lunedì 31 gennaio 2011

Dopo il 28, verso il "disgelo"


Lo sciopero Fiom mostra un risveglio "operaio" e sociale ancora parziale ma che vede in prima linea il protagonismo di lavoratori e studenti. Un "Forum delle opposizioni" per rilanciare la lotta


Gigi Malabarba
Sono state decine di migliaia le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici scesi in piazza nella giornata nazionale di sciopero decisa dalla Fiom in risposta all'attacco concentrico dei padroni e del governo, a partire dalla violenta aggressione dell'amministratore delegato della Fiat Marchionne ai diritti e alle condizioni di vita di chi lavora.
I No di Pomigliano prima e quelli ancor più consistenti di Mirafiori poi sono stati il segnale che opporsi alla guerra di classe è possibile e che vale la pena di provarci sul serio, nonostante l'isolamento pauroso in cui i metalmeccanici sono stati relegati dall'insieme dello schieramento politico istituzionale e dai sindacati complici. E da una Cgil che, se non ha potuto chiedere la testa del gruppo dirigente di categoria per lo straordinario risultato del voto alla Fiat, ha fatto di tutto per impedire una risposta generale a un attacco che riguarda l'insieme del mondo del lavoro. Anzi, di fronte alla sacrosanta richiesta di sciopero generale reclamata ancora una volta a gran voce da tutti i cortei, ha persino replicato formalmente che lo sciopero non si decide in piazza!
Ma l'allargamento ha comunque cominciato a manifestarsi 'dal basso', attraverso l'iniziativa di alcuni settori di altre categorie, ivi compreso con iniziative di sciopero, sia da parte di iscritti della Cgil che dei sindacati di base. Questi ultimi, in gran parte reticenti a mobilitarsi con la Fiom, anche quando hanno dichiarato positivamente lo sciopero, poco hanno fatto per creare le condizioni di una convergenza nelle manifestazioni. E' da segnalare però che, più di ogni altra occasione precedente, gruppi di lavoratori e delegati e intere federazioni territoriali hanno rotto la disciplina di organizzazione autoconvocandosi in manifestazioni convergenti con i metalmeccanici della Cgil. Significativa la presenza di quasi tutte le sigle del sindacalismo di base a Milano insieme agli autoconvocati che hanno sfilato in corteo dietro la Fiom, mentre i propri gruppi dirigenti manifestavano in pochi in altri luoghi...
Soprattutto però oggi è stata ancora una volta la partecipazione studentesca a rafforzare i cortei, cercando in qualche modo di dare continuità alla giornata del 14 dicembre, seppur in una scontata fase di ripiegamento delle lotte dopo l'approvazione della riforma Gelmini.
La presenza di intellettuali e di settori tradizionalmente meno disponibili a schierarsi in modo deciso da una parte della barricata quando il conflitto mette a nudo lo scontro di classe segna anch'essa l'inizio di un disgelo, che sottrae per un momento tutta la 'tensione democratica' profusa da questi ambienti nella pura denuncia delle malefatte di Berlusconi senza alcun contenuto sociale.
Il successo anche mediatico dei manifesti di Sinistra Critica per lo sciopero generalizzato contro 'i due', Marchionne e Berlusconi, è parte di questa parziale presa di coscienza.
Ma per la Fiom e per i sindacati di base la partita è tuttora in salita. C'è da augurarsi che di fronte alle difficoltà enormi per contrastare l'attacco in corso si lavori per costruire percorsi partecipati per definire le prossime scadenze di lotta, in particolare verso lo sciopero generale e generalizzato di cui c'è bisogno. Un fronte sociale e politico di opposizione, un 'forum delle opposizioni' sarebbe la sede più utile per coordinare le forze. Anche la caduta di Berlusconi in direzione di un quadro politico più utile per i lavoratori e le lavoratrici è possibile solo con un sommovimento generale di tutta la società e non solo per le sacrosante condanne giudiziarie che si merita.

domenica 30 gennaio 2011

Dal conflitto sociale una nuova sinistra. Firma anche tu l'appello!


Il governo Berlusconi ha superato la prova della fiducia parlamentare ma continua a mostrare con evidenza la sua fragilità. Troppe le contraddizioni accumulate e l'incapacità di rispondere alla crisi per pronosticare una ulteriore durata della parabola berlusconiana. Questo non vuol dire che il governo non possa continuare a fare danni, anche maggiori di quelli già fatti: dalla riforma universitaria alla legislazione sul lavoro, dall'attacco alla magistratura all'invelenimento del clima complessivo. Un'epoca di arretramenti sociali, regressione democratica e destrutturazione di classe è alle nostre spalle. Il berlusconismo ha ben incarnato un modello di comando fondato sulla corruzione, la rendita parassitaria, l'eliminazione dei diritti sociali e del lavoro. Ma la regressione sociale è stata favorita anche da un modello sociale basato sulla modernizzazione del sistema capitalistico vincolata alla competizione globale e veicolato dall'Unione europea. Un modello che ha permeato il centrosinistra italiano il quale ha contribuito a sua volta a realizzare quel disegno spesso con l'aiuto decisivo della ex sinistra radicale. Non a caso, uno degli ultimi puntelli del sistema berlusconiano è proprio la non credibilità alternativa del suo principale competitore.
Quel modello economico e sociale mostra però la corda e la crisi globale evidenzia come le classi dominanti, nel loro insieme, stanno portando al fallimento e all'implosione l'intera società.
La giornata del 14 dicembre, con la sua rabbia fredda e determinata, espressione di una rivolta giovanile che caratterizza l'Italia e il resto d'Europa, costituisce la prima avvisaglia di una rottura sociale. Anche l'ampiezza del No a Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, mostra la possibilità di un'altra lettura dello scontro di classe con segnali di risveglio di coscienza non prevedibili prima dell'offensiva di Marchionne.
Una nuova generazione comincia ad avvertire l'intollerabilità della propria condizione e chiede conto del proprio futuro. Lo fa a volte in forma disperata proprio perché non riesce più a concepire la speranza. Ma lo fa. E accanto a essa, settori del mondo del lavoro provano a tenere aperta una possibilità di resistenza alla crisi.
Noi avvertiamo l'esigenza di un'inversione di tendenza che si materializzi innanzitutto in un rinnovato protagonismo dei movimenti e dei soggetti colpiti dalla crisi e consapevoli che solo la loro unità - sulla base di rivendicazioni chiare ed efficaci, che facciano pagare la crisi a chi l'ha provocata - può generare la risorsa essenziale per resistere.
Un'inversione di tendenza che però si materializzi anche in un nuovo processo politico e sociale, alternativo al sistema capitalistico in tutte le sue opzioni, berlusconiane e non.
Con questo appello ci rivolgiamo innanzitutto ai settori del lavoro impoveriti dalla logica del profitto, ai ceti sociali proletarizzati dalla crisi e privati di futuro.Agli operai che ancora resistono alla logica ferrea del padrone come quelli che si battono contro la strategia di Marchionne.
Ai nuovi settori umiliati dalla gestione affaristica della scienza e dell’educazione. A quel precariato in formazione, fatto di ricercatori, studenti, che hanno oggi un ruolo essenziale per elaborare una critica di sistema.
Ai migranti, parte ormai decisiva del mondo del lavoro e privati di diritti, dignità, cittadinanza.
A chi ancora sostiene la legittimità del conflitto tra capitale e lavoro e il carattere non collaborazionista dei sindacati.
Ai cittadini e cittadine, alle comunità che si battono per la difesa del territorio, dell’ambiente e dei beni comuni dalla morsa degli interessi privati e del profitto.
A chi difende e sostiene la lotta per i diritti civili fondamentali, a cominciare dalla libera espressione degli orientamenti sessuali.
A coloro che hanno ancora a cuore la pace intesa come rifiuto radicale della guerra in tutte le sue espressioni, comprese quelle che mascherano con l'ipocrisia della missione umanitaria l'occupazione di territori e una logica imperiale della politica estera.
A chi tiene ancora in vita il protagonismo delle donne e la loro autodeterminazione convinte della necessità di rompere l'alleanza perversa tra il familismo filo-vaticano e il culto del potere maschilista di Berlusconi.
Lavoriamo, dunque, a un processo di ricomposizione e di riorganizzazione sociale consapevoli, però, che anche sul terreno politico, compreso quello elettorale, occorra organizzare una resistenza e una proposta politica, alternativa e indipendente, ai due o tre poli che oggi si stanno organizzando, per rimettere in campo un'opzione credibile della sinistra anticapitalista.
L'unità contro la destra, per essere davvero tale e divenire efficace, non può rimuovere l'aspetto sociale e la dimensione di classe, altrimenti, come è accaduto già negli ultimi venti anni, si ritorce contro la stessa sinistra di classe.
Sul piano elettorale, convinti che non possa comunque essere esaustivo della partecipazione politica e delle forme di resistenza al capitalismo globale, noi continuiamo a proporre la formazione, a ogni livello, di liste anticapitaliste, ecologiste, comuniste, femministe, democraticamente partecipate e funzionali a un'altra forma della politica, fuori dalla logica istituzionalista, senza cumulo di mandati, con retribuzioni in linea con gli stipendi e i salari di chi lavora, senza il carrierismo e con il rendiconto costante agli elettori e alle elettrici. Liste da presentare alle prossime elezioni amministrative e, nel caso, anche alle elezioni politiche.
Lanciamo dunque una sfida innanzitutto dentro la società e in secondo luogo nelle varie latitudini della sinistra italiana, per rimettere al centro dell'agenda un'iniziativa indipendente e alternativa per ridare speranza alla possibilità di un'azione collettiva.

Per aderire all'appello:
perunanuovasinistra@gmail.com


Primi firmatari:
Marco Bertorello, lavoratore portuale, vicepresidente Direttivo FILT CGIL Genova;
Felisiano Bruni, operaio
Fabrizio Burattini, direttivo nazionale CGIL
Luigino Ciotti, associazione Primo Maggio
Lidia Cirillo, quaderni viola
Danilo Corradi, dottorando La Sapienza
Fabiola Correale, studentessa universitaria, Ateneinrivolta.org
Eliana Como, comitato centrale Fiom
Pierpaolo Corallo, Usb settore privato
Nando D'Anna, consigliere comunale SC Casoria
Gianni De Giglio, dottore di ricerca in Economia
Nadia De Mond, marcia mondiale delle donne
Paola De Nigris. studentessa universitaria, Ateneinrivolta.org
Bruno Demartinis, insegnante, direttivo Cobas Scuola Genova;
Dario Di Nepi, precario
Luciano Governali, studente universitario La Sapienza, Ateneinrivolta.org
Francesco Locantore, insegnante precario
Pasquale Loiacono, operaio Mirafiori
Aurelio Macciò, Direttivo della Camera del Lavoro CGIL di Genova
Gigi Malabarba, rivista Erre
Felice Mometti, insegnante
Tatiana Montella, precaria
Armando Morgia, RSA VIII municipio Roma
Sergio Morra, professore ordinario di Psicologia, Facoltà Scienze della Formazione – Università di Genova
Gippo Ngandu Mukendi, ricercatore precario
Giorgio Sestili, studente universitario La Sapienza, Ateneinrivolta.org
Nando Simeone, direttivo regionale Filcams Roma e Lazio
Umberto Oreste, ricercatore
Ornella Orofino, studentessa universitaria Bari
Emiliano Viti, coordinamento No Inc. Albano
Rosalba Volpi, insegnante

sabato 29 gennaio 2011

Autoconvocati per il 28


Un appello di Rsu e Rsa per lo sciopero del 28 e per un incontro nazionale di lavoratori e lavoratrici, a prescindere dalle sigle sindacali, per il 26 febbraio a Roma


Per adesioni: scioperogenerale@gmail.com

La pesante crisi economica internazionale sta provocando massicce ristrutturazioni, chiusure aziendali, licenziamenti di precari, cassa integrazioni, abbattimento di salari e pensioni, povertà crescente. Nessuno può sentirsi escluso o garantito. Chi non è colpito oggi, rischia seriamente di esserlo già domani.

In questo clima la prova di dignità e di consapevolezza di classe offerta a tutte/i noi dalle/i 2300 operaie/i di Mirafiori nel referendum ricatto del 14 gennaio costituisce un decisivo incoraggiamento nel far fronte alla guerra totale che Marchionne (con la complicità del governo Berlusconi-Sacconi-Brunetta, della Confindustria e di Cisl-Uil-Ugl, ma anche con il sostegno di gran parte del ceto politico istituzionale) ha sferrato contro i diritti e le condizioni di lavoro e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro paese. Anche tutti i padroni, pubblici e privati sono avvisati: il modello Marchionne, incentrato sulla volontà di mettere la parola fine alle conquiste e alle tutele imposte con le lotte dal dopoguerra ad oggi, a partire dai contratti nazionali, dal diritto ad ammalarsi e dal diritto di sciopero fino alla cancellazione dei diritti sanciti dalla stessa Costituzione, non passerà senza incontrare dure resistenze.

Buona parte delle lavoratrici e dei lavoratori, indicano i risultati del voto di Mirafiori, non sono disposti ad accettare con rassegnazione e con passività un modello reazionario di relazioni sindacali, il divieto per loro di decidere sugli accordi che li riguardano e di scegliersi la propria legittima rappresentanza, in poche parole, dunque, vogliono difendere la possibilità di avere un sindacato dei lavoratori, di classe, democratico e conflittuale.

Alla Confindustria e al Governo interessa solo imporre un sistema a “Diritti Zero” per garantire i profitti per padroni, amministratori e speculatori vari anche in regime di crisi. Un modello che per la libertà di pochi di arricchirsi, calpesta i diritti e nega un futuro alla stragrande maggioranza della popolazione lavoratrice.
Il risultato del voto di Torino ci dice che la partita è ancora aperta e che il suo esito, dunque, dipende da tutte e tutti. La vittoria padronale di questa battaglia potrebbe rappresentare un ennesimo spartiacque nella regressione sociale e culturale del paese ancora più grave di quello che fu la sconfitta ai cancelli della Fiat del 1980.
Bene ha fatto la Fiom a proclamare per il 28 gennaio lo sciopero generale di 8 ore di tutti i lavoratori e le lavoratrici metalmeccanici. Vogliamo che quella giornata diventi una giornata di sciopero e di lotta generale, indipendentemente dal comparto e dal sindacato di appartenenza, di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori del nostro paese che soffrono come e, in qualche caso, di più dei metalmeccanici, la brutalità dell'attacco padronale.
Mentre in tutta Europa si sta scioperando contro i governi, il padronato ed i tagli imposti dalla UE, solo in Italia l’idea di un grande sciopero generale unitario che ricomponga nella mobilitazione le mille vertenze di resistenza alla crisi sembra un tabù.
Le sottoscritte e i sottoscritti delegati Rsa o Rsu e lavoratori iscritte/i o non iscritte/i a varie sigle sindacali salutano come positiva la scelta della Confederazione Cobas e di varie altre organizzazioni di categoria del sindacalismo base di associarsi nella proclamazione di sciopero alla data indicata dalla Fiom e chiedono con forza a tutte le altre sigle sindacali che a livello categoriale o confederale non hanno sottoscritto l'accordo-capestro di Mirafiori di proclamare per la medesima data del 28 gennaio una giornata di sciopero generale di tutte le categorie, dando così a tutti i lavoratori, agli studenti, ai precari, agli immigrati e ai movimenti di lotta la possibilità di scendere in piazza e di dare un primo grande segnale unitario di resistenza alla crisi dal punto di vista autonomo dei lavoratori.
Per questo facciamo appello a tutti i lavoratori e lavoratrici che lottano contro crisi e licenziamenti, indipendentemente dalla loro collocazione sindacale, per costruire un collegamento che unisca le forze su alcuni obiettivi comuni.

Dopo la giornata del 28 - che deve essere e sarà una grande occasione di lotta - occorre lavorare da subito per dare continuità alla mobilitazione e per costruire un nuovo appuntamento ancor più unitario e generale. Per discutere e lavorare per questo e per condividere piattaforme di lotta comuni, proponiamo un incontro nazionale di delegate e delegati autoconvocate/i di tutte le categorie pubbliche e private da tenersi a Roma nella giornata del 26 di febbraio.

Pasquale Loiacono, rsu Fiom Fiat Mirafiori; Raffaele Argenta, operaio Fiom Fiat Mirafiori; Ciro D’Alessio, rsu Fiom Fiat Pomigliano; Mimmo Loffredo, rsu Fiom Fiat Pomigliano; Stefano Birotti, rsu Fiom Fiat Pomigliano; Raffaele Manzo, rsu Fiom Fiat Pomigliano; Luigi Sorge, rsu Usb Fiat Cassino; Diego D’Agostino, Usb Fiat Cassino; Arduino Fraveto, Usb Fiat Cassino; Adriano Alessandria, rsu Fiom Lear Torino; Carmen Sanfilippo, rsa Filcams Cogetech Gaming (To); Alberto Pantaloni, rsu Slc Comdata Torino; Massimiliano Murgo, Flmu Cub Marcegaglia Buildtech Milano; Carlo Carelli, rsu Cgil Unilever Lodi; Massimo Ferrari, rsu Vigili del Fuoco Lodi; Angelo Pozzi, rsa DB Milano; Rosario Salzano, rsa DB Milano; Michele Salvi, rsu Usb Regione Lombardia; Nando Simeone, rsa Filcams Farmacap Roma; Riccardo De Angelis, rsu Flmu Cub Telecom Italia, Roma; Leonardo De Angelis, rsu Filcams Sistemi Informativi Roma; Daniela Cortese, rsu Snater Telecom Sparkle Roma; Ettore Pasetto, rsu Fiom ElsagDatamat Roma; Flavia Fornari, rsu Slc Cinema Moderno The Space Roma; Andrea Fioretti, rsa Flmu Cub appalti Sirti Roma; Francesco Cori, Coordinamento Precari Scuola Roma; Francesco Locantore, Coordinamento Precari Scuola Roma; Federico Sciarpelletti, rsu Slc Vodafone Roma; Franco Lovascio, Usb Livorno; Giuseppe Violante, rsu Fiom Maserati; Matteo Parlati, rsu Fiom Ferrari; Francesco Doro, rsu Fiom Officine Meccaniche Padova; Enrico Pellegrini, rsa Musei Civici Venezia; Maurizio Patelli, rsu Fiom KPL Packaging; Mauro Nanni, rsu Fiom KPL Packaging; Marco Odirici, rsu KPL Packaging; Massimo Graziosi, rsu Fiom KPL Packaging; Andrea Bonasoni, rsu Fiom KPL Packaging; Luciano Momari, rsu Fiom KPL Packaging; Davide Bacchelli, rsu Fiom IMA Bologna; Stefano Brunelli, rsu Filctem Cgil Irem Torino; Massimo Braschi, rsu Filctem Cgil Terna; Aljossa Stramazzo, rsa Fisac Cgil Torino; Alessandro Perrone, coord. cassintegrati Eaton Monfalcone; Francesco Santoro, rsu Terim Modena; Roberto Firenze, rsu Usb Comune di Milano; Stefano Fontana, Fiom Fincantieri; Susanna Sedusi, rsu Comune di Padova; Alessandro Busetto, rsu Cub Università Venezia; Antonino Marceca, Coordinamento Cgil Medici Aulss Veneziana; Stefano Castigliego, rsu Fiom Fincantieri; Silvestrino Turicelli, rsu Fiom Fincantieri; Davide Saccoman, rsu Fincantieri; Paolo Martellotti, disoccupato Fillea Padova; Leonardo Favaro, rsu Filcams SME spa Treviso; Pino Angione, Direttivo SDC Cgil Treviso; Fabio Braido, rsu Flaia Treviso; Francesca Roncacci, rsu Slc Vodafone Roma; Fabio Binetti, rsu Slc Vodafone Roma; Alessandro Fico,operaio Fiom IRINOX Treviso; Sergio Padovan, operaio Fiom Elettrolux Treviso; Ezio Rubert, rsu Filctem; Stefano D’Intinosante, rsu Fiom; Riccardo Filesi, coord. cassintegrati Alitalia Cub Trasporti Roma; Luca Climati, rsu Usb Inpdap Roma; Roberto Villani, Cobas Scuola Roma; Fabrizio Burattini, Direttivo nazionale CGIL; Rita Borsani, Assicurazioni Generali Roma; Paolo Tani, Rsa Usb AMA Roma; Ilario Germinario, pensionato; Federica D'Alessandro, Coordinamento Precari Scuola Roma; Ermanno Cerati, pensionato Vicenza; Eugenio Giordano, Alenia Pomigliano Direttivo Fiom Napoli; Bruno Buonomo, FLC-CGIL INFN; Paola Gasbarri, RSU Asl 12 Venezia; Antonello Tiddia, RSU CGIL Carbosulcis; Silvia Cortesi, DB Milano; Angelo Imbrogno, RSU Cobas scuola Roma; Manuela Consogno; Osvaldo Celano, RSU FIOM Marcegaglia Buildtech Milano; Eugenio Trebbi, RLS/RSU HP Roma; Gigi Malabarba, operaio Alfa Romeo Arese in pensione; Riccardo Rossi, RSU FLC Cgil Enea Brindisi; Ferruccio Nobili, Provincia di Roma; Matteo Moretti, RSU FIOM GKN Driveline Firenze; Renato Pomari, RSU FIOM IBM Vimercate; Nadia Schavecher, RSU Filctem Cgil Milano; Giliola corradi, Fisac CGIL Verona; Gianfranco Coccoli, Direttivo CGIL Padova; Gabriele Vesco, FP CGIL Venezia; Gian Luigi Deiana, Cobas Scuola Sardegna; Roberto Loddo, Rsa Slc Cgil Kistio; Raoul Malatesta, RSA FISAC Monte Titoli Direttivo Fisac CGIL Milano; Francesco Buonavita, INCA CGIL Torino; Mariagrazia Perissin, insegnante; Francesco Vernocchi, INFN, Genova; Paolo Agrestini operaio precario Roma; Fabrizio Cottini, Fiom Cgil Sielte; Sante Marini, Fiom Cgil Alcatel Alenia; Maurizio Bacchini, Fiom Cgil Baxter SpA Roma; Marina Citti, Cgil Menarini SpA Pomezia; Claudio Simbolotti, ferroviere RFI Roma; Andrea Montella, Spi Cgil Pisa; Paola Baiocchi, giornalista mensile “Valori”; Giovanni Tozzi, pensionato Spi (ex rsu Fiom); Franco Spirito, RSU Cobas IC Lippi Prato

Franco Turigliatto (SC): Una grandissima e bellissima giornata di lotta


“Il messaggio lanciato dagli operai della Fiat è stato massiciamente raccolto in tutto il paese dalle lavoratrici e dai lavoratori. Nonostante l’appoggio bipartisan dato a Marchionne dal centrodestra e dal centrosinistra, Pd compreso, l’appello allo sciopero della Fiom e dei sindacati di base è stato un grande successo e ha dato vita a una grandissima e bellissima giornata” così commenta Franco Turigliatto, portavoce nazionale di Sinistra critica, presente al corteo della Fiom di Torino. E ancora: “Fortissima è stata la consapevolezza di come Marchionne e Berlusconi siano due facce di una stessa medaglia e che solo attraverso l’unità e la lotta è possibile battere entrambi. La piazza non ha espresso soltanto la richiesta di una mobilitazione che unisca tutte le lavoratrici e lavoratori, ma ha anche indicato la possibilità concreta di realizzarla costruendo, a partire dal basso, nelle prossime settimane, un percorso per arrivare a un grande sciopero generale e generalizzato. Dopo il voto di Mirafiori la giornata di oggi è stata solo un secondo round ma può e deve essere l’inizio di una lotta prolungata sempre più ampia e unita.”

martedì 25 gennaio 2011

Fuori dalle primarie, per una lista di classe alternativa a centrodestra e centrosinistra


COMUNICATO STAMPA DI SINISTRA CRITICA TORINO

Fuori dalle primarie, per una lista di classe

alternativa a centrodestra e centrosinistra

La nostra città nelle scorse settimane è stata attraversata da uno scontro politico e sociale di grande rilevanza: da una parte i lavoratori e le lavoratrici della Fiat a difesa dei loro diritti e delle loro condizioni di lavoro, dall’altra la direzione della Fiat e le forze confindustriali che propongono un modello sociale e produttivo che ci riporta ai padroni delle ferriere dell’ottocento.

Da una parte della barricata, a sostegno degli operai Fiat, i lavoratori metalmeccanici, tanti lavoratori delle altre categorie e la parte migliore della città; dall’altro lato, a fianco di Marchionne e dei poteri forti, tutte le forze del centro destra e del centro sinistra che hanno sposato fino in fondo le politiche neoliberiste oggi dominanti.

E’ necessario che questa polarizzazione sociale possa avere anche una sua traduzione politica nella prossima, importantissima scadenza delle elezioni comunali, che sia presente uno schieramento che, senza se e senza ma, avanzi un programma alternativo ai due schieramenti principali, volendo interpretare i bisogni e le aspettative della classe lavoratrice che, da sempre, in questa città, è stata il presidio della democrazia e dell’avanzamento sociale. Una candidatura a sindaco proveniente dal sindacalismo e dal mondo del lavoro interno a questa ottica alternativa non potrebbe che avere il pieno sostegno di Sinistra critica.

Non ci interessa invece il dibattito in corso sulla partecipazione alle primarie del centro sinistra, anzi lo riteniamo profondamente sbagliato e fuorviante perché esso implica l’accettazione delle regole e dei contenuti di uno schieramento che in questi anni, nazionalmente e localmente, ha realizzato scelte molto distanti dagli interessi dei lavoratori. Queste primarie non ci riguardano perché non pensiamo che la destra si possa battere senza la ricostruzione di una cultura e di una pratica sociale di lotta e di opposizione alle scelte capitalistiche, di cui il centrosinistra non può e non vuole essere espressione.

Per questo Sinistra Critica invita tutte le forze politiche della sinistra e le forze sociali di alternativa a costruire uno schieramento e una lista espressione delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei precari, delle studentesse e degli studenti, di coloro che lottano per difendere il proprio territorio dalle devastazioni ambientali.

Uno schieramento e un candidato a sindaco, che siano espressione dello scontro sociale in atto per la difesa dei diritti del lavoro, dei beni comuni, dell’ambiente, contro ogni forma di razzismo e xenofobia.

Sinistra Critica sta lavorando per questo obbiettivo.

mercoledì 19 gennaio 2011

Il 28 gennaio generalizziamo lo sciopero!


"Senza diritti saremmo solo schiavi; senza cuore saremmo solo Marchionne"
(da un manifesto di SC)

La vecchia classe operaia della Fiat, vecchia perché da più di cento anni a Torino si producono
autovetture, ma vecchia anche perché l’età media delle lavoratrici e dei lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori è circa di 45 anni, ha dimostrato, pur tra le mille difficoltà delle sconfitte subite, di non essersi arresa. Ha dimostrato di saper riconoscere la protervia inaccettabile del vecchio nemico padrone di sempre, la famiglia Agnelli sotto il maglione nero dell’Amministratore delegato, di avere ancora consapevolezza di se stessa, dei suoi diritti e del suo ruolo nella produzione. E’ obbligata dalla condizione di classe a vendere la propria forza lavoro, ma non è disponibile a rinunciare al proprio ruolo antagonista, a diventare una classe marginale di servi.
Molti hanno sottolineato, per altro giustamente, la rivendicazione della dignità, preferisco però parlare di orgoglio operaio perché sono in troppi (tra cui non solo nemici, ma falsi amici) a volerlo interpretare solo come un gesto generoso di nobiltà che non ha però possibilità alcuna di cambiare le cose presenti. Di qui l’invito di alcuni personaggi alla Fiat di essere “magnanima” e di dare qualche spazio alla Fiom, nella speranza che si chiuda così definitivamente la partita per entrare nell’”era marchionne”, cioè del ritorno all’ottocento.
Il voto di Mirafiori deve essere invece interpretato come una proposta di riscossa, come l’allarme di coloro che sulla loro pelle si sono accorti che l’incendio capitalista brucia ogni diritto e sicurezza e che occorre quindi reagire. E’ un atto che sollecita tutte le lavoratrici e lavoratori a sollevarsi, a intervenire, a mobilitarsi unitariamente per ricostruire muovi rapporti di forza per reggere uno scontro inevitabile.
E se mai qualcuno avesse avuto dei dubbi, è lo stesso Marchionne a ricordarlo: i contenuti
reazionari introdotti a Pomigliano e a Mirafiori devono diventare la regola per tutto il settore
dell’auto. Cassino e Melfi sono già nel mirino. E dietro si affannano tanti altri capitalisti per dire: “voglio anch’io”.

Da Pomigliano a Mirafiori
Il voto di Pomigliano, giunto inaspettato, perché si temeva che il rullo compressore della Fiat e dei suoi complici e il ricatto occupazionale avrebbero fatto tabula rasa dei lavoratori, addomesticandoli alle scelte padronali, ha creato, a Torino, ma anche in tutto il paese. una maggiore consapevolezza tra i lavoratori di dover contrastare il nuovo assalto della Fiat. E’ stato così costruito un ampio e capillare lavoro che ha permesso di ottenere un risultato straordinario sfiorando quasi la vittoria piena.
In realtà se si tiene conto che una ventina di capi hanno votato nel seggio cosiddetto dei pipistrelli (cioè dei lavoratori della notte) il No ha prevalso chiaramente tra gli operai. Solo il voto, non di generici impiegati, ma della concreta gerarchia aziendale ha permesso la vittoria di misura dei si.
E, occorre ricordare, tanto più nel momento in cui Marchionne mastica amaro e parla di una vittoria mediatica della Fiom, che tutto questo è avvenuto in un drammatico isolamento dei lavoratori, con una campagna pro Fiat costruita da giornali e televisioni, dai peggiori sicofanti di ogni categoria, cioè da uno schieramento che attraversa indistintamente centro destra e centro sinistra e che si avvale del ruolo servile e vergognoso di una folta schiera di sindacati gialli. A questa offensiva a si sono opposti solo la Fiom e, nella misura delle loro forze, i sindacati di base. In panchina una CGIL che fino all’ultimo ha cercato di strattonare la Fiom per ricondurla nell’alveo della “moderazione” e dentro la logica del nuovo patto sociale che il gruppo dirigente della Confederazione ricerca da tempo, senza per altro trovare le condizioni e gli interlocutori per realizzarlo.

Classe contro classe
Lo schieramento di fuoco dell’avversario di classe era impressionante e le armi medianiche dei
giornali e dei giornali ad ogni livello di media capaci di sparare qualsiasi tipo di menzogna e di falsificazione. E continuano in questi giorni. Le istituzioni, non solo il governo schierato con la Fiat, rinunciatario di qualsiasi idea di politica industriale, che non sia di aiutare i padroni a far la pelle ai lavoratori, ma anche e soprattutto i governi locali, comune, provincia, regione, i dirigenti del centro sinistra di Torino e Piemonte hanno lavorato 24 ore al giorno per far accettare la violenza della Fiat, per convincere i lavoratori che dovevano abbassare il capo, che questo era necessario in nome della concorrenza, della globalizzazione del dio mercato e non sono mancate le preghiere del vescovo, così pietoso oggi da proporre una messa di riconciliazione per riconfermare il ruolo storico reazionario della chiesa.
Se Marchionne ha avuto un merito è quello di aver riprodotto nei suoi termini più puri e chiari lo scontro tra le classi; in questa vicenda tutte le posizioni intermedie sono state tagliate, alla fine c’era solo la barricata; ognuno doveva scegliere se stare coi lavoratori o con il padrone sovrano.
Non solo le varie opzioni politiche e sindacali sono state messe a confronto, ma anche le storie di ognuno dei protagonisti. Le predisposizioni, si sono manifestate a tutti i livelli; i vizi umani e le virtù, come sempre nei momenti cruciali, si sono disvelati fino in fondo, compresi i drammi, le angosce dei lavoratori e lavoratrici concreti posti di fronte ad un sempre più incerto futuro.

Un lavoro paziente
Il voto è stato quindi il frutto di una grandissimo e paziente lavoro e di tantissime iniziative che i militanti della Fiom, hanno saputo svolgere, senza dimenticare quanto hanno fatto i sindacati di base e anche il sostegno che le forze di estrema sinistra, a partire da Sinistra critica, (che verso questa fabbrica lavora fin dalla sua nascita 3 anni fa) hanno dato.
I militanti sindacali hanno lavorato per spiegare fin da subito che la bufera di Pomigliano sarebbe arrivata rapidamente anche a Mirafiori. Per questo era stato organizzato uno sciopero con cortei abbastanza ben riusciti a ridosso della vicenda campana. Poi all’inizio di dicembre altri momenti di mobilitazione, con nuovi, se pur difficili cortei verso l’esterno, il successo di una raccolta di firme su un testo per dire no a una proposta che ricopiava quella di Pomigliano. Una gestione tattica del gruppo dirigente della Fiom assai attenta a conquistare gli incerti, mantenendo nello stesso tempo molto ferma la barra del timone, respingendo cioè tutte le pressioni della CGIL e dei vari esponenti del centro sinistra. La combinazione dell’iniziativa dei lavoratori e la presenza di una direzione sindacale che era decisa a difendere diritti fondamentali ha costituito un punto di riferimento, che si è rafforzato con le numerose iniziative intraprese in città per far comprendere a tutti i cittadini la posta in gioco, reso ancor più credibile dalla chiarezza con cui le posizioni sono state difese in televisione.
Torino, ma anche in tutto il paese si è ricominciato a discutere del lavoro, della condizione operaia.
La vicenda è diventato fatto politico nazionale, elemento di discrimine sociale e politico. Dopo
tanti anni, di fronte alla attività concreta della classe operaia di Mirafiori, anche un settore degli intellettuali è uscito dal suo letargo, dalla sua ignavia e si è schierata con i lavoratori. Si è usciti dal logoro schema dell’unità contro Berlusconi e si è imposta la necessità di combattere insieme Berlusconi e Marchionne come espressione di una unica realtà, quella capitalista.
Travolgenti, bellissime e decisive sono state le assemblee, per la partecipazione, per la
determinazione e soprattutto perché hanno sollecitato una attivazione diretta di molti altri lavoratori, non attivisti sindacali. Il clima in fabbrica è diventato chiaramente positivo e favorevole al NO e anche la città si è trovata divisa, ma con una forte simpatia per i lavoratori contro il ricatto e la violenza della direzione aziendale.
Di qui alcune incertezze del fronte sindacale filopadronale negli ultimi giorni e l’intervento diretto dell’azienda nei reparti per sostenere la loro azione.
E non può non essere segnalata la notte finale in cui metà del paese seguiva in diretta lo spoglio dei voti, quasi si trattasse di una elezione politica.
Voglio cogliere l’occasione anche di questo articolo di bilancio per esprimere il ringraziamento di Sinistra Critica per il lavoro generoso, infaticabile e bellissimo che i nostri militanti e simpatizzanti di Mirafiori hanno svolto in questa vicenda e che l’organizzazione torinese ha cercato di sostenere con le proprie forze dall’esterno.

Le difficoltà che stanno avanti
Tuttavia occorre cominciare a soffermarsi anche sui compiti che stanno avanti, sulle grandi
difficoltà che si debbono affrontare e anche capire che, a questo scontro, non si è arrivati nel
migliore dei modi.
E’ evidente che lo scontro è a livello di tutto il gruppo Fiat, come parte della guerra che in questa fase le classi dominanti stanno conducendo contro il movimento dei lavoratori.
La Fiom era partita dalla convinzione, per altro ribadita anche nelle prese di posizioni del suo
comitato centrale, che la lo scontro era una vertenza che riguardava tutto il gruppo e che come
tale andava affrontata. La realtà si è rivelata non solo difficile, ma anche profondamente diversa, perché la Fiat ha saputo imporre una gestione frammentata, la divisione dei vari stabilimenti; il sindacato è stato incapace di reggere lo scontro sul terreno generale e costretto a una difesa fabbrica per fabbrica: prima Termini Imerese, poi Pomigliano, poi Mirafiori. La grande manifestazione del 16 ottobre non è stato il trampolino per quello sciopero generale, anche solo dei meccanici, che sarebbe stato necessario. Certo ne conoscevamo le difficoltà a partire dal fatto che la categoria dei meccanici è indebolita da dosi massicci di cassa integrazione, cioè di non presenza all’interno delle fabbriche, di decine e decine di migliaia di lavoratori e che la Fiat e l’indotto ne sono stati particolarmente colpiti, rendendo ardue risposte efficaci. Resta il fatto che alla fine lo scontro è avvenuto nelle condizioni più difficili, compreso il fatto che neppure si è riusciti a tenere insieme tutto lo stabilimento di Mirafiori con la divisione della carrozzeria dal resto della fabbrica. Occorre ricordare che in questo sito produttivo non lavorano solo i 5.500 delle carrozzerie, ma circa 13.000 lavoratori, oggi ricomposti nella sola Fiat Auto, dopo la recente scissione della casa madre nelle due società.
Resta soprattutto il fatto che i contenuti dell’accordo, cioè le imposizioni di Marchionne sono oggi in campo e che la Fiat passa all’incasso. Naturalmente il piano aziendale è quanto mai fumoso e tutti gli analisi seri ne hanno messo in luce le ambiguità e, per altro l’A.D. continua a non scoprire realmente le sue carte. L’importante era affermare l’arbitrio padronale.

L’unità delle lotte
La strada per rimettere, come è necessario, in discussione l’accordo è tutto in salita ed è resa ancora più complicata dal fatto che i lavoratori interessati, nel prossimo anno, avranno poche possibilità e pochi giorni per ritrovarsi uniti in fabbrica, nella produzione, perché saranno in cassa integrazione ordinaria fino al 14 febbraio e poi in cassa integrazione straordinaria (per eventi imprevisti?!), a cui seguirà, forse, a metà del prossimo anno, la riassunzione a scaglioni nella nuova azienda.
Inoltre il piano Fiat oltre ad essere assai improbabile, è anche discutibile sul piano produttivo vero e proprio. Fare Suv non è la scelta più felice dal punto di vista sociale ed ambientale. Inoltre la realtà del gruppo Fiat per quella che l’abbiamo conosciuta è finita. Siamo davanti a uno scenario diverso.
E’ difficile pensare a uno sviluppo reale ed equilibrato lasciando le scelte nelle mani della proprietà, tanto più sapendo che l’obbiettivo della famiglia Agnelli è di liberarsi infine del fardello del settore auto.
La necessità dell’intervento pubblico, delle nazionalizzazioni, la necessità di altri piani di sviluppo che sappiano dare garanzie di lavoro vero, di occupazione e di rispetto dei vincoli ambientali si pone dunque e questo pone anche il problema di riconversioni possibili e necessarie.
I lavoratori, la Fiom e i sindacati di base sono dunque chiamati a nuovi difficili compiti per
trasferire il successo e la credibilità conquistata col referendum su un nuovo terreno di azione e di intervento. Ma è proprio qui che si pone ancora con maggiore forza la questione della unità tra le varie aziende, dell’unità dei meccanici, ma anche l’unità con le altre categorie e con il mondo esterno, cioè con la dimensione spaventosa dei lavoratori precari e con gli altri movimenti sociali.
E’ difficile pensare di poter resistere all’offensiva determinata del padronato senza ricostruire una schieramento unitario di queste dimensioni.
E la forza sindacale, tante volte interpellata in questi mesi, per la sua storia e per la sua forza organizzativa, la CGIL, che dovrebbe essere deputata a essere il punto di riferimento per l’organizzazione dello sciopero generale e di una risposta unitaria su un programma che tenga insieme i diversi bisogni e obbiettivi, guarda altrove, insegue un nuovo compromesso con la Confindustria, lascia sola, come ha fatto in questi mesi, la Fiom, anzi lascia soli e divisi i lavoratori.
L’unità va quindi conquistata sul campo, con una azione di base, la più ampia possibile, con un impegno unitario e non conflittuale tra tutti i sindacati che vogliono difendere una posizione di classe e con una Fiom che deve saper non solo essere un punto di riferimento, ma anche di contribuire a trovare gli strumenti organizzativi e di obbiettivi per una movimento complessivo che si esprima già nella giornata del 28 gennaio, ma che possa poi radicarsi, svilupparsi nelle settimane e mesi successivi. Va da se che questa è la condizione per sconfiggere l’offensiva di Marchionne, della Confindustria, per cacciare il governo Berlusconi e di difendersi da quello che potrà succedergli.

Sinistra Critica - Organizzazione per la Sinistra Anticapitalista

domenica 16 gennaio 2011

TURIGLIATTO (SINISTRA CRITICA):GLI OPERAI DELLA FIAT DANNO L'ALTOLA' A MARCHIONNE E AI SUOI COMPLICI


"Il 46% di No a Mirafiori rappresenta un risultato eccezionale, ancor più significativo del già straordinario voto operaio di Pomigliano e superiore a ogni aspettativa, se si considera l'isolamento in cui uno schieramento politico e sindacale senza precedenti ha tentato di relegare i lavoratori e le lavoratrici della Fiat. Un risultato possibile grazie alla determinazione della Fiom e dei sindacati di base presenti in fabbrica, che apre quindi la possibilità di una più forte resistenza all'aggressione padronale in tutti i luoghi di lavoro e di una piena riuscita dello sciopero del 28 gennaio" ha dichiarato Franco Turigliatto, a nome dell'esecutivo nazionale di Sinistra Critica.



"Qualche amarezza di chi si è battuto per il No con determinazione in queste settimane è data dal fatto che per un soffio è sfuggita persino la vittoria numerica assoluta, reso vano esclusivamente per il voto scontato della gerarchia aziendale nel cosiddetto 'seggio impiegati': 300 capi e 40 membri della direzione del personale, ossia quelli che - come sulle galere romane - dettavano il ritmo ai rematori a suon di frustate." aggiunge Turigliatto.



"Per rimanere alla metafora, a tutte quelle forze che oggi si affannano nel voler 'rappresentare politicamente' questo voto di dignità e resistenza operaia, vien da dire che con questi operai bisogna prima reimparare a remare insieme. E ora il punto è proprio di non lasciare soli gli operai della Fiat e di provare a generalizzare lo sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio, nonostante gli ostacoli frapposti dalla stessa Cgil, che oggi però non può non prendere atto del consenso raccolto dalla Fiom. E' un compito che spetta a tutte le forze sindacali anticoncertative, è un'esigenza del movimento degli studenti e di tutte le opposizioni sociali e politiche del paese".



"Come Sinistra Critica vogliamo esprimere - conclude Turigliatto - un ringraziamento all'impegno davvero straordinario profuso in queste settimane dai nostri e dalle nostre militanti e simpatizzanti di Mirafiori".



Torino, 14 gennaio 2011

Un No scritto "per sé". Grazie


Con il voto di Mirafiori la classe operaia dimostra di esistere e offre una grande prova di dignità e resistenza. Per fortuna


Fabrizio Burattini*
*direttivo nazionale Cgil
Con i risultati del referendum ricattatorio scrutinati questa notte viene sconfitta l'immagine di una classe operaia italiana ormai ripiegata su se stessa e incapace di sussulti di dignità. Il piano Marchionne subisce una battuta d'arresto di fronte alla volontà di un'amplissima fetta di operaie/i, proprio di quelle/i destinate/i al montaggio delle sue macchine, di condannare i ritmi imposti dal World Class Manufacturing e la cancellazione dei diritti.
La fabbrica di Mirafiori, nonostante le tante batoste, nonostante l'età media avanzata, nonostante l'ampiezza ultrabipartizan del fronte avversario, nonostante anche alcuni tifosi del Sì mascherati ipocritamente da sostenitori del No (leggi Cgil), produce un sussulto di consapevolezza classista che supera il già importante risultato di Pomigliano e che fa giustizia di tante chiacchiere. Oggi nessuno può negare la valenza generale e la forza che i risultati del voto del 14 gennaio assumono. Quei risultati ribadiscono l'esistenza - ancora - di una vasta classe lavoratrice irriducibile alla pura manovalanza nella globalizzazione capitalistica. E l'esistenza di una consapevolezza diffusa nelle fila di questa classe della contraddizione tra i propri interessi e i progetti padronali, consapevolezza che sopravvive nonostante la caduta dei sogni del Novecento, la sparizione dei partiti di massa, i decenni di concertazione, la frammentazione sociale, i veleni razzisti e
leghisti, i tanti teorici della "sparizione della classe operaia".
Questa costatazione dovrebbe fare giustizia di tante chiacchiere sulla necessità di accantonare la "resistenza" e di "ripartire da zero" sia nei soggetti sociali da individuare, sia nelle pratiche da
intraprendere, sia nelle alleanze da sostenere. Ovviamente i chiacchieroni sostenitori della sparizione della classe operaia e dell'evaporazione della sua potenzialità anticapitalistica proseguiranno nella loro legittima attività.
Certo, come sempre è stupido pensare di "sedersi sugli allori" anche e soprattutto perché il voto di Mirafiori, per quanto straordinario, non cancella la realtà e il peso delle sconfitte politiche e sociali di
questi anni. Ma mostra, anche perché sappiamo quanti errori abbia commesso e, in qualche caso, perfino continui a commettere la stessa Fiom, quanto abbia positivamente inciso in questa vicenda l'atteggiamento più o meno combattivo e classista di una direzione politico sindacale che incoraggia e dà sponda alla irriducibilità della contraddittorietà strutturale degli interessi di classe.
Anche qui c'è la differenza tra il risultato di Mirafiori e quello di Pomigliano. Il referendum di giugno allo stabilimento "G.B. Vico" è stato vissuto molto in sordina. In base a quella esperienza, ma anche per lo svanire di ogni illusione sul carattere episodico della operazione di Marchionne, la Fiom (e, sembrerebbe, anche i sindacati di base) ha deciso di giocare la partita fino in fondo. Anche da questo nasce la maggiore fiducia con cui tanti operai di Mirafiori hanno avuto il coraggio e la dignità di classe di dire No.
Certo, anche quelle/i che hanno detto Sì sono operaie/i. E', sostanzialmente, la differenza tra classe "in sé" e classe "per sé". In 2.326 il 14 gennaio, a Mirafiori, scrivendo "No" hanno scritto "per sé".
Grazie di esistere.

venerdì 14 gennaio 2011

Il sindacato polacco a sostegno di Mirafiori


Messaggio del presidente di "Agosto 80" il principale sindacato dello stabilimento di Tychy in Polonia: "Il ricatto e la menzogna sono inaccettabili, rifiutate l'accordo"


Tychy, 13 gennaio 2011

La segreteria del Sindacato libero « Agosto 80 » del Fiat Auto Poland S. A. sostiene pienamente l’azione della Fiom di Torino, volta a respingere l'attuazione dell'accordo del 23 dicembre 2010 tra la direzione della Fiat e alcune organizzazioni sindacali.

Questo accordo annulla o limita vergognosamente diritti che i lavoratori hanno ottenuto attraverso le loro lotte negli ultimi decenni. L'accordo riduce sostanzialmente il costi del gruppo Fiat, ma solo a spese dei lavoratori. L'introduzione della flessibilità dell'orario di lavoro, di una serie di altri meccanismi finanziari per ridurre i salari, l'eliminazione o la riduzione delle pause - tutto ciò - comporta un maggior sfruttamento dei lavoratori Fiat.
Gli strumenti adottati per imporre questi cambiamenti - cioè il ricatto e la menzogna - sono inaccettabili e non devono avere spazio nel mondo civile.
La direzione della Fiat e Marchionne in particolare si sono posti l'obiettivo di massimizzare il livello dei profitti adottando misure che ricadono solo e interamente sulle spalle dei lavoratori. E’ quanto sta accadendo anche in Polonia, alla Fiat Auto Poland S. A.
Anche a Tychy, il nostro sindacato è l'unico che si oppone a questi cambiamenti – e anche qui, la direzione cerca di imporli con gli stessi strumenti, il ricatto e l’utilizzo della forza, al limite delle legalità. Non dobbiamo permettere che la direzione Fiat possa comportarsi in questo modo. Siamo consapevoli che il gruppo Fiat per sopravvivere debba essere competitivo, ma ci sono altri strumenti per rendere efficiente l’azienda senza prelevare denaro dalle tasche dei lavoratori e tanto più attaccare diritti fondamentali dei lavoratori.
Facciamo appello alle lavoratrici e ai lavoratori della Fiat a Torino : Rifiutate questo accordo vergognoso !

Per la Segreteria del sindacato
Franciszek Gierot

giovedì 13 gennaio 2011

L'ultimo intempestivo


Un anno fa moriva Daniel Bensaid, filosofo marxista, fondatore della Lcr francese, militante altermondialista. Lo ricordiamo con l'articolo di Cinzia Arruzza pubblicato su Erre in occasione della sua scomparsa.


di Cinzia Arruzza
“Militare è il contrario di una passione triste”

Le biforcazioni e i bivi, le pieghe e i salti della storia, i tempi che sembrano accartocciarsi su se stessi, fuori dai cardini, impazziti, o sospesi, gli eventi che sembrano stagliarsi nella loro unicità dal flusso omogeneo dello scorrere del tempo orologiaio, nascondendo agli occhi poco attenti i mille fili sottili che tengono insieme loro malgrado queste temporalità discordi. Daniel Bensaïd aveva ben riconosciuto questa follia del tempo che non ammette giudizio finale, della storia che non si piega alle logiche giudiziarie di un processo inteso ad emettere un verdetto definitivo. Come aveva già riconosciuto un appassionato della rivoluzione quale Auguste Blanqui, uno dei suoi autori più amati, nell’isolamento della sua trentennale prigionia parigina, Bensaïd sapeva che il verdetto non è mai pronunciato in maniera definitiva, e che la storia è continuamente riscritta dalla lotta e dai suoi esiti.

Dal leninismo urgente alla lenta impazienza
Se mai c’è stato percorso intellettuale segnato profondamente dalla biografia personale e dai sali e scendi di un impegno militante mai abbandonato, quello di Daniel Bensaïd, ne è senza alcun dubbio uno. Entrato a far parte della JCR nel 1966 e decisosi ad aderire alla Quarta Internazionale, insieme a tutta l’organizzazione, nel 1969, la sua militanza ha assunto quasi immediatamente il ritmo turbinoso degli anni che hanno preceduto e seguito il Maggio 1968. Anni di una socialità intensa, di creazione di una collettività politica e amicale per la quale i confini tra gli appartamenti privati e i locali odorosi di colla per manifesti rimanevano piuttosto incerti, per quanto, come si può leggere all’inizio della sua autobiografia, «in tempi (gli anni Settanta) in cui la rimessa in discussione delle frontiere fluttuanti tra pubblico e privato fu considerata come il sommo dell’audacia, in cui “mettere a nudo le proprie viscere” passava per gesto liberatorio, ho preferito conservare l’intimo sotto la linea di fluttuazione». Questa collettività non l’avrebbe più abbandonata, sino al suo recente scioglimento nel Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), a cui fino all’ultimo giorno ha voluto dare il suo contributo intellettuale e militante.
Erano gli anni in cui “la storia ci mordeva la nuca”. “Ce la mordicchiava”, corregge la sua autobiografia. In un momento in cui il problema del potere si poneva con un’urgenza a volte immaginaria, la questione strategica ha rappresentato il fulcro degli inizi della sua riflessione teorica. Tratto dalla sua tesi di laurea su “La nozione di crisi rivoluzionaria in Lenin”, l’articolo rielaborato insieme ad Alain Naïr e pubblicato nel dicembre del 1968 sulla rivista Partisans, “A propos de la question de l’organisation: Lénine et Rosa Luxemburg”, faceva prova di un “ultrabolscevismo” in parte giustificato dall’esperienza del Maggio appena conclusasi. Da qui in poi, tuttavia, Lenin sarebbe rimasto un riferimento costante della riflessione di Bensaïd sulla questione strategica e sul partito, pur nel trasformarsi della sua lettura da un leninismo urgente all’arte della lenta impazienza.
In Lenin, infatti, viene individuata la corretta intuizione dello scarto che separa inevitabilmente il politico dal sociale, rendendo impossibile e del tutto fuorviante qualsiasi tentativo di traduzione meccanica dei linguaggi e delle istanze da un ambito all’altro. Il politico funziona attraverso una trasposizione, in cui i contenuti, le istanze, le motivazioni, i rapporti di forza, in una parola: la lotta di classe del sociale, subiscono un processo di condensazione e spostamento simile a quello esistente tra l’inconscio e l’Io. Per imparare a riconoscere il linguaggio proprio del politico e i suoi lapsus rivelatori, il partito deve mettersi nella posizione d’ascolto dell’analista e praticare l’arte dell’interpretazione.
A partire dalla constatazione di questa irriducibilità di politico e sociale, peraltro messa in luce sin da subito dallo scarto tra l’esplosione sociale del ’68 e degli anni successivi e i magrissimi risultati delle due elezioni presidenziali a cui la Lcr prese parte candidando Alain Krivine (rivelatori del fatto che “le vie elettorali sono spesso più imperscrutabili delle vie del Signore”), la questione della non coincidenza tra partito e classe e, quindi, della pluralità delle organizzazioni politiche della classe diviene ineludibile. Questione che Trotskij avrebbe riconosciuto solo negli anni Trenta, dopo le cocenti sconfitte dell’Opposizione di sinistra. Bensaïd ritrova in Lenin alcune intuizioni fondamentali del problema, ad esempio nella sua difesa dell’autonomia dei sindacati, nel 1921, contro il progetto di militarizzazione del lavoro di Trotskij, e nella sua insistenza sulla necessità di una pluralità interna al partito.
Sempre Lenin è servito da antidoto, anche negli anni recenti del movimento altermondialista, contro “l’illusione sociale” dell’autosufficienza movimentista e per sottolineare costantemente la necessità della ragione strategica.
In un momento in cui lo strutturalismo di Althusser occupava il campo della teoria rischiando di annegare la possibilità dell’intervento soggettivo nella “tirannia della struttura impersonale” , il ricorso a Lenin ha offerto il punto di partenza per pensare l’irruzione della soggettività rivoluzionaria. Declinata in chiave a volte ultra-volontarista negli anni del leninismo urgente, questa irruzione continuerà tuttavia a costituire una costante del pensiero di Bensaïd, sollevando non solo il problema delle forme organizzative, del rapporto tra partito e classe, del pluralismo politico, ma anche quello decisivo del potere e della crisi rivoluzionaria. La questione cruciale – come articolare l’evento alla struttura? – avrebbe assunto negli anni del passaggio alla lenta impazienza il carattere di un interrogativo costante sulle forme della temporalità. Come pensare la crisi rivoluzionaria in controtempo, in anni di riflusso e di sconfitta, in decenni in cui agli scoppi insurrezionali, alle guerre anticoloniali, all’esplosione politica di una nuova generazione ribelle, alla creatività traboccante delle sue forme di espressione, si doveva sostituire per necessità il lavorio lento e paziente della talpa? Come riannodare le temporalità discordi dell’evento rivoluzionario e della sua lenta preparazione? Se Lenin aveva colto appieno – sul piano dei processi di soggettivazione – questa logica delle discordanze e la conseguente necessità di imparare a “saltare” e, dunque, di tenersi sempre “pronti” all’imprevedibilità dell’evento, è in Benjamin e, soprattutto, in una rilettura del Marx critico dell’economia politica che Bensaïd troverà gli strumenti per l’elaborazione di una nozione di temporalità in grado di resistere all’“aria dei tempi”.
Alla fine degli anni Settanta era arrivato il momento di fare i conti con un decennio intenso di lotte vissute correndo più veloci della propria ombra. Dopo l’esperienza sessantottina, Bensaïd aveva seguito da vicino, come membro dell’Internazionale, le vicende di un’Argentina in sommovimento, che gli avrebbero lasciato un segno indelebile. Consapevole dei danni provocati da una feticizzazione della lotta armata e da un volontarismo poco attento a un’analisi dei reali rapporti di forza tra le classi, di cui egli stesso si sentiva responsabile, la scia di morti lasciati dalla sanguinosa repressione argentina, la cancellazione delle decine di volti conosciuti durante il suo viaggio del 1973, è diventata per lui una figura del Super Io: «Per quanto breve, l’episodio argentino resta il più doloroso della mia vita militante. Esso è senza dubbio costitutivo del Super Io che detta l’imperativo di continuare, di non rinunciare alla prima difficoltà, di non cedere alla prima esitazione dell’anima. Contrariamente all’evocazione che ne fanno a volta gli ex disincantati, la nostra lotta non era un gioco».
Il governo di destra prima e l’inizio dell’epoca Mitterand dopo, il riflusso della fine degli anni Settanta e l’avvio dei penosi anni della restaurazione, unito alla chiusura dell’esperienza del quotidiano “Rouge”, nato e vissuto in controtempo, avrebbero segnato una svolta nel percorso di Daniel Bensaïd. Di fronte al peso della sconfitta, comprende la necessità di compiere il medesimo gesto compiuto dai maggiori pensatori rivoluzionari prima di lui. Per non cadere nella ripetizione di una politica di mera resistenza o difensiva a rischio di continuare a girare a vuoto, era arrivato il momento di tornare ai fondamentali della teoria – partire da Marx ed Hegel – e di ripensarli in profondità. Di risalire alla critica dell’economia politica, per ritrovare questa discordanza dei tempi nella logica di funzionamento stessa del Capitale.
La lunga malattia iniziata a partire dai primi anni Novanta avrebbe poi funzionato da convertitore di energia, segnando in maniera definitiva il passaggio dal responsabile del servizio d’ordine e dall’ardente agitatore politico a un’attività teorica di una prolificità straordinaria. Pur senza mai abbandonare la propria identità di militante, pronto a impilare diligentemente le sedie al termine dell’ennesima riunione, Daniel Bensaïd si sarebbe quindi trasformato nel pensatore dell’intempestività.

Controtempi e intempestività
Contretemps è il nome scelto da Bensaïd per la rivista teorica da lui fondata nel 2001 e diventata dall’anno scorso la rivista ufficiale dell’Npa. Non si tratta solo di un nome, ma di un programma di riscoperta dei controtempi e delle intempestività implicati insieme sia dal modo di funzionamento specifico del Capitale sia dal gesto teorico che li svela rendendo così possibili un’altra intempestività e un altro controtempo: quelli della ragione strategica e della sua realizzazione pratica e organizzativa. In Marx l’intempestivo e La discordance des temps sono raccolti i risultati di un quindicennio di ricerche su Marx, nutrite dei seminari e delle letture condotte insieme ai suoi studenti nel corso degli anni, “contro venti e maree”.
La pubblicazione di questi due volumi è stata preceduta dall’apparizione in rapida successione, tra 1989 e 1991, di tre saggi di filosofia storica, definiti dallo stesso Bensaïd come una trilogia sulla storia e sulla memoria e dedicati alla rivoluzione francese e alla riscoperta di Benjamin e Giovanna d’Arco: Moi, la Révolution: remembrances d’une bicentenaire indigne (Parigi 1989), Walter Benjamin, sentinelle messianique (Parigi 1990), Jeanne de guerre lasse (Parigi 1991). Un preludio, o una deviazione necessaria prima di tornare finalmente a Marx e alla sua critica della ragione storica.
In Marx l’intempestivo e ne La discordance des temps si trattava non solo di “verificare i fondamenti teorici alla luce della contingenza”, ma anche di liberare Marx dalle incrostazioni ideologiche di un secolo di interpretazioni positiviste e deterministe, che avevano proliferato in seno alla Seconda Internazionale e alla tradizione socialdemocratica prima, e alla Terza Internazionale stalinizzata poi. Per far questo Bensaïd fa ricorso alla riscoperta del Marx delle tre critiche fondamentali: dell’economia politica, della ragione storica e del positivismo scientifico. La riflessione sul tempo si sposta così dal piano esclusivo dei processi di soggettivazione e del progetto strategico alla scoperta nel Capitale stesso (nei due sensi: nel modo di produzione capitalistico e nella sua critica) della compresenza di forme discordi di temporalità. In altri termini l’intempestività del gesto teorico marxiano, così come quella del salto insurrezionale leninista trovano un fondamento e una ragione in una discordanza dei tempi che caratterizza sia la relazione tra sfera della produzione, sfera della circolazione e sfera della riproduzione di insieme del Capitale sia lo sviluppo ineguale e combinato.
Come scrive Tombazos, uno dei maggiori interlocutori teorici di Marx l’intempestivo: «Il capitale è un’organizzazione concettuale del tempo. Non è né una cosa, né un semplice rapporto sociale, ma una razionalità viva, un concetto attivo, l’astrazione in actu, scrive Marx a più riprese: Il capitale è la logica della sua storia».
Il Capitale riorganizza il tempo, stratificandolo in una compresenza di anacronismi e punte di estrema modernità, linearità della produzione e vertiginosa circolarità dello scambio, intrecciando e incastrando insieme “tempo meccanico della produzione, tempo chimico della circolazione e tempo organico della riproduzione”. In questo turbinio di temporalità intrecciate Bensaïd prova a individuare la chiave dell’enigma del tempo della politica, cioè del tempo storico. Attraverso questa mossa – la riscoperta del Marx critico dell’economia politica – gli è quindi possibile fondare una concezione del tempo della politica che eviti due pericoli opposti, ma speculari. Da un lato, la fiducia in un tempo storico lineare e progressivo, già lapidariamente smascherata dal Benjamin delle Tesi sul concetto di storia, e la concezione per stadi della lotta politica rivoluzionaria. Dall’altra un’assolutizzazione della singolarità dell’evento rivoluzionario come svelamento di una verità che lo rende incommensurabile alla routine della situazione che lo precede e che lo segue. Entrambe le posizioni celano infatti la traduzione in termini secolarizzati di una visione teologica della storia: da un lato, l’idea di una provvidenza il cui disegno si svelerebbe progressivamente nel corso dello sviluppo storico sino a giungere al radioso sol dell’avvenire; dall’altro, una mistica dell’evento come istante della rivelazione.
A queste forme secolarizzate di concezione teologica della storia, della politica e del loro rapporto, si contrappone allora una politica che prova a essere radicalmente e interamente profana, intesa come arte strategica, libera da ogni ipostatizzazione misticheggiante della storia e dall’elaborazione di una nuova filosofia della storia universale, ma allo stesso tempo resistente alla frammentazione proposta dalle varietà delle teorie postmoderne: «Occorrerà [...] spezzare il circolo vizioso del capitale globale e del feticismo assoluto della merce. E ciò passa attraverso pratiche e lotte, attraverso un nuovo ciclo di esperienze, attraverso una paziente attenzione alle lacerazioni del dominio da cui può sorgere una possibilità intempestiva, attraverso la preparazione a “questa decisione eccezionale che non appartiene a nessun continuum storico”, e che è l’anima della ragione strategica».

La lotta non è un gioco
Se il tempo è un rapporto sociale, la classe non è certo da meno. Il Marx critico della ragione positivista applicata al progresso storico è anche il Marx che concepisce le classi nelle loro relazioni reciproche, come rapporti e campi di forze, contro ogni deriva nel positivismo di una sociologia classificatoria: «La teoria di Marx non è nemmeno una sociologia empirica delle classi. Contro la razionalità positiva, che ordina e classifica, che costruisce inventari e repertori, che tranquillizza e pacifica, essa innesca la dinamica del conflitto sociale e rende intelligibile la fantasmagoria delle merci. Non che i diversi antagonismi (sessuali, gerarchici, nazionali) siano riducibili al rapporto di classe. La diagonale del fronte di classe li lega e li condiziona senza confonderli. Da questo punto di vista, l’altro (straniero per la sua religione, le sue tradizioni, la sua origine, la sua parrocchia o il suo campanile) può sempre divenire un altro me stesso in un processo di universalizzazione reale. Per questo le classi non sono mai oggetti o categorie di classificazione sociologica, ma l’espressione stessa del divenire storico».
In Marx l’intempestivo Bensaïd prova a ripercorrere, come un detective sulle tracce di un misfatto, il modo in cui le classi si rivelano per approssimazioni successive attraverso i tre libri del Capitale. Nel Libro I la classe si rivela come un produttore frammentario e mutilato, la cui definizione tuttavia appare già intimamente legata alla lotta sulla giornata di lavoro e dunque attorno al saggio del pluslavoro. Già nel Libro I, quindi, la classe non è riducibile alla semplice funzione di soggetto passivo dello sfruttamento, dal momento che essa è già da subito polo di un antagonismo con il Capitale attorno al tempo di lavoro socialmente necessario per la propria riproduzione.
Il rapporto di sfruttamento che determina la classe nel Libro I del Capitale, appare trasposto nel Libro II nella «negoziazione conflittuale della forza lavoro in quanto merce», un antagonismo i cui due poli sono da un lato il salariato che vende la sua forza lavoro, dall’altro il capitalista in quanto detentore del capitale monetario. Ma è solo nel Libro III, e nell’incompiutezza esasperante del capitolo sulle classi, che emerge finalmente la questione ineludibile della concezione delle classi come rapporti. Allora rispondere alla domanda “che cos’è una classe”, come se si trattasse di un fatto etichettabile, classificabile, fotografabile in sé, indipendentemente dalle sue relazioni conflittuali con le altre classi, diventa semplicemente un controsenso. Come scrive Foucault, citato più volte da Bensaïd: «i sociologi dibattono all’infinito su cos’è una classe e chi vi appartiene. Ma, fino ad ora, nessuno ha esaminato o approfondito la questione di cosa sia una lotta. Che cos’è la lotta quando si dice lotta tra le classi? Ciò di cui mi piacerebbe discutere, a partire da Marx, non riguarda il problema della sociologia delle classi, ma il metodo strategico che concerne la lotta».
Una lettura strategica delle classi è quindi la sola che possa permettere di coglierne la natura sfuggente allo sbriciolamento classificatorio. Lettura strategica che si oppone a qualsiasi riduzione degli antagonismi di classe alla “teoria dei giochi”, tentata da una parte del marxismo analitico. La lotta è la cifra nascosta della determinazione di una classe, una lotta che prende avvio già dall’opposizione del lavoro vivo al lavoro morto nel rapporto di sfruttamento e che non svanisce nel momento in cui si dileguano le sue forme più vive o più coscienti. Una lotta che inizia per non finire più.

Zavorre o bagagli?
L’acuta consapevolezza dell’impossibilità della riduzione della lotta di classe a gioco derivava a Bensaïd certamente ancor prima che da una presa di posizione teorica, da un’adesione politica senza soluzioni di continuità. Un’adesione al comunismo come “movimento reale”, ma anche un’adesione più specifica, quella a una corrente politica, la Quarta Internazionale, che dal 1969 in poi non avrebbe mai abbandonato. All’interno dell’Internazionale ha ricoperto un ruolo dirigente per molti anni, occupandosi dell’Argentina, poi della ricostruzione della sezione brasiliana, senza tralasciare un ruolo di formatore svolto per lungo tempo all’IIRE di Amsterdam. Di questa appartenenza, in Chi sono questi trotskisti?, Bensaïd rivendica in particolare il “diritto a ricominciare” conquistato da una corrente internazionale, che, per quanto minoritaria e lacerata da ripetute scissioni al limite della patologia, sintomo ed effetto della sua condizione di isolamento, non ha «condiviso il fallimento politico e morale dei [...] partiti maggioritari» del movimento operaio. Una corrente che per settant’anni si è trascinata appresso, faticosamente, attraverso le sconfitte, la repressione stalinista e quella fascista, i “bagagli dell’esodo” che le hanno consentito di continuare a pensare la rivoluzione in assenza della rivoluzione.
Confondere la continuità di un’appartenenza politica e quella di un’appartenenza teorica sarebbe però fuorviante. Bensaïd era consapevole che i bagagli – il patrimonio teorico e politico elaborato da Trotskij negli anni Trenta – devono essere costantemente messi a verifica e ripensati per non trasformarsi in pesanti zavorre.
Già controcorrente con il suo volontarismo ultraleninista degli anni giovanili, Bensaïd non lo è stato di meno con il gesto teorico compiuto a partire dalla fine degli anni ’80 e che lo ha portato a pubblicare più di venti libri in un costante corpo a corpo con la morte. La straordinaria ricchezza di riferimenti teorici e letterari di cui si è nutrita la sua scrittura e la sua riflessione ha allargato i confini del patrimonio a disposizione della sua corrente ad un’ampiezza sino ad allora sconosciuta, certamente sconosciuta a partire dai tempi di Trotskij. La sua concezione della discordanza dei tempi, se da un lato approfondisce alcune potenzialità insite nella teoria dello sviluppo ineguale e combinato, cozza però indubbiamente con un certo residuo di positivismo che viveva nelle pagine di Trotskij stesso e che ritorna ancora nell’opera di Mandel.
Se la teoria vive di un’inevitabile autonomia rispetto alla quotidianità della militanza, per non rischiare di rimanere schiacciata sulla contingenza e l’impressionismo, questa autonomia non può però mutarsi in schizofrenia. L’impegno di Bensaïd è stato attraversato dal costante tentativo di tradurre nel linguaggio performativo della prassi la critica sviluppata nel laboratorio della teoria. Senza mai rinunciare a nessuno dei vecchi bagagli che potesse rivelare ancora di svolgere un ruolo prezioso nel vivo della lotta presente, ne ha messo a disposizione della sua corrente politica anche di nuovi. Sta ora a questa collettività, che aveva scelto, imparare ad usarli e continuare a trasportarli.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il Cammino dell'altra america - Erre n. 41


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EDITORIALE
Dopo l'Irlanda, l'Europa al capolinea (Marco Bertorello e Danilo Corradi)

PRIMO PIANO
Dopo il 16 ottobre (Sergio Bellavita)
Autunno 2010: anatomia di un grande movimento sociale (Sophie Bèroud e Karel Yon)
Luoghi migranti (Felice Mometti)

FOCUS
L'incerta fase dell'America latina (Antonio Moscato)
Venezuela, Bolivia, Ecuador: il socialismo è ancora lontano (A.M.)
Il "lulismo" che vince ma non cambia il Brasile (Solange Cavalcante)
Cuba verso il congresso (A.M)

IDEEMEMORIE
Alla ricerca della classe perduta (Lidia Cirillo e Marco Bertorello)
Ricostruire a mani nude (intervista a Marco Revelli di Eugenia Foddai)

CORRISPONDENZE
Dopo la disfatta dei democratici (Against the current)
La mobilitazione delle donne in mezzo alla guerra del Congo (Nadia De Mond)

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martedì 11 gennaio 2011

SINISTRA CRITICA INCONTRA LA FIOM


"Solidarietà piena alla battaglia per il No alla Fiat
Costruiamo un Forum delle opposizioni sociali"

Una delegazione di Sinistra Critica, guidata dall'ex senatore Franco Turigliatto, ha incontrato questa mattina la segreteria nazionale della Fiom, rappresentata da Maurizio Landini e Sergio Bellavita. Nell'incontro Sinistra Critica ha ribadito la totale solidarietà alla battaglia dei lavoratori della Fiat per difendere il lavoro e i diritti, nonché il sostegno alla Fiom e alle iniziative intraprese per contrastare l'offensiva padronale, lesiva di fondamentali tutele democratiche.

Sinistra Critica ha anche sottolineato la necessità di un'ampia convergenza tra i soggetti che stanno pagando i costi della crisi, per contrastare la guerra sociale scatenata in Europa da governi ed imprese. Una guerra che straccia diritti sul lavoro conquistati in decenni di lotte, ricatta i/le migranti senza riconoscere loro nessuna cittadinanza, dismette il mondo della formazione pubblica e lo consegna in mano ai privati, devasta l'ambiente e i territori, sottrae beni comuni come l'acqua al controllo pubblico.

Per questo sosteniamo la proposta dello sciopero generale a partire dalla giornata del 28 gennaio, perché sia il più partecipata possibile e coinvolga, nello spirito del grande corteo del 14 dicembre, chi non è disposto a pagare una crisi provocata da un capitalismo sempre più feroce. Così come ribadiamo la necessità sempre più evidente di un "Forum delle opposizioni sociali", come luogo di incontro e sintesi tra diversi movimenti, associazioni, sindacati unendo le lotte di tutti coloro che vogliono trovare una risposta sociale alla crisi e a chi la gestisce.
Sinistra Critica - Movimento per la sinistra anticapitalista

La Fiom e la sinistra


Nella sede del sindacato metalmeccanico, prima di andare dal Pd, si alternano Rizzo, Ferrando, Diliberto e Turigliatto. Tutti schierati con i lavoratori di Mirafiori


Alla domanda su cosa si attendeva dal Pd, nella conferenza stampa di stamattina, Maurizio Landini ha risposto: "Che prenda una posizione”. Invece il Pd, che nel pomeriggio ha incontrato i vertici della Fiom, con Landini e Airaudo, una posizione non l'ha presa. Sul referendum di Mirafiori, hanno spiegato Bersani e Fassina, responsabile economico del partito, il Pd non si esprimerà e ne rispetterà il risultato “qualunque esso sia”. Un modo per scaricarsi dalle responsabilità e cercare di gestire in qualche modo le differenti posizioni interne. IIn Transatlantico, tanto per citare un esempio a caso, l'ex popolare Giuseppe Fioroni, attaccava frontalmente l'incontro con la Fiom concesso da Bersani nonostante il segretario avesse provveduto a organizzare un analogo incontro anche con la Fim e la Uilm. In realtà, intorno alla Fiom, nel Pd si gioca la guerra di posizioni interne e l'unica apertura, se così si può chiamare, che viene dal partito nei confronti del sindacato è per Susanna Camusso di cui si sposa la linea della "firma tecnica". Lo ha ribadito ancora oggi l'ex ministro Cesare Damiano che della Fiom ha guidato l'ala riformista.

Ben altro calore la Fiom ha ricevuto dagli incontri politici di ieri. Nella sede di Corso Trieste, infatti, si sono alternate le delegazioni della "sinistra radicale" una volta riunite in uno stesso partito e oggi piuttosto divise. Ha cominciato al mattino presto il Pcl, reduce da un congresso nazionale tenutosi a porte chiuse, con il suo portavoce Marco Ferrando che ha dichiarato "pieno e incondizionato sostegno alla Fiom e alla sua battaglia contro l'attacco congiunto del padronato, del governo, del Pd". Ferrando ha annunciato a Landini un'iniziativa di sostegno alla Fiom "da parte di un gruppo importante di operai americani della Chrysler di Detroit, in contatto con i sostenitori in Usa della nostra organizzazione internazionale. Dopo Ferrando, è stata la volta di Marco Rizzo, uno dei fondatori del Pdci di Cossutta e oggi portavoce di Comunisti-Sinistra popolare che ha invitato la Fiom a indicare una candidatura a Torino, "fuori dal Pd e contro Fassino" alle prossime elezioni comunali.

La delegazione di Sinistra Critica era guidata dall'ex senatore Franco Turigliatto e composta da due giovani protagonisti del movimento universitario. E quindi, oltre a ribadire "la totale solidarietà alla battaglia dei lavoratori della Fiat", Sinistra Critica ha anche sottolineato la "necessità di un'ampia convergenza tra i soggetti che stanno pagando i costi della crisi". Nell'aderire con convinzione allo sciopero del 28 gennaio, Turigliatto ha sottolineato l'importanza di rievocare "lo spirito del grande corteo del 14 dicembre" anche per costruire un "Forum delle opposizioni sociali", non "come somma di sigle ma come come luogo di incontro e sintesi tra diversi movimenti". Una proposta che ha incontrato la disponibilità della Fiom che però ha precisato di essere interessata non a operazioni simboliche ma a realizzare una reale convergenza di massa tra soggetti diversi,

Infine, prima di andare nella sede del Pd, la Fiom ha incontrato il portavoce della Federazione della Sinistra, Oliviero Diliberto che si è schierato "senza tentennamenti con i lavoratori metalmeccanici e con la Fiom". Il12 gennaio, a Torino, sarà la volta dell'incontro con Vendola e Sinistra, Ecologia e Libertà.

Sciopero generale dei Cobas il 28 gennaio


Mettiamo in campo un ampio fronte sociale per battere l'arroganza padronale e governativa, smascherare la finta "opposizione" parlamentare e i sindacati collaborazionisti,


Il potere economico e politico liberista, che ha trascinato l'Italia e parte del mondo nella più grave crisi del dopoguerra, invece di pagare per la sua opera distruttiva, cerca di smantellare ciò che resta delle conquiste sociali, politiche e sindacali dei salariati/e e dei settori popolari.
Nell'ultimo biennio il governo Berlusconi, sulla scia del centrosinistra prodiano, ha cancellato centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle fabbriche e nelle strutture pubbliche (a partire dalla scuola: 140 mila posti in meno ed espulsione in massa dei precari), ingigantito il precariato lavorativo e di vita, imposto catastrofiche "riforme" della scuola e dell'Università, nel Pubblico Impiego bloccato i contratti e con il decreto Brunetta sequestrata la contrattazione e i diritti lavorativi e sindacali, come fatto a livello generale con il "collegato lavoro".

In parallelo, il capo-banda Fiat Marchionne guida l'assalto di un padronato parassitario e aggressivamente reazionario contro ciò che resta dei diritti degli operai, sperimentando alla Fiat la riduzione dei lavoratori/trici a "neo-schiavi" dell'arbitrio padronale. In queste settimane, però, il movimento antiliberista ha rialzato la testa e, grazie al forte contributo del movimento studentesco, in rivolta contro le umilianti "riforme" Gelmini, sta delineando un potenziale fronte sociale unito antipadronale e antigovernativo.
L'accordo fascistoide che Marchionne, con il sostegno del governo, della sedicente "opposizione" parlamentare (con il PD in prima fila) e dei sindacati collaborazionisti Cisl e Uil, vuole imporre a Mirafiori - dopo quello infame di Pomigliano - può essere la goccia che fa traboccare il vaso.

I COBAS stanno lavorando perchè l'accordo ignobile venga respinto dal NO referendario dei/lle lavoratori/trici Fiat, ma ritengono anche decisivo che venga esteso a tutti/e i/le lavoratori/trici lo sciopero che la Fiom ha indetto per i metalmeccanici il 28 gennaio. La richiesta Fiom alla Cgil di convocazione di uno sciopero generale non verrà mai accolta, perchè la Cgil condivide le politiche liberiste, ha sottoscritto in questi anni ogni cedimento al padronato e ai governi, ed è stata la principale responsabile, con Cisl e Uil, della distruzione dei diritti sindacali e di sciopero, prima ai danni dei COBAS e del sindacalismo di base, poi di chiunque non accettasse le politiche concertative.
SPETTA DUNQUE AI COBAS LA RESPONSABILITA' DI CONVOCARE PER IL 28 GENNAIO LO SCIOPERO GENERALE DI TUTTI I LAVORATORI/TRICI PUBBLICI E PRIVATI PER L'INTERA GIORNATA, rispondendo anche alle richieste di generaliz- zazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti medi e universitari e da tante strutture del conflitto sociale, territoriale e ambientale.

Mettiamo in campo il 28 il più ampio fronte sociale per battere l'arroganza padronale e governativa, smascherare la finta "opposizione" parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, le strutture sociali pubbliche, a partire da scuola, sanità, trasporti ed energia, i beni comuni (acqua in primis), i diritti politici, sociali e sindacali.
CHE LA CRISI SIA PAGATA DA CHI L'HA PROVOCATA

Confederazione Cobas

giovedì 6 gennaio 2011

L'Usb partecipa allo sciopero della Fiom


Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può essere scambiato per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil.


Da mesi affermiamo che dal punto di vista dei contenuti le posizioni della Fiom nella vertenza Fiat sono in gran parte condivisibili, ma anche che questo sindacato di categoria è ormai isolato nell'ambito delle confederazioni “collaborazioniste” e “concertative”.
Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può essere scambiato per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil.

Le lotte che in questi mesi precari, lavoratori pubblici, operai, immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in campo necessitano di un momento di sintesi generale e generalizzato che non può essere surrettiziamente agitato sovrapponendolo allo sciopero dei metalmeccanici.
L’Unione Sindacale di Base dà indicazione a tutte le sue strutture della categoria di aderire allo sciopero del 28 Gennaio per impedire che la ‘dottrina Marchionne’ passi e si estenda, auspicando al contempo l’apertura di un confronto immediato tra tutte le componenti del sindacato conflittuale per decidere un vero e proprio Sciopero Generale e Generalizzato, da collocare tra la fine di febbraio e la prima decade di marzo.

Un'azione che coinvolga tutti, i sindacati di base ed indipendenti, aree Cgil non genuflesse ai voleri della Camusso, i movimenti che operano nei territori, le organizzazioni degli studenti, dei disoccupati, dei precari, dei migranti e dei pensionati.
Un movimento di massa e di popolo che, partendo dai problemi del lavoro, ponga come centrali la questione sociale, il reddito, il salario, la buona occupazione, la casa, i beni comuni, la democrazia e la rappresentanza sindacale.
Comunicato Usb del 5 gennaio 2011

Segni di rivolta contro la crisi. Una sfida per la sinistra anticapitalista


Coordinamento nazionale di Sinistra Critica del 18 dicembre - documento conclusivo approvato all'unanimità

1. Il nodo di fondo della situazione attuale resta la crisi. La crisi economica è tutt'altro che finita, anzi si acutizza e inizia a presentare il conto sociale. Le ragioni della crisi, le previsioni della sua durata, l'ampiezza e la profondità delle conseguenze, le ricette egemoni (vedi i risultati del vertice Ue) e le manchevolezze delle presunte alternative (socialdemocratiche o altro) restano l'elemento determinante della fase e rimandiamo ad altri documenti e analisi prodotti nell'ultimo anno. Vale la pena sottolineare gli effetti politici della crisi. Una sempre maggiore dedebolezza dei governi incapaci di combinare la professione di fede per le ricette liberiste con soluzioni credibili. Le crisi politiche, a volte istituzionali, sono frequenti, dall'Italia agli Usa di Obama, dalla Francia di Sarkozy alla Gran Bretagna. Se è azzardato parlare di crisi della borghesia, certamente si può parlare di crisi della sua mediazione politica che in mancanza di valide alternative, può portare a soluzioni peggiorative, autoritarie e antidemocratiche. E in particolare esprime la difficoltà del quadro "nazionale" a gestire una crisi sovranazionale e un'economia globalizzata che fa i conti con attori di dimensioni importanti come la Cina o gli stessi Stati Uniti.

2. E' in questo contesto che va collocata la crisi politica italiana, ben lungi dall'essersi conclusa con la salvezza del governo Berlusconi. La crisi è policentrica, vede l'erosione del centrodestra, la confusione del centrosinistra, i vagiti incerti del "terzo polo". La trasmigrazione costante di parlamentari è certamente espressione di una formula politica-istituzionale non funzionante - legge elettorale maggioritaria in un sistema ancora parlamentare-proporzionale - ma è anche il frutto della crisi economica che vede i governi incapaci di risposte socialmente efficaci e quindi alle prese con il problema del consenso. Il consenso evapora e anche i parlamentari, e le forze politiche, oscillano alla ricerca di un riparo sicuro. La crescita dell'astensione lo dimostra. Da qui, una progressiva separazione tra "palazzo" e "piazza" con quest'ultima che cerca di entrare nel primo quasi alla ricerca di una rappresentanza inesistente e di una possibilità di incidenza che sembra non esistere quasi più. Il governo Berlusconi per ora sopravvive e può certamente alimentarsi dall'inconsistenza dell'opposizione parlamentare e dall'incapacità, per ora, di trovare unità efficaci da parte dell'opposizione sociale.

3. Alla crisi è stata data una prima risposta, parziale, istintiva a tratti rabbiosa, il 14 dicembre. Quello che abbiamo visto all'opera a Roma non è stato il prodotto di qualche frangia estremista o tanto meno di improbabili "professionisti della violenza" ma l'avvisaglia di una vera e propria rivolta giovanile. Vista già all'opera a Londra ma anche ad Atene o Parigi. La crisi radicalizza le posizioni che a volte possono anche divenire "disperate" nella forma e senza una prospettiva politica d'insieme. La radicalità, del resto, non può essere disgiunta da una strategia per ottenere risultati efficaci, da meccanismi collettivi che rafforzino i movimenti e ne garantismo un'effettiva autodeterminazione democratica. Le pratiche di lotta devono essere funzionali alla tenuta e alla crescita del movimento, non vanno giudicate astrattamente. Per questo giudichiamo l'esplosione del 14 dicembre come un sintomo di una rabbia inespressa e l'avvisaglia di una rivolta possibile che per essere vincente non può limitarsi al gesto estetico ma deve trovare i percorsi, le alleanze, le scadenze adeguate. Per questo pensiamo che la prospettiva dello sciopero generale e generalizzato, in grado cioè di bloccare davvero il paese, sia una prospettiva necessaria. Per questo è importante ribadire la nostra solidarietà e sostegno agli studenti alla cui lotta il contributo di Sinistra Critica è stato certamente importante.

4. La giornata del 14 dicembre, la sua sostanziale solitudine, oltre alle difficoltà che il movimento dovrà affrontare mostrano, a nostro giudizio, anche una persistente crisi della sinistra anticapitalista come sponda efficace e sbocco politico in mancanza di una soluzione vincente delle lotte. E' una crisi che dura da tempo e sulla quale è concentrata la nostra iniziativa. Crisi di cui è parte anche l'incapacità del fronte sindacale. La Cgil continua a essere indisponibile alla prospettiva dello sciopero generale, in virtù della linea concertativa e compromissoria della sua direzione ma anche la giornata del 16 ottobre, così importante e rilevante, finora non ha prodotto passi in avanti nella possibilità di ricomporre le lotte e i soggetti antagonisti alla crisi. Anche il cartello "Uniti contro la crisi", frutto di un'intuizione corretta, rischia di rimanere solo il "logo" di strutture esistenti piuttosto che uno strumento per una ricomposizione necessaria. In cui, tra l'altro, non può mancare il contributo del sindacalismo di base, purtroppo assente dalla giornata del 14 dicembre e ancora capace di lotte importanti, come quella sul reddito sociale a Roma ma al momento poco disponibile a un percorso unitario.

5. In queste condizioni riteniamo che la priorità della fase sia quella di costruire una unità possibile dei movimenti attorno a una piattaforma anticrisi e alla parola d'ordine dello sciopero generale e generalizzato. In questa direzione lanciamo la proposta di un "Forum delle opposizioni sociali", su scala nazionale e locale, da intendersi non come somma di sigle o di mini-apparati ma come convergenza concreta di movimenti reali. Il movimento studentesco è il depositario naturale di questa ipotesi che non può essere agita astrattamente ma deve maturare nel vivo del conflitto sociale. Tutte le forme di lotta che possono rendere più concreta questa proposta vanno frequentate e rafforzate per realizzare davvero un movimento unitario contro la crisi.

6. Una battaglia specifica, e di indubbia rilevanza, è quella per la riuscita del referendum per l'acqua pubblica. A gennaio la Corte costituzionale deciderà sulla legittimità della consultazione e a quel punto la campagna elettorale sarà aperta. Noi ci impegneremo a fondo in questa battaglia, anche con la realizzazione di un Convegno ecologista nel mese di febbraio. Lo faremo con la convinzione che la battaglia per l'acqua pubblica rafforzi uno dei movimenti nevralgici del nostro tempo, quello per la società sostenibile e i beni comuni, movimento che vogliamo autonomo, radicato, democraticamente organizzato.

6. Con le gambe ben piantate nei movimenti sociali, vogliamo però rilanciare una piattaforma anticapitalista come unica strada per uscire dalla crisi. Il governo Berlusconi può sopravvivere ancora un po' di tempo, soprattutto in assenza di un'alternativa, ma il dopo-Berlusconi è già apparso all'orizzonte. In questa ottica la nostra sfida è quella di costruire un progetto politico che costituisca davvero una risposta efficace per milioni di lavoratori e lavoratrici tramite un programma adeguato alla fase che sappia agire al livello delle contraddizioni esistenti. Noi rivendichiamo una battaglia generalizzata per il reddito e il salario che colpisca i profitti e le rendite, che socializzi i guadagni e privatizzi le perdite, realizzando il contrario di quello che vuole fare il capitalismo globale. Vogliamo una legge che vieti i licenziamenti, la nazionalizzazione delle aziende in crisi o delle grandi banche, un reddito sociale come minimo vitale per pensionati-e, disoccupati-e. precari e precarie; vogliamo realizzare un grande piano ecologicamente sostenibile che affronti il tema della crisi del pianeta, a cominciare dal dissesto dei territori, dal rifiuto della logica che sottende alle "grandi opere", del ripristino dei beni comuni essenziali: acqua, energia, comunicazione, informazione. Sul progetto di un programma anticapitalista ci impegniamo a realizzare un convegno nazionale.

7. La complessità della crisi, la difficoltà della ricostruzione di un soggetto anticapitalista di massa richiedono una nostra maggiore capacità di approfondimento e di autoformazione. La sinistra anticapitalista che vogliamo non nascerà in tempi rapidi, avrà bisogno di prove, sperimentazioni, interlocuzioni inedite. Anche per questo vogliamo rafforzare la nostra capacità di riflessione, utilizzando al meglio la rivista Erre, il Centro studi e in particolare dando vita a quella "Scuola di formazione politica" già deliberata al congresso e che avrà un primo momento di sperimentazione con il seminario giovani di gennaio 2011. Si tratta di definire un'offerta politica di livello che riesca a seguire con efficacia le dinamiche del nuovo capitalismo, a indagare la moderna struttura di classe, a costruire relazioni con la molteplicità esistente dei soggetti sociali, a condurre una riflessione adeguata sulle forme della politica e le pratiche del conflitto, a strutturare i legami tra ecologia e economia. Ma anche a ri-definire una moderna "teoria della rivoluzione". "Ci vorrebbe una rivoluzione" è uno slogan dei nostri tempi per il quale occorre rilanciare una riflessione non banale e all'altezza dei tempi. E' un impegno che prendiamo in questo coordinamento.

8) Tassello della nostra costruzione e della costruzione di un progetto più ampio è anche la definizione di liste elettorali in occasione delle elezioni amministrative e in previsione di quelle politiche. Questa attitudine, che qui ribadiamo, non può però in nessun modo confliggere con il progetto e il profilo che ci siamo dati. Sinistra Critica è disponibile a costruire liste ampie, plurali, attraenti per i movimenti sociali esistenti, non ideologiche e, tanto meno, legate al residuo di una storia passata. In questo senso rilanciamo un appello aperto a tutte le forze disponibili per costruire un simile progetto, sapendo che non ci interessano improbabili "unità dei comunisti". Ci interessano invece liste anticapitaliste, ecologiste, femministe aperte ai movimenti e a forze politiche interessate a ricostruire un minimo di massa critica antagonista. Con questo spirito ci prepariamo alle amministrative di Napoli, Bologna, Milano, Torino e le altre città in cui siamo impegnati e con questo approccio affronteremo eventuali elezioni politiche generali.

9) Per reggere in una fase difficile Sinistra Critica non ha solo bisogno di migliorare la propria offerta politica, di consolidare la sua organizzazione - alla quale il tesseramento del 2010 consegna una tenuta importante - di affinare il profilo politico ma anche di rafforzare il proprio radicamento sociale. Occorre dare organicità al nostro intervento sociale cercando di utilizzare come esperienza esemplare - per quanto non automaticamente riproducibile - l'ottimo lavoro compiuto nel movimento studentesco. Ci impegniamo quindi a consolidare l'intervento nel mondo del lavoro da intendere non solo come intervento sindacale ma rilanciando un'attività diretta di Sinistra critica in direzione dei luoghi di lavoro e, soprattutto, della moderna condizione precaria. Vogliamo rafforzare l'intervento ecologista a partire dall'impegno positivo profuso nei comitato referendari per l'acqua pubblica. Vogliamo dare continuità, soprattutto in una fase difficile come questa, al nostro profilo femminista, costruendo il nostro gruppo di lavoro in direzione di un progetto politico e sociale più ampio. Vogliamo, infine, dare organicità alla nostra comunicazione attraverso il miglioramento degli strumenti attuali e soprattutto con un impegno non formale alla diffusione e alla campagna abbonamenti alla rivista Erre.

lunedì 3 gennaio 2011

La fatica di lavorare alla Fiat


Nessuno ne parla ma i carichi di lavoro negli stabilimenti di Marchionne sono già aumentati con un impatto pesante sulle patologie muscolo-scheletriche e rischi sempre crescenti per la salute.


Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
Nel 2007, 68 ex-manager e dirigenti di Fiat Auto finirono sotto inchiesta a Torino a seguito della denuncia di 187 operai della Carrozzerie di Mirafiori che avevano contratto malattie per sforzo ripetuto. Non trovando soluzione per via negoziale gli operai si rivolsero al giudice e quei manager decisero di patteggiare la pena. Soluzione avallata dal tribunale anche perché nel frattempo l'azienda aveva modificato l'organizzazione del lavoro in linea. L'ipotesi di reato era piuttosto grave: lesioni gravi e gravissime poiché gli operai, tra il 1992 e il 2002, hanno accusato disturbi a mani, spalle e braccia dovuti alle modalità di lavoro nelle linee di produzione.

Il fatto risale solo a pochi anni fa e nel frattempo la Fiat ha iniziato ad adottare, dal 2006, la metodologia Ergo-Uas che consente di valutare il rischio di sovraccarico biomeccanico di tutto il corpo. Un sistema molto sofisticato dotato di tabelle e di una metrica delle funzioni operative sezionate movimento per movimento in modo da definire il tempo esatto che una certa funzione richiede e il tempo di riposo necessario per evitare di pesare sulla salute degli operai. Inutile dire che tale sistema è considerato unilaterale dalla Fiom che ha realizzato una serie di studi (a cura di Franco Tuccino) per certificare come l'obiettivo della Fiat di far lavorare di più i suoi operai, riducendo i tempi morti o quelle operazioni “a non valore aggiunto”, alla fine pesano moltissimo sulla salute. Del resto basta ascoltare le testimonianze degli operai stessi. In un'inchiesta della stessa Fiom, a cura di Eliana Como e basata su interviste realizzate con 100 mila operai, nel 68% dei casi si lamentano i movimenti ripetuti delle braccia e delle mani mentre il 32% (ma la percentuale sale al 44% tra gli operai di 3° livello) lamenta posizioni disagiate che provocano dolore. Soprattutto, il 40% degli intervistati, 47% tra le donne, ritiene che la propria saluta sia stata compromessa dalla condizione di lavoro. E questa “percezione” in realtà è suffragata da alcuni dati. I lavoratori con ridotte capacità lavorative, prodotte dalle mansioni, sono, secondo i dati prodotti dalla Fiom e non smentiti dalla Fiat, 1500 sui 5500 dello stabilimento di Mirafiori e addirittura 2200 su 5500 nello stabilimento di Melfi. Le patologie più diffuse sono quelle muscolo-scheletriche: discopatie lombosacrali, tendiniti, etc.

Secondo un'ulteriore indagine effettuata dal patronato Cgil, Inca, su un campione di circa 400 operai di Melfi, con età media di 38 anni, le patologie sono state riscontrate nel 45% dei casi.
Basta parlare con gli operai per rendersi conto della situazione. «In fabbrica io sono addetto allo smistamento dei pezzi – ci dice Pasquale Loiacono di Mirafiori – e questi pesano 6 o 7 chili l'uno. La mansione è sempre la stessa, tutto il giorno per otto ore e il mio non è il lavoro peggiore». Montare il pezzo sulla linea di montaggio, infatti, sottopone a un altro tipo di stress, quella della ripetitività e della monotonia.
E' la stessa Inail ad aver realizzato delle tabelle in cui si afferma la correlazione tra determinate attività lavorative e alcune patologie: tendinite alla spalle da lavoro al montaggio o alla saldatura; tendinite mano-polso per lavorazioni meccaniche; sindrome tensiva del collo per compiti ripetitivi legati all'uso della forza. Esistono poi alcune condizioni lavorative che, se presenti, possono determinare il superamento delle soglie minime di rischio per l'acquisizione di determinate patologie: ad esempio, operazioni di durata di 45 secondi per un'ora continuativa; sforzo delle mani una volta ogni cinque minuti per due ore complessive, e così via. Movimenti che in una fabbrica come Melfi, Pomigliano o Mirafiori sono la norma. «Noi lavoriamo in piedi tutto il tempo», aggiunge Loiacono, «e il montaggio di una boccola alla scocca dell'auto si ripete con movimenti lenti delle mani e delle dita per ore e ore».

Il problema non è solo della Fiat ma europeo. Secondo i dati della Fondazione europea di Dublino sulle condizioni lavorative, il 57% della forza lavoro effettua movimenti ripetuti degli arti superiori e il 33% lo fa in modo intenso; sono 44 milioni (il 30%) i lavoratori in Europa che accusano dolori alla schiena e il 17% alle braccia. Il costo totale dei dolori muscolo-scheletrici in Europa oscilla tra lo 0,5 e il 2% del Pil, quindi si tratta di un costo sociale rilevante che ricade non solo sulle stesse aziende ma anche sulla collettività per il tramite dell'assistenza sanitaria.
Ovviamente tutto ciò è noto alle imprese che infatti sviluppano sistemi di valutazione degli sforzi e della condizione lavorativa come nel caso del sistema Ergo-Uas che la Fiat sta applicando. Spiegare come funziona è piuttosto complicato ma sostanzialmente si tratta di applicare alle funzioni operative dei modelli standard che indicano la tempistica di lavoro da rispettare con alcuni scostamenti determinati proprio dalla necessità di evitare le patologie. Per applicare il sistema Ergo-Uas la Fiat ha disdetto l'accordo del 1971 che regolava i ritmi di lavoro aumentando però di circa il 5% i carichi sugli operai. La spiegazione è che migliorando le caratteristiche ergonomiche di una postazione di lavoro la riduzione delle pause non comporta maggiori rischi. Ovviamente il sistema è contestato dalla Fiom che chiede una maggiore scientificità dell'analisi dei rischi e una sperimentazione più ampia e meglio confrontata con altri metodi e sistemi. Per capire il problema è sufficiente un esempio: applicando il sistema Ergo-Uas la Fiat arriva a ridurre le pause a 30 minuti nell'arco delle 8 ore lavorative. Secondo un altro modello, l'Ocra (occupational ripetitive actions), le pause dovrebbero essere di 10 minuti ogni 50 minuti continuativi di lavoro, quindi almeno il doppio.