, su una piattaforma indirizzata ad un’efficace difesa del lavoro e del reddito per tutte e tutti.
Anche per questo le/ nostre/i compagne/i iscritte/i alla Cgil sostengono in questa fase congressuale la battaglia del documento alternativo.
Allo stesso modo guardiamo con interesse e cercheremo di contribuire ai percorsi di unificazione dei sindacati di base.

8. Questione sociale e questione democratica si tengono insieme e solo con un nuovo protagonismo dei soggetti sociali possiamo battere la tendenza autoritaria oggi presente in Italia, allargando gli spazi di democrazia e difendendo quelli esistenti.
Tra i movimenti che oggi ancora riescono a esprimere una loro iniziativa è importante sottolineare il significato della contestazione al vertice di Copenaghen che ha mostrato, sul piano internazionale, la vitalità di una risposta alternativa che ripercorre le quantità e le qualità del movimento antiglobalizzazione. “Da Seattle a Copenaghen” – e “da Porto Alegre”, visto il ruolo fondamentale dei movimenti latinoamericani nella capitale danese - ci sembra uno slogan efficace per descrivere la mobilitazione attorno alla giustizia climatica e la necessità di estenderla sul piano nazionale. Come Sinistra Critica ci impegniamo in questa direzione.
Contro la decisione del governo di privatizzare l’acqua e di avviare la costruzione di nuove centrali nucleari si è già mobilitato un ampio fronte di forze sociali, politiche ma soprattutto di comitati e gruppi locali. Crediamo sia utile che l’insieme di queste forze si coalizzi in comitati unitari e in un’iniziativa nazionale che potrebbe anche arrivare a realizzare una campagna referendaria per chiedere l’abolizione di quelle leggi – come già alcuni propongono – evitando che si risolva solamente in un’occasione di propaganda per le prossime scadenze elettorali.

9. Come iniziativa principale e permanente dei prossimi mesi, Sinistra Critica si impegna alla realizzazione di una “Campagna nazionale contro la crisi e il razzismo”. Una campagna che metta al centro la crisi, appunto, e la necessità di unire le lotte, estendere il conflitto e l'autorganizzazione, realizzare una solidarietà ed un impegno comune reale e concreto con le/i migranti.
"Le nostre vite valgono più dei loro profitti", sarà il messaggio che veicolerà la nostra attività in stretta relazione con le vertenze aziendali e la difesa del posto di lavoro; con i comitati territoriali a difesa e salvaguardia dell'ambiente; con le lotte degli studenti, dei precari e dei ricercatori della scuola e delle università; con i diritti di libertà e liberazione delle donne, dei movimenti Lgbt; a fianco dei percorsi di autorganizzazione dei, delle migranti; con chi si batte per la libertà di espressione e di comunicazione; con le associazioni, comitati e gruppi contro la guerra. Una campagna che si snoderà per un periodo lungo e che vedrà due momenti centrali nel mese di marzo, con un Convegno nazionale contro la crisi e a luglio in occasione del Campo Giovani Internazionale, occasione anche di una Festa nazionale di Sinistra Critica.

10. Sulle regionali ribadiamo un punto di vista semplice ed essenziale: crediamo che ci sia l’esigenza di costruire alle prossime Regionali, liste anticapitaliste e ecologiste attorno a tre caratteristiche: alternativa al centrodestra ma anche al centrosinistra; rinnovamento del personale politico e dei simboli; apertura reale ai movimento e ai conflitti sociali. Siamo disposti a partecipare alla costruzione di queste liste con chiunque si renda disponibile e pensiamo che nell'attuale crisi italiana, l'esplicitazione di un punto di vista alternativo, di classe, ecologista, femminista, antirazzista possa costituire un contributo vitale a una nuova prospettiva. Lavoreremo, senza presunzioni né primogeniture, a questa ipotesi. Lo faremo con serietà senza arrenderci di fronte a sordità o a eventuali fallimenti. Ci sembra chiaro che, nel caso questa ipotesi di lavoro non dovesse essere presente alle prossime Regionali, rimane una prospettiva necessaria per contrastare la scomparsa di una sinistra alternativa e anticapitalista e per questo certamente non dovrà mancare alle prossime elezioni politiche.
(approvato all'unanimità)

sabato 19 dicembre 2009

Resoconto dell’assemblea conclusiva di “Andata e ritorno dall’autunno del 2009 all’autunno caldo del 1969”


Si è conclusa il 10 dicembre con l’ultima assemblea dedicata a “La Fiat, come era, come è cambiata come è oggi” il ciclo di incontri di Sinistra Critica di Torino “Andata e ritorno dall’autunno del 2009 all’autunno caldo del 1969”, quattro seminari per riflettere sul passato, ma anche per affrontare il presente della lotta di classe.
Molto riuscito anche l’ultimo dibattito, svoltosi nel popolare centro di incontri di via Negarville a due passi dalla Meccanica due di Mirafiori, 40 anni fa espressione della gigantismo della città-fabbrica che continuava ad espandersi, oggi desolatamente inattiva con molti cancelli che si stanno arrugginendo. Folta la partecipazione di operai di ieri e di oggi delle carrozzerie e delle meccaniche, ma anche della vecchia Lancia e di altri comparti della Fiat oggi venduti o esternalizzati, (ma alcuni sono in fase di reinserimento nel gruppo). Serrato ed appassionato il dibattito che è stato preceduto dalla proiezione di due film emblematici della grande lotta dell’80 conclusasi con una dura sconfitta, un vero e proprio spartiacque dello scontro di classe nel nostro paese: Fiat autunno ’80 di Pier Milanese e Pietro Perotti che ripercorre i 35 giorni di lotta e Signorina Fiat di Giovanna Boursier che racconta la storia d’amore di una impiegata Fiat di Torino con l’azienda, la sua partecipazione alla marcia dei capi e poi il suo licenziamento durante la ristrutturazione del 93 con l’espulsione di 3.000 impiegati, che la obbliga a ritornare indietro col pensiero e capire quel che non aveva voluto capire tredici anni prima.
Piero Perotti delegato delle meccaniche ha ricostruito le lotte di quegli anni insistendo in particolare sul fatto che i lavoratori non avrebbero mai dovuto delegare all’apparato sindacale la direzione del movimento. Dobbiamo alla sua intuizione di filmare quanto avveniva intorno alla fabbrica e al suo impegno personale le straordinarie immagini delle lotte Fiat. Iole Vaccargiu ha ricostruito la storia militante e sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori della Lancia, la chiusura dell’azienda di Chivasso e il suo passaggio alle Presse di Mirafiori dopo alcuni anni di cassa integrazione. Pasquale Loiacono e Ugo Bolognesi, oggi delegati sindacali Fiom alle Carrozzerie di Mirafiori, hanno raccontato le difficoltà della lotta di classe in questo periodo, i pochi momenti isolati di mobilitazione, e come sia difficile ricostruire l’unità e la lotta dei lavoratori. Pietro Passarino, della segreteria Fiom ha posto l’accento sulla difesa del contratto nazionale e sul significato della battaglia congressuale nella FIOM. Giorgio Carlin ha ricordato come la Rai regionale abbia raccontato e affrontato le lotte della Fiat. Altri compagni ancora si sono soffermati sulle tante lotte in corso per l’occupazione.
Ma al centro di tutti gli interventi è stato il problema, anzi la domanda avanzata da Franco Turigliatto nella breve premessa iniziale e ripresa nelle conclusioni: “Perché si è perso? Era sconfitta inevitabile, oppure vanno tirate in ballo le scelte delle forze politiche e sindacali? Perché il consiglione della Fiat approva all’unanimità la mozione presentata da Rocco Papandrea che boccia l’accordo capestro firmato dalle Confederazioni, ma non riesce a proporsi come direzione alternativa?
Raffello Renzacci in un capitolo centrale del Libro “100 anni di Fiat” sviluppa una convincente analisi delle difficoltà in cui si trovava la direzione Fiat e come la partita fosse ancora del tutto aperta nei giorni decisivi riportando anche la testimonianza dei dirigenti Fiat, che hanno confessato di non essersi aspetto una resa così aperta da parte delle direzioni sindacali centrali.
Vi sono poi tre intepretazioni fondamentali delle ragioni della disfatta
Da un parte coloro che ritengono che la sconfitta e la sua gravità siano dipese dall’estremismo del movimento sindacale, da una frattura che si sarebbe determinata tra lavoratori militanti e politicizzati e la grande massa dei lavoratori.
Una seconda interpretazione, quella di Revelli in particolare, fa risalire le ragioni della sconfitta a una sorta di piazzamento tecnologico della classe operaia. Gli operai che avevano utilizzato la rigidità della catena di montaggio per costruire la forza delle loro lotte e il proprio ruolo rivoluzionario, vengono progressivamente disorientati dai processi di ristrutturazione tecnologica , per cui la sconfitta risulta essere il frutto delle innovazioni produttive dell’azienda, su cui la classe operai non ha più la precedente possibilità di intervento.
La terza interpretazione ritiene che a decidere degli avvenimenti politici in ultima analisi sialo scontro di classe, scontro sociale e politico, proprio quello a cui la Fiat si preparò (politicamente) e a cui i lavoratori arrivarono invece impreparati politicamente e diretti da forze politiche e sindacali che con l’EUR si ponevano all’interno delle esigenze del sistema capitalista e che ritenevano giunta l’ora di porre fine al periodo apertosi col 68-69. Per riprendere il testo di Renzacci: “I settori della sinistra classista tendevano a riprodurre i vecchi modelli rivendicativi od ad arroccarsi sulla difensiva. Nella vicenda dei 35 giorni hanno infine trovato uno sbocco gli errori e l’incapacità soggettivi accumulati sia alla Fiat che sul piano generale nel corso di un decennio, ad esempio: l’incomprensione di gran parte della sinistra classista del ruolo dei delegati e della necessità di rafforzare i consigli di fabbrica come soggetto indipendente dalle organizzazioni sindacali, la sconfitta dei delegati e della sinistra sindacale nel portare a termine il percorso di unità sindacale organica, almeno della Flm, l’incapacità della sinistra sindacale di rappresentare un’alternativa credibile rispetto all’involuzione moderata del movimento sindacale a partire dal 1977, il fallimento delle esperienze della sinistra rivoluzionaria che nel corso degli anni hanno bruciato o lasciato allo sbando tantissimi quadri operai”.
Per questo il consiglione si oppone, ma risulta impreparato e incapace a prendere nelle sue mani il destino del movimento dei lavoratori.
Ma proprio questa ricostruzione di quel passato ha spinto l’assemblea nella parte conclusiva di ritornare al presente, sottolineando la necessità, per costruire una resistenza efficace alle politiche di governo padroni, che i sindacati e militanti sindacali che rifiutano di essere complici dei padroni prendano una iniziativa unitaria per una assemblea di tutte le fabbriche della provincia e della regione che sono colpite dalle ristrutturazioni o sotto minaccia di chiusura, per costruire una piattaforma di lotta capace di rispondere ai bisogni dei lavoratori. Solo l’attivazione di un nuovo protagonismo dal basso delle lavoratrici e dei lavoratori può modificare i rapporti di forza. Di qui l’invito a tutti di partecipare alla manifestazione a Settimo torinese dei lavoratori delle aziende della zona per l’occupazione programmata per sabato 19 dicembre.

mercoledì 16 dicembre 2009

SABATO 19 DICEMBRE TRADIZIONALE CENA DI FINE ANNO DI SINISTRA CRITICA


Sabato 19 si terrà la tradizionale cena di fine anno di Sinistra Critica nella sede di via Giulia 64.
Una occasione per incontrare compagne/i e amiche/i, scambiarci in anticipo gli auguri e anche per rinnovare il nostro impegno a battersi contro la crisi capitalista e l’utilizzo che ne fanno padroni e governi, per la costruzione di una reale opposizione di massa e di alternativa.
La cena sarà preceduta da una proiezione cinematografica.
Si tratta di "Fascisti su Marte", piccolo capolavoro di satira ed umorismo di Corrado Guzzanti.
Quindi:
sabato 19 dicembre
ore 18.30 film "Fascisti su Marte",
seguirà -verso le 20.30- la cena di fine anno




Menu tradizionale e menu vegetariano con vitello tonnato, insalate di stagione, torte salate, frittate, penne all’arrabbiata, lenticchie e fagioli, spezzatino, frutta e panettone con vini bianchi e neri.
Siete pregati di prenotare presso Ada, cell. 3497193764, o Gianni 3382629015. Potete anche inviare una email a sinistracritica@yahoo.it
Il prezzo della cena è € 18.

Partecipate numerose e numerosi

CONTRO LA CRISI UNIRE LE LOTTE CACCIARE IL GOVERNO E LE SUE POLITICHE



A dispetto delle bugie del governo e dei giornali la crisi economica del capitalismo non è finita, ma solo ora comincia a dispiegare gli effetti sociali più drammatici; le statistiche ufficiali registrano già due milioni di disoccupati e l’onda di piena dei licenziamenti si sta per abbattere sul paese.
Solo nella provincia di Torino molte decine di migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione; i salari sono sempre più taglieggiati e centomila dipendenti vedranno una tredicesima azzerata o ridotta all’osso.
Due miliardi e 300 milioni di euro persi per i lavoratori.

Finora è mancata una iniziativa generale, un movimento unitario di tutta la classe lavoratrice per difendersi dall’assalto del padronato e di un governo che sta tagliando i fondi alla scuola, ai servizi pubblici e che utilizza i soldi del TFR dei lavoratori per finanziare (malamente) la sanità; che ha usato i soldi dello stato non per difendere coloro che vivono del proprio lavoro, ma per alimentare con miliardi di euro le banche e le aziende che così hanno ripreso far profitto sulla pelle dei lavoratori.

LE NOSTRE VITE VALGONO PIU DEI LORO PROFITTI
Le nostre vite, il futuro dei nostri figli, i nostri salari, devono valere più
dei profitti e delle rendite dei padroni.
Occorre cacciare il governo Berlusconi, ma anche e soprattutto le sue politiche.
Bisogna unificare le mille lotte in corso, impedire che le aziende chiudano o spostino le produzioni.
Bisogna impedire che i padroni dividano i lavoratori italiani da quelli migranti. Solo l’unità di tutte le lavoratrici e i lavoratori, può darci la forza per difendere i nostri diritti.
Bisogna che i sindacati che rifiutano di essere complici dei padroni (come invece lo sono Cisl, Uil, Ugl, Fismic…) prendano una iniziativa unitaria per una assemblea di tutte le fabbriche della provincia e della regione che sono colpite dalle ristrutturazioni o sotto minaccia di chiusura, per costruire una piattaforma di lotta capace di rispondere ai bisogni dei lavoratori.

Gli obbiettivi da rivendicare devono preservare il reddito e l’occupazione:
un salario che permetta di vivere decentemente e un salario sociale per quelli che sono senza lavoro;
il blocco dei licenziamenti;
Il prolungamento della cig oltre le 52 settimane, ma anche una maggiore integrazione salariale;
la distribuzione del lavoro esistente tra tutti quelli che ne hanno bisogno senza perdita salariale;
il passaggio al settore pubblico delle aziende che chiudono o licenziano.
Per questo serve una mobilitazione unitaria, uno sciopero generale che faccia convergere le tante lotte in corso, la difesa del contratto nazionale, ma anche le mobilitazioni della scuola, dei lavoratori pubblici, degli studenti, dei migranti.
Sabato 19 dicembre si svolgerà a Settimo una manifestazione contro la crisi per la difesa dell’occupazione e dei salari. L’appuntamento è in piazza della Libertà, davanti al Municipio alle ore 9,30. PARTECIPATE TUTTI.
La manifestazione è organizzata dal Coordinamento contro la crisi: operai Iveco, Cnh, Pirelli, Antibioticos;RSU Fiom, Sdl, Rdb; Sinistra Critica e circoli di zona del Prc.

mercoledì 9 dicembre 2009

DALL'AUTUNNO DEL 2009 ALL'AUTUNNO CALDO DEL 1969


ANDATA E RITORNO (4)
Quarant'anni dall'autunno caldo del '69 non sono passati invano. Padronato e borghesia non solo si sono ripresi gran parte di quello che avevano dovuto concedere ai lavoratori, ma oggi vogliono andare oltre, sconfiggere il movimento operaio, fare piazza pulita dei diritti sociali collettivi. Occorre recuperare la memoria per riflettere sulle sfide del presente sapendo che, come quella straordinaria stagione ci insegna, ciò che è successo può succedere ancora.

Giovedì 10 dicembre
Via Negarville 30/2a – Torino - Sala polivalente
ore 18,30 Proiezione dei films
Fiat, autunno ‘80 di Pier MILANESE e Pietro PEROTTI, 2000, 40’
Signorina Fiat di Giovanna BOURSIER, 2001, 31’

ore 20,15 Servizio buffet - ore 21,00
La Fiat: com’era nel 1969, come cambiò, com’è oggi
Interventi di:
• Pasquale LOIACONO Rsu Fiat Mirafiori
• Iole VACCARGIU ex delegata Lancia e Fiat
• Piero PEROTTI ex delegato Fiat Mirafiori
• Altri delegati e operai della Fiat e della Powertrain
Coordina Franco TURIGLIATTO della seg. naz. Sinistra Critica

lunedì 7 dicembre 2009

Sciopero dei lavoratori di tutto il pubblico impiego e della scuola


11 dicembre
UNA IMPORTANTE GIORNATA DI LOTTA
Sciopero dei lavoratori di tutto il pubblico impiego e della scuola

Le organizzazioni di categoria della CGIL di tutto il pubblico impiego (FP), di scuola, università e ricerca (FLC) hanno proclamato per l’11 dicembre un’intera giornata di sciopero di tutti i comparti pubblici, con tre grandi manifestazioni nazionali e interregionali a Roma, Milano e Napoli.
Una decisione che, pur giungendo con ritardo rispetto alle reali necessità di risposta generale all’azione devastante di Governo e Confindustria, e che avrebbe richiesto da parte dell’intera CGIL l’indizione dello sciopero generale di tutte le categorie, può rappresentare una importante occasione per tutti i lavoratori e le lavoratrici, come anche per gli studenti, per far sentire la propria voce contro un attacco senza precedenti non solo ai salari e ai diritti degli stessi lavoratori, ma all’intero sistema dei servizi pubblici e al complesso dell’istruzione pubblica nel nostro paese.

La Legge Finanziaria non prevede stanziamenti per il rinnovo dei contratti, che peraltro dovrebbero adeguarsi al nuovo modello contrattuale sottoscritto con i sindacati complici (CISL, UIL, UGL, ecc.), che ha triennalizzato i contratti e determinato un sistema di programmazione di perdita salariale ancor peggiore di quello precedente legato alla cosiddetta “inflazione programmata”.

Le modifiche legislative operate da Brunetta (in particolare, le leggi 133/08, 15/09 e i decreti applicativi):
• tolgono pressoché ogni ruolo alla contrattazione sindacale e al ruolo delle RSU sui posti di lavoro;
• impongono una deriva autoritaria e gerarchica nell’organizzazione del lavoro;
• determinano il furto del salario accessorio di “produttività collettiva”, attraverso un sistema di “premi” elargiti o meno dalla valutazione discrezionale dei dirigenti, con vere e proprie liste di proscrizione per chi non risulterà tra i “premiati”;
• fissano il blocco delle assunzioni con conseguente perdita occupazionale, aumento dei carichi di lavoro e nessuna prospettiva di stabilizzazione per la grande massa di lavoratori precari.

A tutto ciò, nella scuola e nelle Università i provvedimenti combinati della Gelmini e di Tremonti:
• aggiungono ingenti tagli nei finanziamenti all’istruzione pubblica, dopo le riduzioni già effettuate negli anni precedenti, anche ad opera dei governi di centrosinistra;
• dispongono l’espulsione, cioè un vero e proprio licenziamento di massa, di oltre 150.000 lavoratori precari (insegnanti e personale ATA) nel giro di tre anni;
• intendono trasformare le Università (ddl Gelmini) e le scuole medie superiori (progetto Aprea) dando pieni poteri a rettori e presidi, introducendo i privati nella gestione e nei Consigli di Amministrazione, il tutto all’interno di un devastante attacco al diritto allo studio.

Facciamo della giornata dell’11 dicembre una grande giornata di lotta, che sappia coordinarsi con le altre lotte in corso.
Con quella dei lavoratori metalmeccanici per la difesa del contratto nazionale di lavoro e contro l’accordo separato sottoscritto da CISL e UIL; con quelle di tanti lavoratori e lavoratrici di aziende in crisi, per il blocco dei licenziamenti; con quelle antirazziste e dei lavoratori migranti per l’uguaglianza nei diritti; con quelle di studenti medi e universitari contro lo smantellamento dell’istruzione pubblica.

domenica 6 dicembre 2009

Nasce il popolo viola


di Checchino Antonini
Un grande corteo sfila per Roma nel "NoBDay". Qualche centinaaio di migliaia di persone all'insegna di un antiberlusconismo radicale privo però di contenuti sociali. Resta il problema di come continuare l'opposizione al governo. Intanto ci si prepara all'11 dicembre


Un milione di persone, è stato detto dal palco di Piazza S.Giovanni dove hanno parlato anche Dario Fo e Franca Rame, Ulderico Pesce e Ascanio Celestini, Moni Ovadia e Domenico Gallo, i No Ponte, i lavoratori Eutelia, i precari della scuola e i ragazzi antimafia di Corleone.
Ovviamente sono stati molti di meno, come sempre accade in questi casi, ma si è trattato comunque di un corteo che è sfilato per tre ore, continuo e fittissimo. Non si sa quanto durerà ma lo si può chiamare “popolo viola”. Rosso e viola, dove il primo è la relativa novità di una contestazione cresciuta prima sul web, nei social network e poi nella piazza. Età media più bassa del solito e con un po’ di diffidenza per le forme organizzate preesistenti. Ossia il rosso. C’era Rifondazione che, poco prima del corteo, aveva varato con il Pdci la Federazione della sinistra in un Brancaccio molto pieno. Presenza notevole dell’Idv, delle “agende rosse”, qualche grillino e, via via degli altri soggetti della sinistra radicale: verdi in tuta antinucleare,un po' di SeL, Sinistra Critica con il suo striscione sulle nostre vite che "valgono più dei loro profitti" a parlare della crisi, fino alla macchia bianca della delegazione ufficiale del Pd, spedita in extremis dopo le polemiche degli ultimi giorni.
E’ il giornale di Padellaro e Travaglio l’organo cartaceo di questa piazza in gran parte caratterizzata da parole d’ordine scarne. “Basta” e “Vergogna” le parole ricorrenti nei cartelli e negli striscioni quasi tutti dedicati al “Nano” e ai suoi problemi con la mafia e con la magistratura. Bisognerà aspettare gli spezzoni organizzati dei partiti di sinistra per trovare un accenno alla battaglia contro la precarizzazione. E i camion dei centri sociali per trovare “pezzi” di questione sociale. Tra gli spezzoni tematici è stato grosso quello No Ponte, più piccoli i richiami alle battaglie di Chiaiano e contro la Tav. Anche gli organizzatori puntano sulla questione morale più che su altri livelli di conflitto. Vengono in mente i girotondi del 2003: «Siamo un’altra cosa rispetto ai girotondi. Lì decidevano in venti per tutti. Poi quando Moretti ha tirato i remi in barca sono morti. Qui c’è un’intelligenza collettiva, un collegamento tra nodi sul modello della rete: se si sconnette un nodo gli altri restano collegati». Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori, blogger noto per 15 anni di Bo.Bi (Boicotta il biscione) annuncia al Megafonoquotidiano che da domani spunteranno ovunque bandiere viola. «Come fece il movimento per la pace». Proprio con quella stagione il paragone più diretto per quanto riguarda la partecipazione. Anche stavolta è molecolare, di vicinato. Grandi striscioni viola segnalavano gli spezzoni cittadini. In mezzo alla gente, l’inedito colpo d’occhio di Gianni Rinaldini, leader della Fiom, che marcia senza essere riconosciuto dal “popolo viola”: «In questa piazza non è prioritaria la questione sociale - ci spiega - è rilevante come sia stata organizzata ma rimane irrisolto il problema della convergenza tra le questioni dell’informazione, della giustizia e quelle della democrazia dei lavoratori. Il problema dell’attacco al contratto viene percepito come un affare interno ai sindacati e, invece, non è ininfluente rispetto alla torsione autoritaria in atto». Prossima stazione, almeno per chi colga il nesso tra Berlusconi e il berlusconismo, lo sciopero di scuola e pubblico impiego dell’11 dicembre.

Torino, Berlusconi inaugura l'Alta Velocità: contestazioni in piazza


da Repubblica.it)
Insulti e cori di protesta hanno accolto il presidente del Consiglio giunto alla stazione torinese per inaugurare il Freccia Rossa Torino-Milano. Un gruppo di circa 250 manifestanti aveva bloccato il traffico all'incrocio tra corso Vittorio Emanuele e via Sacchi. Al presidio hanno partecipato anche militanti di Sinistra Critica, Cub, Legambiente e centri sociali

Un centinaio di manifestanti, tra i quali alcuni no Tav, hanno accolto il premier Silvio Berlusconi, che oggi inaugura l'Alta Velocità Torino-Milano, con fischi e cori di protesta.
Alcuni hanno invocato per il premier "la galera" e chiesto le sue "dimissioni", mentre altri hanno intonato la canzone partigiana "Bella ciao". I manifestanti si trovano nell'atrio della stazione, nei pressi del binario 15 da cui sta per partire il viaggio inaugurale dell'Alta Velocità.
Circa 250 persone hanno bloccato il traffico vicino alla stazione, all'incrocio tra corso Vittorio Emanuele e via Sacchi.Alla protesta prendono parte, oltre ai no Tav, anche militanti di Sinistra Critica, Cub, Legambiente e centri sociali.
Simbolo della protesta una gigantesca carota di cartapesta che fa riferimento all'imminente inizio dei lavori di carotaggio per la realizzazione dell'Altra Velocità in valle Susa. Tra i cartelli uno raffigura un capostazione con una caricatura del viso di Berlusconi.Alcuni manifestanti indossano un cappello a punta con la scritta No Tav, mentre un gruppo di musicisti di strada del centro sociale Il Gabrio suona con i tamburi. Uno striscione, in particolare, contesta lo sgombero dei centri sociali di Torino.

Basta morti sul lavoro.


Sinistra Critica aderisce alla manifestazione nazionale del 10 dicembre a Torino in occasione della celebrazione del processo Eternit, per la tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori vittime dell’amianto e dei familiari e dei cittadini colpiti. E’ un’occasione importante anche per continuare la battaglia contro gli incidenti sul lavoro, veri omicidi di classe, che si attestano anche quest anno a livelli analoghi agli altri anni, nonostante la caduta verticale della produzione in quasi tutti i comparti. Anzi, percentualmente, sono persino in aumento! Non bastano norme e leggi adeguate, che pure sono indispensabili, ma occorrono soprattutto più poteri ai Rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), l’unico strumento reale di controllo e di difesa di chi lavora all’interno delle aziende.

Franco Turigliatto, portavoce nazionale di Sinistra Critica

venerdì 4 dicembre 2009

CASINI E VIETTI COMANDANO, IL PD E LA BRESSO CONCILIANO, LA SINISTRA NELL’ANGOLO


Mentre la crisi occupazionale e produttiva in Piemonte è sempre più grave e migliaia di operai cercano disperatamente di difendere il posto di lavoro, le grandi manovre per le prossime elezioni regionali sono in pieno svolgimento.

Casini e Vietti dell’Udc nel facile gioco di “vendersi” al miglior offerente hanno dettato le loro condizioni al PD e alla Bresso. Non solo una “TAV avanti tutta”, ma SI alle centrali nucleari, SI a una sanità sempre più privata e un sempre maggior sostegno alle scuole private e alle politiche familistiche. Ogni modesta pretesa di laicità dell’attuale Presidente della Regione deve finire.

E il PD di Morgando e Bresso si è subito allineato nella speranza di poter rimanere in sella la prossima primavera, ma soprattutto perché, sulle questioni di fondo, non c’è dissenso ma piuttosto convergenza con l’UDC, come è confermato dalle dichiarazioni e soprattutto dall’operare concreto di questi anni.

Chi è nell’angolo e rischia di rimanere a piedi è la sinistra, Rifondazione e i Comunisti italiani, che, dopo essere stati “leali collaboratori”, cioè dopo aver chinato il capo davanti alle tante scelte politiche ed economiche liberiste delle giunta (la gestione del progetto dell’alta velocità, una politica dei trasporti regionali discutibile, i soldi alle scuole private, i finanziamenti alle aziende senza un reale controllo del loro utilizzo, interventi in campo occupazionale tesi solo a lenire i guai più grossi provocati dalla crisi capitalistica, la cementificazione del territorio) sono oggi messi con le spalle al muro. Per restare sul carro del centrosinistra + Udc nel disperato tentativo di salvare qualche mobile e sedia, dovrebbero accettare tutte le peggior cose e magari non sarebbe neanche sufficiente.

Quando si dice il fallimento di una linea politica e di un gruppo dirigente.


Sinistra Critica sostiene la necessità di costruire una alternativa ai due schieramenti, - non la posizione politicamente perdente di ripiego quando il PD nega l’alleanza alla sinistra, - ma una politica coerente per costruire un terzo polo che sappia rispondere alle esigenze di vita e di lavoro della stragrande maggioranza delle persone contro la logica di profitto dei capitalisti e dei cementificatori.

Per questo proponiamo, per le prossime regionali, liste anticapitaliste, ecologiste, di coalizione o di movimento, che racchiudano forze diverse in alternativa al centrodestra e al centrosinistra. Al di là delle denominazioni, quello che conta è una vera e reale discontinuità con le politiche governiste di subordinazione al PD, che invece di contrastare le destre finiscono per rafforzarle proprio sul terreno fondamentale, quello sociale.

Rivolgiamo questa proposta all’insieme della sinistra radicale e dei soggetti di movimento, sociali, politici ed associativi, a condizione di una coerenza e omogeneità di scelte su scala locale e nazionale.

Ma soprattutto, sul terreno decisivo delle resistenze sociali, continuiamo a proporre alla sinistra sociale, politica e sindacale di costruire un vero e proprio movimento contro la crisi capitalistica all'insegna dell'unità e della radicalità. E’ questa la strada decisiva per battere la destra, liberarsi di Berlusconi e delle sue politiche.

IL NOBEL PER LA PACE ANCORA DI PIU' ALLA GUERRA!


IL NOBEL PER LA PACE ANCORA DI PIU' ALLA GUERRA!
di Piero Maestri, portavoce di Sinistra Critica

La decisione del presidente statunitense Barack Obama di aumentare di 30.000 soldati la presenza militare in Afghanistan è una scelta coerente con le politiche di guerra che Usa e Nato mantengono nel paese centro-asiatico. Una decisione che nasconde dietro la "necessità di combattere il terrorismo" di Al Qaeda una situazione afghana (e pakistana) che ci parla invece di una guerra che continua e delle difficoltà crescenti che gli eserciti della Nato si trovano ad affrontare su ogni piano.
Obama e i paesi della Nato, incapaci di vincere sul terreno e di convincere l'opinione pubblica dei propri paesi della giustezza della loro "missione", non sono in grado di fare altro che accelerare la propria escalation militare. e questo non farà che produrre quanto dichiara il generale statunitense McChrystal: "E' realistico aspettarsi un aumento delle perdite tra gli afgani e la coalizione".
Il segretario della Nato ha già annunciato un aumento dei sodati dell'Alleanza e questo comporterà un ulteriore impegno anche dell'Italia, che certamente il presidente Berlusconi si affretterà ad acconsentire, dopo aver aumentato il coinvolgimento dell'Italia con l'invio di altri 70 soldati della Brigata Sassari a Kabul all'inizio di ottobre.
Una decisione che non vedrà nessuna opposizione in Parlamento - già si parla dell’invio possibile di altri 1500 soldati italiani, su richiesta degli Usa e della Nato - e avrà una approvazione bipartisan, come è avvenuto oggi con il rifinanziamento delle missioni militari in votazione al Senato (con un testo che peggiora lo stesso decreto governativo).

L'unica "exit strategy" dall'Afghanistan è il ritiro immediato dei militari italiani e il sostegno ai democratici afgani schiacciati dall'occupazione Nato e dai fondamentalisti – siano al governo o meno. il movimento contro la guerra deve rilanciare la sua iniziativa contro le missioni di guerra italiane/Nato e contro le spese militari.

mercoledì 2 dicembre 2009

Autunno 69: si ribellano gli operai, nascono i consigli,


Di seguito pubblichiamo la sintesi della relazione introduttiva del nostro compagno Diego Giachetti al convegno Autunno 69: si ribellano gli operai, nascono i consigli, organizzato a Torino il 21 novembre 2009 dal Partito della Rifondazione Comunista.
Nell’articolo relativo al convegno, pubblicato il giorno dopo sul quotidiano «Liberazione», che dettaglia e sintetizza la maggior parte degli interventi, di questa introduzione e dell’introduttore non si è fatto alcun cenno.


Il ciclo di lotte che appartengono all’autunno caldo italiano si inserisce pienamente in un fenomeno che interessa altri paesi del mondo facendone, come per il magnificato ’68, un evento internazionale. I dati relativi alla conflittualità prodotta dai lavoratori salariati, principalmente dell’industria, nell’arco di tempo che va dal 1948 al 1973, evidenziano un picco di sincronia delle lotte, elevato e concentrato nel quinquennio 1968- 1973, in molti paesi: Stati Uniti, Italia, Irlanda, Canada, Australia, Giappone, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Finlandia, Nuova Zelanda, Danimarca, Norvegia, Olanda, Germania Occidentale, Svezia, Svizzera, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia, India, Cile, Perù, Argentina, Marocco, Kenia, Zambia, Ghana, Uganda, Nigeria. In generale fu la classe operaia manifatturiera che apportò il maggior contributo al ciclo di ascesa delle lotte in quel quinquennio. In particolare, fu nell’industria che si produsse una forte conflittualità di classe. E nel settore industriale il comparto automobilistico - definito il settore «fondamentale per il capitalismo del XX secolo» - si caratterizzò per le numerose mobilitazioni dei lavoratori.
Quelle onde di contestazione e di protesta operaia avevano caratteristiche simili. Si scatenarono all’improvviso e con forza imprevista e ottennero «rapidamente dei risultati»; adottarono forme non convenzionali di protesta, «tipica l’azione diretta, gli “scioperi strategici”»; quelle mobilitazioni «assunsero, per la nazione in cui avvenivano, un significato politico che andava al di là dell’importanza specifica del settore e dei suoi addetti, per cui queste ondate rappresentarono vere e proprie svolte all’interno di ciascun paese nei rapporti tra capitale e lavoro». Sul momento, quando l’ondata di lotte investì anche la Fiat di Torino, commentatori borghesi come l’allora direttore de «La Stampa», Alberto Ronchey, coniarono la definizione di “scioperi selvaggi” per mettere in evidenza due aspetti salienti: l’indizione spontanea degli scioperi da parte dei lavoratori e le forme di lotta particolarmente dure adottate per condurre la contrattazione, non rispettose delle regole che regolavano le relazioni tra sindacato e padronato.
All’appuntamento con quella ripresa delle lotte, in particolare alla Fiat, le forze del movimento operaio si presentarono con alcune caratteristiche specifiche. Il sindacato era estremamente indebolito a causa della repressione subita nella fabbrica vallettiana. Inoltre, i quadri sopravvissuti erano “vecchi”, in moltissimi casi l’adesione al sindacato era motivata ragioni di “ordine ideologico”, molti vivevamo fuori dalla fabbrica, perché erano stato licenziato o perché non vi erano mai entrati. Infine, la quasi totalità dei sindacalisti era di origine piemontese, parlava abitualmente piemontese.
Non meno difficile e problematica è la situazione in cui viene a trovarsi il Pci. Nel 1968 partito aveva 250 iscritti alla sezione Mirafiori, 200 alle Ferriere, 200 alla Metarferro e 150 a Stura, pochi se confrontati col peso elettorale che aveva in città e nei quartieri popolari. Si trattava di tesserati poco attivi in fabbrica che ebbero nell’immediato difficoltà a rapportarsi alle nuove forme di lotta, alle rivendicazioni che nascevano dalla base, compresa l’elezione diretta del delegato operaie e le prime riunioni del consiglio di fabbrica.
Diverso invece l’approccio dell’allora Psiup che promosse la sua iniziativa in fabbrica appoggiando le nuove forme di organizzazione operaia (delegati, assemblee di officina e reparto) considerate come organismi di un movimento politico di massa totalmente autonomo dai sindacati, capace di condizionarli e di trattare con loro come si tratta coi padroni.
In questo vuoto di rappresentanza sindacale e politica una parte consistente degli operai Fiat in lotta spontanea, giovani immigrati addetti alla catena di montaggio soprattutto, trovarono riferimento e rappresentanza nell’Assemblea operai e studenti, sorta nel maggio del 1969 dalla fusione tra i quadri del movimento studentesco locale e vari gruppi “operaisti” che facevano da tempo “lavoro di porta” alla Fiat. Quest’organismo informale ebbe nei mesi della primavera del 1969 una certa egemonia nel coordinamento della lotta che si sviluppava simultaneamente nei vari reparti e che rivendicava aumenti salariali eguali per tutti, riduzione dell’orario di lavoro, passaggio automatico di categoria, diritto di assemblea nei reparti. In quei mesi, dirà anni dopo Sergio Garavini, «la gestione degli scioperi non l’avevamo noi, l’aveva Lotta continua», riferendosi alla firma che compariva al fondo dei quotidiani volantini prodotti dell’’Assemblea opera e studenti.
L’apice di questa prima ondata di ripresa della lotta alla Fiat, dopo gli “anni duri” della repressione, quando le adesioni agli scioperi erano scarsissime, si raggiunse con la manifestazione del 3 luglio 1969, passata alla storia come la rivolta di Corso Traiano, dal nome del corso dove avvennero lunghi e prolungati scontri tra operai, studenti e forze dell’ordine. Accanto agli studenti, scrisse a caldo un giornalista, c’erano gli operai, soprattutto quelli giovani e immigrati, i “tera da pipe”, “napoli”, “bassitaglia”, “terroni”, come venivano appellati dai torinesi.

A settembre subito la lotta riprese con decisione a partire dell’officina 32 di Mirafiori. Nel frattempo le segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici decisero di aprire anticipatamente la vertenza contrattuale dei metalmeccanici e si presentarono all’appuntamento con una piattaforma che faceva proprie le richieste promosse dalla base nella primavera: aumenti di salari e stipendi di 75 lire per tutte le categorie operaie e di 15600 lire mensile per tutte le categorie speciali i impiegatizie; riduzione dell’orario settimanale a 40 ore a parità di retribuzione; parità normativa tra operai e impiegati in caso di infortunio e malattia; tre giorni di ferie in più per gli operai; diritto di assemblea all’interno degli stabilimenti durante l’orario di lavoro. Si trattò di una svolta che passò alla storia col nome di “cavalcare la tigre” del movimento. Ciò ridiede credibilità al sindacato e alla Fiat gli consentì di riguadagnare l’egemonia nelle lotte che aveva perso in primavera.
Questo nuovo sindacato fece propria, non senza resistenze interne, la forma consiliare voluta dagli operai (delegati eletti direttamente e consigli di fabbrica), abbandonando la vecchia organizzazione per commissioni interne. La lotta fu dura e lunga e si concluse il 21 dicembre quando fu firmato l’accordo con la Confindustria. Un accordo che aprì a rapporti di forza nuovi e vantaggio dei lavoratori nelle fabbriche e che essi useranno, consolidandoli e ampliandoli, per quasi tutti gli anni Settanta.

Tra le molte ragioni che promossero quella sollevazione di coscienza, di orgoglio e di partecipazione alla lotta negli stabilimenti della Fiat di Torino, vorrei sottolineare un aspetto che, mi pare, ancora un po’ trascurato. Si tratta del disagio esistenziale vissuto dai giovani operai immigrati meridionali nella città, non solo quindi dentro la fabbrica. Difficoltà relazionali, clima “freddo e grigio”, isolamento umano, solitudine in tutti i sensi, compresa quella sessuale. Tema quest’ultimo abbastanza rilevante in un proletariato giovane e maschile e ben interpretato (“maschilmente”) da un cantante, Patrik Samson, non certo “vate” della protesta e del movimento, dell’epoca: «la voglia di amare mi scoppia nel cuore/ soli si muore/ voglio un amore./ E’ l’ultima notte che prego il signore/ soli si muore./ Tu, o un’altra è lo stesso/ aspettare non posso!».

Diego Giachetti