lunedì 13 febbraio 2012

Una sentenza che ora chiede una legge


Il Tribunale di Torino riconosce colpevoli di disastro doloso (con la morte, ad oggi, di 1830 persone), il magnate svizzero Schmideiny e il barone belga De Cartier De Marchienne e li condanna a 16 anni di reclusione: una sentenza storica di straordinaria importanza. Viene finalmente riconosciuta giuridicamente una verità fattuale accertata da tempo, la piena responsabilità della proprietà e dei manager dell’azienda che, pur conoscendo benissimo la pericolosità e il carattere letale dell’amianto e della sua lavorazione, in nome del profitto hanno speculato e lucrato sulla vita e sulla morte di migliaia di lavoratori e cittadini.

E la sentenza è tanto più importante perché gli imputati hanno cercato fino all’ultimo di limitare i danni, cercando di corrompere i comuni colpiti e di crearsi una nuova immagine come benefattori dell’ambiente e dell’ecologia... La lunga battaglia dei lavoratori, dei parenti delle vittime, delle associazioni e dei sindacati, ottiene quindi un decisivo riconoscimento che è un pesante monito per i proprietari e i dirigenti delle aziende: non tutto è a loro permesso, possono e debbono rispondere delle loro azioni e delle loro scelte delittuose. E’ una conferma che si aggiunge alla sentenza, sempre del tribunale di Torino, di condanna dei manager della Thyssen Krupp, responsabili della morte di 7 operai nel terribile incendio del 2007.

La pericolosità dell’amianto era conosciuta già fin dall’inizio del novecento, ma perché i paesi europei ponessero al bando la produzione di questa sostanza, che continua in Asia e in America latina, sono state necessarie grandi mobilitazioni e si è dovuto attendere l’ultimo decennio del secolo scorso.
In Italia ci sono volute grandi lotte politiche e sindacali, scioperi e azioni legali perché nel 1992, dopo 15 giorni di presidio sotto il parlamento, fosse finalmente approvata la legge che poneva fuori legge la produzione e la commercializzazione dell’amianto. Ma la battaglia per piena applicazione di quella legge in termini di bonifica dei luoghi contaminati, presenti su tutto il territorio italiano e di riconoscimento dei diritti previdenziali e sanitari dei lavoratori e dei cittadini non si è mai conclusa.

I tentativi legislativi di intervenire con leggi più efficaci per la bonifica sia dei siti pubblici che quelli privati inquinati, e per rendere maggiore giustizia previdenziale e assistenziale sanitaria ai sopravvissuti e a coloro che vivono sotto il terrore di essere colpiti dalla malattia, pur fortemente sostenuti dalla attività e mobilitazione delle associazioni, non hanno dato finora risultati. Governi e maggioranze di centro sinistra e di centro destra nelle ultime tre legislature, hanno provveduto ad insabbiarli, finanziando invece progetti quali le grandi opere inutili e dannose e le spese militari. L’ultimo progetto, quello del senatore Casson, giace in un cassetto della Commissione lavoro del Senato.

E per quanto riguarda la Regione Piemonte, una legge approvata nella scorsa legislatura, che si proponeva parzialmente questi obbiettivi, è rimasta lettera morta per la mancanza delle necessarie coperture finanziarie. Anche in questo caso, né il governo di centrosinistra della Bresso, né quello di centrodestra di Cota, sono intervenuti con le norme di copertura. In compenso i due schieramenti politici sono fanatici della Tav.
La sentenza è tanto più importante perché va in controtendenza rispetto a un clima economico politico e sociale che il padronato e le istituzioni europee vogliono affermare ad ogni costo: che il mercato e i presunti diritti delle multinazionali, delle aziende, delle banche e dei padroni sono tutto e che i diritti del lavoro debbono essere compressi per garantire rendite e profitti. Non a caso qualcuno propone di abolire l'articolo 18 anche per rassicurare gli investitori esteri.

Occorre cambiare questo stato di cose, cambiare la percezione complessiva del paese, riporre al centro i diritti inalienabili del lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori, difendere l’articolo 18, garantire pienamente la tutela della loro salute, della loro dignità, delle loro condizioni di vita e di lavoro.

Franco Turigliatto da ilmegafonoquotidiano.globalist.it

Torino: a fianco dei lavoratori della Wagon Lits!


Sinistra Critica solidarizza coi lavoratori rimasti senza lavoro e si propone di contrastare il processo che porta alla soppressione dei treni notturni, ossia allo smantellamento del servizio pubblico in atto.
Il provvedimento di Trenitalia, inoltre, oltre a colpire immediatamente i lavoratori addetti, riduce i servizi offerti all’utenza, perché considerati poco remunerativi.
A Trenitalia importa poco che quel servizio consentisse a molti cittadini di spostarsi da nord a sud con un costo sopportabile e in buone condizioni di viaggio. Quel servizio permetteva di esercitare il diritto democratico a spostarsi in un paese come l’Italia, tra l'altro, con una forte migrazione da sud a nord. Quei collegamenti ferroviari consentono i necessari legami del paese intero.
Stracciato il velo pubblicitario, resta il degrado e lo smantellamento del servizio ferroviario all’utenza pendolare e popolare, per immettere tutte le risorse nell’Alta velocità, rendendola appetibile, foriera di lauti profitti ai privati.
Sinistra Critica denuncia tutti quei provvedimenti che, con la scusa del debito pubblico, mettono fine all’erogazione da parte dello stato di quei servizi pubblici che garantiscono i diritti di cittadinanza e sociali. Ciò va a vantaggio delle imprese private che –utilizzando reti e strutture costate alla collettività- offrono merci a prezzi esosi, ossia a quei clienti che sono in grado di pagare.
La lotta in difesa dei lavoratoti Wagon Lits è la stessa della lotta in difesa dei servizio pubblico e dei beni comuni.

Sinistra Critica Torino

sabato 4 febbraio 2012

contestazione Fornero inaugurazione anno accademico


Sinistra Critica sarà presente alla contestazione dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Torino, che vedrà la presenza del ministro Fornero, che si terrà lunedì 6 febbraio in Piazza Bodoni a partire dalle ore 9.00. Invitiamo le compagne e i compagni disponibili a partecipare. Di seguito il comunicato stampa inviato ai giornali.

Saluti anticapitalisti.

Gippò Mukendi Ngandu appoggia la contestazione all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli studi di Torino che si terrà il 6 febbraio al conservatorio “Verdi. Riportiamo la dichiarazione del portavoce di Sinistra Critica Torino:
È importante che studentesse, studenti, lavoratrici e i lavoratori, ricercatori, borsisti e dottorandi dell’università di Torino si uniscano per contestare coloro che, in continuità con le riforme Berlingue-Zecchino-Gelmini, stanno riducendo in macerie l’università pubblica.
La contestazione individua giustamente nell’attuale governo Monti e nei suoi ministri, in particolare la Fornero, presente all’inaugurazione, il principale affossatore dei diritti sociali.
Il governo Monti, infatti, ha compiuto il massacro finale delle pensioni, privatizzato i servizi. Persevera nella forsennata corsa alla distruzione del territorio, alla cementificazione del paese, usando tutti i mezzi, compresa la militarizzazione del territorio e la repressione, per cercare di sconfiggere la lotta No Tav.
Con la ministro Fornero lancia ora l’ ultimo attacco all’articolo 18 e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. In piena crisi vuole dare ai padroni mano libera sull’uso della manodopera, regalando loro la piena libertà di licenziare, ristrutturare, chiudere le aziende, senza sottostare a nessuna regola colpendo così le nuove generazioni.
Per queste ragioni Sinistra Critica – Torino parteciperò in piazza Bodoni, lunedì 6 febbraio, alle ore 9.00, quella che si presenta non tanto come l’inaugurazione dell’anno accademico, quanto come il funerale dell’università pubblica e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Sinistra Critica -Torino

A fianco dei lavoratori metalmeccanici della zona ovest di Torino e della Lear


Sinistra Critica di Torino sostiene lo sciopero di 4 ore di Giovedì 2 Febbraio, indetto dalla Fiom-Cgil di Collegno, per la riconquista del Contratto nazionale di categoria, dei diritti e della democrazia sindacale, dell’occupazione; partecipa alla manifestazione che si svolgerà (ore 10)davanti alla Lear di corso Allamano in Grugliasco.
L’importanza della mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici davanti alla Lear, in cui la direzione aziendale minaccia i licenziamenti per compensare il calo della fornitura per Mirafiori e la mancanza di nuove produzioni in Fiat deve risultare agli occhi di tutti.
E’ una lotta che deve impedire i licenziamenti che in Lear, come in molte altre aziende nel territorio, si vanno profilando.
Sinistra Critica
> chiede che il Governo, anziché riempire le tasche di imprenditori e banchieri –i veri responsabili della crisi- stanzi le risorse necessarie a sostegno della cassa integrazione, perché tutti i lavoratori
conservino il posto di lavoro e il reddito. Deve essere contrastata l’intenzione del Governo di
facilitare i licenziamenti.
> avanza la necessità che un piano pubblico, con le necessarie risorse, che riorganizzi (operando anche le necessarie riconversioni) la produzione automobilistica nel Paese e nel nostro territorio, per rilanciare l’occupazione in un’industria, altrimenti in via di smantellamento e per garantire un piano complessivo dei trasporti funzionale ai bisogni dei cittadini e rispettoso dell’ambiente.
> indica nella costituzione di un’azienda pubblica che requisisca le aziende che vogliono licenziare,la possibilità di riavviare la produzione, mantenere i posti di lavoro con salari dignitosi e diritti democratici e di rappresentanza sindacale.
> sostiene le lotte per la conquista di vere contrattazioni collettive che difendano e aumentino il salario, migliorino la condizione di lavoro, per sconfiggere la divisione dei lavoratori perseguita dal padronato e dal Governo. Un vero contratto nazionale per impedire la guerra tra poveri va
riconquistato.

SINISTRA CRITICA TORINO

mercoledì 18 gennaio 2012

Intervista a Pasquale Loiacono


Loiacono, operaio Fiat e rappresentante Fiom, tra i protagonisti del documentario
"Forse siamo riusciti a spiegare cosa c'è dietro alle
nostre battaglie"
di VERA SCHIAVAZZI
Per Pasquale Loiacono, 47 anni, la svolta è arrivata nel 1997. In quell'anno, quasi trecento operai, e lui tra questi, vennero spostati
dalle Meccaniche alle Carrozzerie di Mirafìori: «Eravamo abituati a lavorare intorno a un motore, la catena di montaggio è
qualcosa di molto, molto diverso. Così, decidemmo che uno di noi doveva diventare delegato e toccò a me. Non si poteva sbagliare,
perché è una responsabilità enorme, hai nelle tue mani un pezzo di vita degli altri, così ho cominciato a studiare. E in un certo
senso sono stato fortunato a poterlo fare nellaFiom». Ora Pasquale è uno dei protagonisti di «Privilegi operai», un film nato per
raccontare l'indignazione di chi monta automobili e si sente cancellato nei diritti. E questa sera sarà al cinema Massimo.
Emozionato?
«No, non adesso, magari lo sarò quando vedremo il film... Sono contento, però, perché mi pare che
siamo riusciti a spiegare con parole semplici a chi non lo sa come si lavora a Mirafiori, e dunque che
cosa c'è davvero dietro le battaglie sindacali di questi anni. Alla vigilia del referendum venivamo giornalisti
da tutte le parti, un giorno uno mi intervista e dalle prime battute capisco che lui crede che alla cate -
na si lavori stando seduti, magari premendo con calma qualche bottone. Alla fine si è scusato, ma mi è
servito per capire quanto poco si sappia in giro».
Che cosa è stata per lei la Fiat?
«Mio padre era operaio, ha lavorato in Fiat, ma anche alla Ceat, mia madre lavorava in un'impresa di
pulizie. Per me, entrare a Mirafiori nel 1988, dopo anni passati a fare il lavapiatti e il cameriere in
pizzeria, è stato un traguardo. Ma se ci penso, mi rendo conto che già allora, un pezzo per volta, la fabbrica
era in declino. Ho visto smontare e portar via macchinari enormi, ho salutato decine e decine di
compagni di lavoro che se ne andavano e non sono mai stati rimpiazzati. Quel che viviamo ora è solo un
capitolo di una storia che è iniziata da molto tempo».
Per me entrare
in fabbrica nel 1988,
dopo anni a fare il
lavapiatti e il cameriere,
è stato un traguardo
Che cos'è che ha studiato, da sindacalista?
«Sono un esperto di tempi, di metriche. Alla Fiom ho imparato come si fa a misurare i ritmi, a vedere se
gli accordi vengono rispettati e a dimostrarlo in modo indiscutibile. Anche per questo sono molto
orgoglioso di fare il sindacalista. Questo non vuoi dire che non sbagliamo mai, anzi, errori se ne fanno.
Ma siccome è un impegno, e non un mestiere, si riparte sempre anche dopo le sconfitte».
Si è voluta usare la crisi per attaccare
i lavoratori e i loro diritti, ed è questo
che abbiamo cercato di raccontare
Da quanto tempo non lavora?
«Da prima di Natale. I miei compagni di squadra sono stati chiamati a casa per lavorare il 17, il 18 e il
19 gennaio, ma a me non mi ha chiamato nessuno. E temo che non succederà».
Ha paura che la Fiom resti fuori fuori dalla fabbrica? Che ci resti per sempre, dopo l'accordo che
vi esclude dalla rappresentanza?
«Non credo. Il problema è che a Mirafiori non si sta lavorando. Perché, se la produzione si facesse, tutti
capirebbero nel giro di pochi giorni che gli accordi imposti dalla Fiat non sono sostenibili. E non perché
lo dice la Fiom, ma perché nessuno può farcela a lavorare a queste condizioni. Siccome però non si
lavora o quasi, la cosa è meno evidente. Ma non penso proprio che sarà Marchionne a cancellarci. La
Fiom non ha colpa di quello che sta accadendo. Si è voluta usare la crisi per attaccare i lavoratori e i loro
diritti, ed è questo che cerchiamo di raccontare nel film».
La Fiom vi ha rinominati come suoi rappresentanti, anche se non potete più fare parte delle Rsu.
Pensa che funzionerà?
«Non lo sappiamo ancora. Per me era un orgoglio essere eletto direttamente dai lavoratori. Ma questa è
soltanto una fase».
Ma lei ci va, al cinema?
«Mi piace molto, ma ultimamente non me lo posso permettere, preferisco scaricare da Internet. Amo
Ken Loach. Sono separato, non ho figli, e meno male, perché con 850 euro al mese non saprei come
mantenerli. Ma non mi lascio isolare: anche se si lavora poco, il sindacato e la politica sono la mia vita».

Torino-Detroit, la solidarietà possibile


I lavoratori Usa hanno manifestato alla Mostra internazionale dell'Auto scambiandosi messaggi simbolici con i lavoratori italiani. Segno di un bisogno non ancora realizzato


I giornali italiani hanno dato grande visibilità alla Mostra internazionale dell'Auto di Detroit soprattutto per nascondere, dietro le notizie, la pubblicità invisibile dei grandi marchi a cominciare da Fiat. Negli stessi giorni però, Autoworker Caravan, un gruppo di base, ha manifestato alla mostra (guarda il video) per chiedere posti di lavoro e la riapertura delle fabbriche per lavoro ecologicamente compatibili. Promosso da settori sindacali di sinistra, in parte legati alla rivista Labor Notes, i manifestanti hanno chiesto negli stessi giorni la solidarietà internazionale a partire dalla Fiat e dall'indotto dell'auto. Essi stessi hanno aderito alla campagna lanciata dalla Fiom, "Io voglio la Fiom in Fiat". Tra i messaggi di solidarietà letti dai lavoratori di Detroit ci sono quelli - che pubblichiamo di seguito - provenienti dalla Fiat di Mirafiori e dalla Lear di Grugliasco.

Cari/e lavoratori/trici dell’AWC,
I lavoratori italiani della Lear Corp. Italia di Grugliasco (Torino) –multinazionale che produce la selleria per Fiat- sono vicini alle vostre istanze e alle vostre lotte per combattere lo strapotere dell’ 1%.
Anche in Italia la crisi causa perdite di posti di lavoro, come nel nostro stabilimento che occupa 578 lavoratori, siamo di fronte a una drastica procedura di riduzione occupazionale.
Gli scioperi, i presidi alle amministrazioni locali dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear, hanno l’intento di respingere i licenziamenti. Non ci arrendiamo, non rinunciamo a difendere con la lotta il nostro posto di lavoro.
Se noi lavoratori della Lear e della Fiat siamo all’inizio di un anno in cui si produrranno pochissime automobili è perché non è bastato eliminare i diritti dei lavoratori da parte di Marchionne, estromettere il più grande sindacato metalmeccanico italiano – la FIOM – dai propri stabilimenti per portare nuovi business. L’ AD Fiat/Chrysler Marchionne ha MENTITO al governo italiano che gli ha permesso di riportare i diritti dei lavoratori al tempo delle corporazioni fasciste.
Insieme possiamo cambiare la situazione: l’1% ci vorrebbe diviso, intenti a farci la guerra stabilimento contro stabilimento, affinchè possano ingrossare ulteriormente i loro portafogli.
Noi abbiamo capito che unendo le nostre lotte, costruendo un movimento globale e solidale possiamo vincere, partendo dagli stabilimenti americani ed europei per allargarsi a tutto il resto del mondo. Costruiamo uno sciopero generale mondiale che abbia tre parole d’ordine:
Il lavoro NON è una merce
Uguale paga per uguale lavoro
Lavorare meno per lavorare tutti ( 30 ore di lavoro pagate 40 )
Rappresentanti sindacali della Fiom.Cgil in Lear Corp. Italia di Grugliasco

Care/i lavoratrici/tori dell'awc,
esprimiamo il nostro sostegno alla vostra lotta contro il comune padrone, le multinazionali costruttrici dell'auto.
Ovunque, per sostenere i loro profitti, cercano di ridurre i diritti sindacali dei lavoratori per dividerli più facilmente e ridurre così i loro salari e intensificare lo sfruttamento.
A Torino (Italy) la Fiat ha ricattato i lavoratori minacciando la chiusura dello stabilimento se non avessero rinunciato al diritto della contrattazione sindacale sugli orari e straordinari, se non avessero rinunciato a parte del pagamento della malattia, se non si fossero impegnati a rinunciare allo sciopero contro le pretese dell'azienda.
Accettando in azienda solo i sindacati che dicono sì a Marchionne, in questi giorni il sindacato più rappresentativo, la Fiom-Cgil è stata privata dei suoi rappresentanti sindacali.
I lavoratori in Fiat, su tutto il territorio nazionale, non hanno più il diritto di scegliere i propri rappresentanti.
Con fabbriche senza lavoro per mancanza di produzione, non siamo riusciti a costruire la forza necessaria per impedire a Marchionne di portare le sue fabbriche fuori dal contratto nazionale.
Né il governo, né le più alte figure istituzionali, né le amministrazioni locali e i grandi partiti politici si sono opposti a Marchionne che impedisce alla Costituzione e alle leggi dello Stato di essere applicate nelle sue fabbriche.
Intanto è sempre più evidente che a Torino, la Fiat non intende più produrre.
In condizioni estremamente difficili continuiamo a costruire momenti di lotta per dare un riferimento ai lavoratori senza più diritti, senza vere prospettive occupazionali e colpiti nello stesso tempo dalle politiche di austerità del governo.
In questo mese sono già programmati scioperi e a Febbraio la fiom ha convocato a Roma una grande manifestazione nazionale.
Anche voi potete aderire a una petizione “anch'io voglio la Fiom in Fiat” che ha già avuto molte adesioni, anche internazionali.
Riusciremo a difendere il nostro posto di lavoro, i nostri diritti, i nostri salari, solo se riusciremo a estendere il conflitto sociale a tutti quei lavoratori colpiti dai padroni e dalle politiche dei governi; se i lavoratori italiani saranno coscienti che la vostra lotta è la loro.
W la vostra lotta; sostegno a tutte le lotte ovunque siano!

Loiacono Pasquale e altri ex rappresentanti sindacali Fiom-Cgil in Fiat Mirafiori (Torino)

domenica 15 gennaio 2012

I nostri disaccordi con Landini e Camusso


Dalla gestione del caso Fiat all'atteggiamento, troppo morbido, nei confronti del governo, si acuiscono le contraddizioni dentro la vecchia sinistra Cgil


Giorgio Cremaschi
In tre giorni si sono svolte le riunioni del Comitato centrale della Fiom e del Direttivo della Cgil, che hanno visto una sostanziale convergenza di posizioni tra la Segretaria generale della Cgil e il Segretario generale della Fiom. Con questa convergenza di posizioni abbiamo nettamente dissentito.
Vediamo allora quali sono i punti principali del nostro disaccordo.

1. Il giudizio e i comportamenti rispetto al governo Monti. Sia Landini sia Camusso non nascondono giudizi critici verso il governo, ma non intendono farli diventare un giudizio complessivo da utilizzare nella pratica sindacale delle organizzazioni. Nella sostanza si continua a giudicare il governo per i suoi singoli provvedimenti, e non per la linea liberista e distruttiva dei diritti sociali che lo ispira. Si continua a considerare questo governo come altri governi di unità nazionale, verso i quali essere criticamente interlocutori, e non si vuole invece affermare che questo governo è espressione di un drammatico disegno di restaurazione sociale guidato dai poteri economici e finanziari europei e mondiali. Nella sostanza si rinuncia a un ruolo di opposizione sociale a questo governo e si assume un orientamento contrattuale ed emendativo nei confronti delle sue scelte. (...)

Su questo punto abbiamo espresso il nostro disaccordo sia in Fiom che in Cgil, proprio perché a nostro parere ciò di cui c’è l’esigenza oggi è di trasformare l’enorme malessere sociale, la rabbia verso i singoli provvedimenti del governo, in un’opposizione e un alternativa ad esso. Pena la marginalizzazione totale del movimento sindacale e la frantumazione del conflitto. Per queste ragioni abbiamo chiesto, in Cgil assieme alla minoranza congressuale, una posizione radicalmente diversa da quella adottata dalla confederazione nella trattativa con il governo. Non si può saltare la drammatica sconfitta sulle pensioni e bisogna riaprire la partita ora al tavolo del governo, così come bisogna considerare pregiudiziale la questione dell’articolo 18, che può solo essere esteso. Senza queste precondizioni si deve andare alla rottura e non alla trattativa con il governo.

2. L’accordo del 28 giugno. Pur mantenendo diversità di giudizio sul passato, Landini e Camusso sostengono oggi che bisogna utilizzare l’accordo del 28 giugno per fermare l’aggressione della Fiat al contratto nazionale e ai diritti dei lavoratori e dei sindacati, e per difendere la contrattazione nazionale. Non siamo d’accordo su questo, in quanto il 28 giugno non ha chiuso ma ha aperto la via alla devastazione delle deroghe e anche a una nuova stagione di accordi separati. Esso non è stato un freno alle politiche Fiat per la semplice ragione che gli stessi firmatari di quell’intesa hanno poi sottoscritto l’accordo con Fiat che usciva dalla Confindustria. Nella sostanza quell’accordo non è uno strumento utilizzabile per fermare l’attacco, mentre viene tranquillamente utilizzato dalle controparti per ottenere deroghe ai contratti nazionali senza nessuna affermazione reale di pratica democratica con i lavoratori. Come dimostrano gli accordi recentemente siglati nelle cooperative sociali e con la Lega delle Cooperative. La derogabilità ai contratti è la via che ha aperto la strada a Marchionne. Non può essere l’obiettivo del minor danno quello che ancora una volta ci guida, vista la drammaticità dell’attacco ai lavoratori.

3. Il giudizio sulla Fiat. Il Direttivo Cgil non ha affrontato, anzi ha sostanzialmente respinto, la questione della portata della vicenda Fiat. Nessuno naturalmente nega la gravità di quanto è avvenuto, ma resta una minimizzazione della vicenda rispetto a tutto il mondo del lavoro. Nella sostanza si continua a sostenere che Marchionne è un estremista e il resto del padronato va in un’altra direzione. Invece continuiamo a ritenere che il problema Fiat sia un problema di tutto il movimento sindacale e di tutta la Cgil, non per ragioni di solidarietà, ma perché quello partito a Pomigliano con l’attacco ai diritti dei lavoratori è un contagio che non può essere fermato senza sconfiggere l’opera di chi l’ha lanciato e continua a lanciarlo. Nella sostanza occorre far diventare la vertenza Fiat una vertenza confederale, di lotta di tutti i lavoratori italiani, costruendo le mobilitazioni, le iniziative, le solidarietà, i boicottaggi necessari a far sì che la Fiat sia sconfitta. Se questa scelta così netta non viene presa, e non è stata presa, l’accordo Fiat si consolida e con esso il contagio in tutto il mondo del lavoro.

4. Unità sindacale e democrazia. Nelle conclusioni al Direttivo della Cgil, Susanna Camusso ha sottolineato la necessità dell’unità sindacale, sia a livello confederale, sia nei metalmeccanici, per poter reggere la fase. Non siamo d’accordo e non perché non riteniamo necessaria l’unità sindacale, ma perché l’unità che si vuole realizzare qui ed ora è su un piano e con sindacati in continuità con le politiche del recente passato. Non basta dire di no assieme all’articolo 18, per reggere la portata di un attacco che, nella sostanza, vede Marchionne e Monti sullo stesso fronte, anche se ovviamente con accentuazioni e ruoli diversi. L’unità confederale che si vuole costruire, così come la richiesta alla Fiom di arrivare rapidamente a una piattaforma unitaria con Fim e Uilm per il rinnovo del contratto, o è un’ipotesi irrealizzabile o, se la si persegue a breve, comporta inevitabilmente compromessi rilevanti e per noi inaccettabili proprio sui contenuti di fondo che hanno visto la Fiom e la Cgil lottare in questi anni. Anche sul piano della chiarezza e del rapporto con i lavoratori un puro ritorno all’unità con Cisl e Uil per reggere, rischia di essere controproducente. Basta vedere i risultati delle mobilitazioni. Il 6 settembre, lo sciopero Cgil è stato fatto anche da tanti iscritti Cisl e Uil, mentre lo sciopero unitario del 12 dicembre non è stato fatto anche da tanti iscritti alla Cgil. Non è con il ritorno a una linea moderata, unitaria e concertativa, che si supera l’attacco che abbiamo di fronte. Questo è ancora più vero sul terreno della democrazia sindacale, sul quale non c’è alcun passo avanti e – anzi – si registra il totale fallimento dei buoni propositi dell’accordo del 28 giugno. I lavoratori continuano a non votare e si riduce la libertà di scelta dei sindacati. Per questo la risposta alla Fiat non può essere la modifica dell’articolo 19 per tornare al puro concetto della rappresentatività confederale. Occorre invece una legge sulla democrazia sindacale che garantisca la libertà di scelta per tutti i lavoratori rispetto alla rappresentanza sindacale.

5. Il referendum in Fiat. Per quanto riguarda la gestione della vertenza Fiat, abbiamo riconfermato il nostro disaccordo con la scelta di fare propria la richiesta del referendum, assolutamente legittima come richiesto dai lavoratori, da parte di Fiom e Cgil. E’ evidente, infatti che, come ha detto Susanna Camusso nelle conclusioni, se un’organizzazione fa proprio un referendum deve inevitabilmente accettarne i risultati. Mentre, per quanto ci riguarda la decisione di non firmare in ogni caso gli accordi Fiat non è modificabile in nessun modo. Considerato che il referendum molto probabilmente verrà rifiutato, questa scelta rischia di non portare da nessuna parte e di indebolire la nettezza del nostro no all’accordo.

Quanto è avvenuto in questi tre giorni di discussione ha chiaramente segnato cambiamenti nel confronto politico nella Cgil e nella Fiom. Riteniamo che sia necessario affrontarli serenamente, ma con rigore. In particolare è evidente che la dialettica congressuale è stata chiaramente messa in discussione e che nella stessa area “La Cgil che vogliamo”, da lungo tempo in evidente crisi, ci sono scelte non più rinviabili da compiere.
Per tutte queste ragioni, fermo restando il nostro impegno militante a sostegno dei lavoratori Fiat e del rientro della Fiom in fabbrica e di tutte le mobilitazioni in atto, riteniamo necessario che si apra una discussione di fondo su come fronteggiare il più grave attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori dal ’45 ad oggi.
Per questo nei prossimi giorni produrremo un documento da confrontare con altre prese di posizione che sono state annunciate.

domenica 25 dicembre 2011

LICENZIATI AD ALTA VELOCITA’…


Licenziati ad alta velocità…
tra tutti coloro a cui va il nostri auguri per l’Anno 2012
un augurio speciale vogliamo farlo a Emanuela e a tutte e tutti i lavoratori che a Torino e a Milano sono stati licenziati ad alta velocità……..centinaia di posti di lavoro e insieme un servizio per migliaia di famiglie cancellato.
Il collettivo di Medea ha raccolto la loro voce e vi
segnaliamo testo e intervista.

Dopo aver accompagnato i viaggiatori di tutta Italia, dal nord al sud, la Wagon Lits chiude dopo 135 anni e licenzia più di 800 lavoratori e lavoratrici. 65 di loro lavoravano a Torino e dall’11 dicembre sono senza lavoro.

Spariscono centinaia di posti di lavoro e insieme un servizio popolare ed utile a migliaia di famiglie e persone residenti al nord che fino a ieri potevano raggiungere il sud a costi contenuti. Un servizio cosiddetto “universale”, pagato dallo Stato e quindi dalle tasse di tutte e tutti che dovrebbe essere garantito al di là dei profitti e dei guadagni che procura all’azienda Trenitalia.

Per le tratte di lunga percorrenza resta quasi esclusivamente l’alta velocità, imposta a prezzi salatissimi per chi viaggia con la scomodità di dover effettuare, per arrivare per esempio da Torino o Milano fino in Calabria, ad almeno tre trasbordi e cambi.

Abbiamo intervistato Emanuela in presidio alla stazione di Porta Nuova, lavoratrice licenziata che passerà le feste accampata in tenda con gli altri colleghi e colleghe.

lunedì 19 dicembre 2011

Articolo 18, dieci anni di attacchi


La prima offensiva contro lo Statuto inizia nel 2001 con il "patto di Parma" tra Berlusconi e Confindustria. Ma la Cgil resiste. Dove non è riuscito il Cavaliere riusciranno i Professori?


Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
La bestia nera della destra italiana, e della Confindustria, resta l’articolo 18. La disposizione contenuta nello Statuto dei lavoratori risale al 1970 e la sua incubazione risente del clima del ’68 e del ’69, il vero “autunno caldo” italiano che produsse una corposa legislazione sociale. Curioso che a cercare di scardinare la norma voluta da un socialista riformista come Giacomo Brodolini – ministro del Lavoro nel 1969 ispiratore dello Statuto scritto poi da un altro socialista, Gino Giugni – sia stato sempre un altro sedicente socialista come Maurizio Sacconi, legato a Gianni De Michelis e vicecapogruppo del partito di Craxi a metà degli anni 80. Da ministro del Lavoro nell’ultimo governo Berlusconi, e da sottosegretario allo stesso dicastero nel governo del 2001-2006, Sacconi si è speso a fondo contro quella legge.

L’offensiva contro l’articolo 18 inizia già nel 2001 quando il governo Berlusconi decide di onorare il “patto di Parma” siglato con la Confindustria di Antonio D’Amato, nel marzo del 2001, quando il leader degli industriali chiedeva maggiore “libertà di licenziare”. La protesta sindacale, a eccezione di Cisl e Uil, e immediata e il 23 marzo 2002 la Cgil, guidata dall’allora segretario Sergio Cofferati, promuove in solitaria la più grande manifestazione sindacale della storia italiana con circa 3 milioni di persone al Circo Massimo di Roma.
Quell’articolo, che “ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore” licenziato “senza giusta causa” e che resta una garanzia rispetto a discriminazioni di qualsiasi tipo, viene accusato di irrigidire il mercato del lavoro e di impedire alle imprese di evolvere e crescere. A cercare di smussarlo, limitarlo o imbalsamarlo ci provano anche esponenti del Pd, come il senatore Ichino che vuole sterilizzato in cambio di una maggiore garanzia nelle assunzioni per nuovi lavoratori.

Eppure, quel diritto, riesce a riscuotere un consenso di massa. Nel 2002-2003 Rifondazione comunista si impegna addirittura in un referendum per l’estensione dell’articolo 18 anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. L’operazione non riesce, anche per la scelta degli allora Ds, e dello stesso Cofferati, di non partecipare al voto: si recherà alle urne solo il 25 per cento dell’elettorato e il quorum sarà mancato.
L’intera vicenda produce un ripensamento in Confindustria. La linea “dura” di D’Amato viene sconfitta nel 2004 dall’ascesa di Luca Cordero di Montezemolo alla guida degli industriali con il rilancio di una posizione di dialogo con il sindacato e quindi di concertazione. Per lungo tempo di articolo 18 non si parla più.
Ci pensa però Sacconi a riproporre il tema. Il primo tentativo si svolge con il cosiddetto Collegato lavoro, un disegno di legge nel quale viene introdotto l’arbitrato, al posto del processo, per la risoluzione delle cause relative al licenziamento ingiustificato. Sarà il presidente della Repubblica a invitare il Parlamento, che aveva già approvato la norma, a rivederla e prevedere l’arbitrato solo in presenza di una scelta effettiva da parte dei lavoratori.

Intanto, la Confindustria, dopo l’accordo separato del 2009 con Cisl e Uil sulle deroghe contrattuali e gli accordi di secondo livello e dopo lo scontro furibondo che vede opposti la Fiat e la Fiom-Cgil, inizia a tessere un nuovo dialogo con la Cgil di Epifani prima e di Camusso poi. E’ in questa chiave che il 28 giugno 2011 Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, siglano un accordo che affronta i temi della contrattazione e della rappresentanza. Nessun riferimento, però, viene fatto all’articolo 18.
Ci pensa per ancora Sacconi a smuovere le acque inserendo nella manovra estiva –in piena bufera finanziaria con il rischio del “default” che incombe sull’Italia – quell’articolo 8, con il quale si stabilisce che i contratti di lavoro siglati in azienda o a livello territoriale, possono derogare ai contratti nazionali e “alle disposizioni di legge”, quindi anche allo Statuto dei lavoratori. L’unico limite è dato dalla necessità di un accordo con i sindacati “maggioritari” in azienda. Cgil, Cisl e Uil decidono di firmare un’intesa in cui si impegnano a non utilizzare quella norma che, per quanto sterilizzata, verrà approvata dal Parlamento.

Ora si passa all’ultima fase. Il governo ha già detto che dopo la manovra intende porre mano alla “riforma del mercato del lavoro”. Dove non è riuscito compiutamente Berlusconi riuscirà il governo Monti? Nel suo discorso di insediamento l’ex Commissario europeo ha scelto un approccio cauto. Ma ai sindacati non è piaciuta la mancanza di consultazione con cui è stata varata la manovra. Interpellati sull’articolo 18 sono quasi tutti d’accordo nel dire che non si siederanno a un tavolo “per facilitare i licenziamenti”.Non è chiaro, però, cosa succederà se il governo presenterà, come sembra, una riforma complessiva che tenga conto degli ammortizzatori sociali, del welfare, della rappresentanza sindacale (vedi Fiat) e, anche dell’articolo 18. La Fiom, che chiede una modifica dell’articolo 19 dello Statuto, per garantirsi la rappresentanza nelle aziende Fiat, non intende allargare il confronto. La Cgil nemmeno. Certamente, però, la prossima volta non ci saranno i sotterfugi di Sacconi. La prossima volta si discuterà alla luce del sole.

martedì 13 dicembre 2011

La svolta della Fiat


Il contratto siglato nel gruppo della famiglia Agnelli segna un passaggio di fase e apre la strada a una nuova struttura del mercato del lavoro


Salvatore Cannavò
da ilfattoquotidiano.it
Per Sergio Marchionne l’accordo del gruppo Fiat rappresenta “una svolta storica”. Su questo punto ha ragione perché l’intesa conclude quel percorso avviato con il piano Fabbrica Italia e passato attraverso le “battaglie” di Pomigliano, prima e di Mirafiori, poi. Marchionne ottiene l’obiettivo che si era dato quando impose l’accordo separato di Pomigliano e il relativo referendum: avere un contratto speciale, valido solo per i propri stabilimenti, privo delle strettoie che impongono le regole di concertazione a cui è ancora sottoposta la Confindustria dalla quale, non a caso, la Fiat è uscita. Nelle aziende della famiglia Agnelli, il sindacato ha ormai come controparte un industria che ha sedi in tutto il mondo che, come dice il presidente John Elkann, conserva il suo cuore in Italia ma che sempre più ha spostato il cervello negli Stati Uniti. L’intesa siglata, con la collaborazione decisiva dei sindacati, è cucita addosso alle caratteristiche globali dell’azienda Fiat ma soprattutto alla sua politica di sviluppo ed espansione che poggia non tanto sulla capacità di innovazione dei prodotti quanto sulla maggiore flessibilità del lavoro. Nel gruppo Fiat, da gennaio 2012, saranno ridotte le pause, gli straordinari saranno portati da 40 a 120 ore annue, i turni a 18 su sei giorni ma soprattutto saranno introdotte limitazioni per le assenze malattia e sanzioni per chi viola l’accordo stesso. Difficile capire quanto tutto questo possa aiutare a vendere più auto. Il progetto Fabbrica Italia, del resto, è stato messo nel cassetto dopo che la Consob si è azzardata a chiedere maggiori chiarimenti e le prospettive industriali dell’azienda restano nere. Marchionne ha puntato alla produzione di 6 milioni di autovetture nel 2014 ma al momento il gruppo Fiat-Chrysler è fermo a 4 milioni e la recessione deve ancora venire. Nuovi modelli non se ne vedono e gli stabilimenti sono falcidiati dalla cassa integrazione.

Marchionne ottiene, per il momento, soprattutto un risultato politico, l’estromissione della Fiom dalle sue fabbriche. Con il nuovo contratto, che il sindacato di Landini non ha firmato, la Fiom non avrà infatti diritto alle prerogative sindacali stabilite dallo Statuto dei lavoratori: delegati, distacchi, permessi, assemblee, spazio nelle bacheche aziendali e nemmeno la trattenuta sindacale in busta paga. Il sindacato più rappresentativo del gruppo viene di fatto cancellato da un giorno all’altro. Logico, quindi, che Maurizio Landini perli di lesione democratica oltre che di peggioramento delle condizioni dei lavoratori.
La “questione democratica” in effetti si pone in forma evidente. Come è possibile che a Somigliano, Mirafiori e Grugliasco si siano svolti dei referendum e invece gli oltre 80 mila lavoratori del gruppo non possa esprimersi sul contratto? Perché privarli di un voto di ratifica?

L’accordo apre poi un’altra partita nel campo delle relazioni sindacali. Per evitare di essere esclusa dagli stabilimenti Fiat, la Fiom chiede al governo una riforma dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori che regola la rappresentanza sindacale. Secondo tale norma, hanno accesso alla rappresentanza solo i sindacati che siglano gli accordi aziendali nonostante la loro rappresentatività. La Fiom chiede di ripristinare questo aspetto ma la sua richiesta ha già prodotto una ferma reazione della Fiat che non accetterebbe mai una tale riforma. Solo che, allo stesso tempo, il governo vuole rivedere l’intero pacchetto del mercato del lavoro con riforme dell’articolo 18 dello Statuto, una maggiore flessibilità in uscita con la probabile introduzione di un contratto unico di inserimento, un reddito garantito con la riforma degli ammortizzatori sociali. Tutto questo si tiene e la modifica dell’articolo 19 si inserirebbe in questo contesto. La Confindustria sarebbe d'accordo e non è detto che la Cgil e la stessa Fiom non siano disponibili a una discussione complessiva. Da qualsiasi punto lo si guardi, il contratto Fiat apre una nuova stagione di relazioni sindacali e sarà propedeutico a modifiche strutturali del mercato del lavoro.

Siria, la solidarietà e il no alla guerra


Una lettera aperta di Sinistra Critica alla campagna promossa da Peacelink "Siria no war": "L'opposizione all'intervento straniero non può tacere il sostegno alla rivolta siriana"


Pubblichiamo una lettera aperta invata da Sinistra critica alle/ai promotori della petizione “Siria No war”. Ci sembra un dibattito importante per capire meglio comportamenti e responsabilità del movimento contro la guerra rispetto a quanto sta accadendo, da diverso tempo orami, nel mondo arabo.

Carissime/i amiche e amici di Peacelink,
abbiamo ricevuto da diverse persone che stimiamo la richiesta di firmare l’appello da voi proposto contro qualsiasi intervento militare in Siria. Abbiamo deciso – singolarmente e come organizzazione politica – di non aderire al vostro appello e vogliamo brevemente spiegarvene i motivi.

Naturalmente siamo contrari a qualsiasi intervento straniero in Siria, così come lo eravamo contro quello in Libia (lo dimostrano i nostri comunicati già dallo scorso febbraio e marzo e le manifestazioni che abbiamo contribuito a organizzare il 20 marzo a Milano e il 2 aprile in diverse città), pur condividendo le ragioni di chi nel febbraio si era ribellato al regime di Gheddafi.
Non condividiamo invece in alcun modo le motivazioni che sostenete nella petizione e soprattutto riteniamo sbagliato e inefficace rispetto lo stesso obiettivo che si prefigge l’appello tacere della repressione che il regime siriano compie da sempre e in particolare in questi ultimi mesi contro la rivolta popolare. E questo è il secondo motivo di disaccordo: il vostro appello sottolinea decisamente il carattere “etrerodiretto” e “autoproclamato” della rivolta siriana: non siamo assolutamente d’accordo.

La rivolta popolare in Siria è iniziata mesi fa in molte città siriane con la richiesta di libertà, dignità e democrazia. A queste richieste – giuste e condivisibili – il regime di Bashar El Assad ha risposto con la repressione violenta: non ci interessa il conteggio dei morti, ma questi ci sono stati come dimostrano migliaia di filmati autoprodotti (per questo dimostrazione del “complotto”?); così come sono certi gli arresti – ammessi poi dallo stesso regime quando ha scarcerato migliaia di prigionieri che negava di avere; così come sicuri sono gli omicidi, i pestaggi, gli arresti di giornalisti, vignettisti, oppositori....
Le ragioni della rivolta non possono essere nascoste dagli obiettivi di alcuni soggetti politici – interni ed esterni – che vogliono approfittarne per una loro propria agenda.

Non vogliamo farla lunga. Pensiamo che un appello contro qualsiasi intervento straniero in Siria che non parta dalla solidarietà – umana, politica e attiva – alla rivolta siriana e che non veda nella caduta del regime di Assad e in una maggiore partecipazione popolare alla vita politica siriana l’obiettivo di una sinistra pacifista degna di questo nome non sia capace nemmeno di opporsi all’intervento straniero.
Non possono essere considerazioni “geopolitiche” a guidare la nostra opposizione alla guerra – come se il popolo siriano dovesse essere la vittima sacrificale delle alleanze regionali e dello scontro (reale) tra il protagonismo filoimperialista dei paesi reazionari arabi (Arabia Saudita, Qatar ecc...) e l’alleanza intorno all’Iran, vero obiettivo dello scontro.
Per difendere le popolazioni della regione dalle politiche imperialiste non possiamo in alcun modo diminuire la nostra solidarietà a chi si oppone, in Iran, Siria – come in Palestina, in Egitto, in Bahrein.

Saremo comunque vigili e attenti di fronte a qualsiasi escalation voluto dalla Nato e dai suoi alleati nella regione e non mancheremo di manifestare con voi contro la minaccia o la prospettiva di interventi militari esterni.
Vorremmo che anche voi foste con noi insieme alle comunità siriane che manifestano anche in Italia – spesso sole, come avviene per le altre comunità arabe in questi mesi in Italia – per la libertà del popolo siriano.

Flavia D’Angeli, Piero Maestri e Franco Turigliatto – portavoce Sinistra Critica

martedì 6 dicembre 2011

DAL CAIMANO AI COCCODRILLI....


L’annunciata manovra “salva Italia”è arrivata e rappresenta una violenta stangata antipopolare che ha lavoratrici e lavoratori e pensionate/i come bersaglio principale.

Una manovra all’insegna del “rigore” e dell'attacco ai più deboli, nella quale l’ipocrita retorica dell'equità si è tradotta in una gigantesca truffa ai danni di lavoratori, lavoratrici e pensionate/i – senza alcun vantaggio per le giovani generazioni, che saranno ancor più allontanate dal mondo del lavoro o utilizzate come concorrenza con la prossima creazione di una contrattazione duale.

Così il governo “tecnico” presenta la manovra più politica che si ricordi – con l’obiettivo di dare un preciso segnale ai "mercati": questo paese punta a spremere tutto quello che è spremibile dai soggetti più deboli e non toccherà in nessun modo le rendite, i profitti, gli interessi che quei mercati presidiano e difendono.

I provvedimenti racchiusi nella manovra vanno tutti in questa stessa direzione: aumento dell’età per andare in pensione e peggioramento degli assegni pensionistici; riproposizione dell’Ici e aumento delle rendite catastali; taglio delle imposte sulle imprese; liberalizzazione di interi settori dei servizi (quindi nuovo attacco all'acqua pubblica ma anche ai trasporti locali); rilancio delle grandi opere come la Tav.

In questo modo il governo mette in luce la sua natura politica, che ha il volto delle banche e della finanza che hanno festeggiato il suo insediamento.

L’appoggio unanime di centrodestra e centrosinistra (a parte l’ipocrita “opposizione” della Lega Nord che cerca di approfittare di questa “intesa nazionale” per rifarsi il trucco...) rende ancora più pericolosa l’operazione politica di Monti-Napolitano, perché cerca di affermare l’esigenza dell’“unità nazionale” di fronte alla crisi e del carattere “necessario e indifferibile” dei sacrifici.

La scelta del PD di schierarsi in prima fila in questa operazione è altrettanto significativa della natura di questo “partito naturale di governo”, avversario degli interessi delle classi più deboli e di una qualsiasi alternativa politica di sinistra.

Le prevedibili (e previste) scelte del governo Monti-Napolitano richiedono un impegno forte di tutta l’opposizione politica e sociale per rilanciare un’iniziativa unitaria e di massa contro il governo e contro le politiche di austerità. Unità dal basso, senza scorciatoie politiciste, ma capace di coinvolgere milioni di lavoratrici e lavoratori, pensionate/i, giovani precari/e e studenti – quelle donne e uomini che avevano riempito le strade di Roma il 15 ottobre - vittime sacrificali dei coccodrilli di governo.

Unità dell’opposizione politica e sociale capace di affermare il rifiuto delle politiche di austerità e delle nuove liberalizzazioni, per ribadire la scelta del non pagamento del debito illegittimo e del recupero delle risorse necessarie ad un nuovo welfare e alla difesa degli interessi delle classi deboli (in particolare per garantire diritti e reddito a tutte/i) con il taglio delle spese militari, la cancellazione delle grandi opere inutili e dannose, il recupero dell’immensa evasione fiscale....

Unità dell’opposizione che può e deve partire da un vero sciopero generale e generalizzato capace di dare una risposta ferma e forte alla manovra del governo e alla sua stessa natura politica.

Sinistra Critica è impegnata nella costruzione di questa larga opposizione sociale e politica:

* saremo in tutte le piazze degli scioperi contro la manovra – il 12 dicembre e soprattutto il 16 con la Fiom e lavoratrici e lavoratori della Fiat (dove si sperimentano le nuove forme di sfruttamento e cancellazione dei diritti dei lavoratori).
Serve uno sciopero generale vero ed efficace e un'unità sindacale (a partire da quella dei sindacati di base) basato sulla difesa di diritti fondamentali non più negoziabili sull'altare della concertazione;
* il 17 dicembre a Roma nell’assemblea del “Comitato No debito” che vogliamo diventi un appuntamento aperto e unitario organizzato da tutto il fronte di opposizione politica e sociale – anche per organizzare insieme a tutte le forze che si oppongono al governo Monti, una grande manifestazione nazionale;
* nella partecipazione alla campagna “Rivolta il debito” e per una Audit pubblico sul debito illegittimo – con iniziative nelle diverse città italiane nella settimana tra il 10 e il 17 dicembre.

ESECUTIVO NAZIONALE SINISTRA CRITICA

giovedì 24 novembre 2011

Noi, il loro debito non lo paghiamo .Difendiamo lavoro, diritti e stato sociale

Il governo unico delle banche e della finanza, in tutta
Europa, attraverso organismi e poteri che nessuno ha
eletto, nessuno ha potuto giudicare e grazie a governi
complici, impone a tutti gli stati la stessa politica
antisociale:
· tagli all'istruzione pubblica, alla sanità,
· alle pensioni,
· ai servizi pubblici,
contemporaneamente sviluppa un pesante attacco ai salari ai diritti dei lavoratori ed al loro
potere di contrattazione e all'occupazione.
Questa impostazione ben si sposa con la rottamazione dei diritti e del potere
di contrattazione collettiva, a partire dai contratti, voluta da Marchionne.
Il neonato governo Monti, espressione diretta dei poteri forti e del padronato, lascia pochi dubbi
sui provvedimenti che intende varare in coerenza con i dettati della Bce e con le richieste della
finanza internazionale.
Noi, il loro debito non lo paghiamo
Difendiamo lavoro, diritti e stato sociale
Introduce Delia Fratucelli (comitato 1° Ottobre Torino). Intervengono:
Giorgio Cremaschi Fiom-Cgil
Gianni Vattimo europarlamentare
Assemblea pubblica
Venerdì 25 Novembre, alle ore 21 presso la Sala
della Circoscrizione di Corso Belgio 91 (tram 15, 68)
promossa dal Comitato primo Ottobre di Torino (promotori appello No debito)

mercoledì 16 novembre 2011

Sebben che siamo donne


venerdì 18 novembre ore 20.30,
presso l' Unione Culturale Franco Antonicelli,
via Battisti 4b:
Sebben che siamo donne. "Femminismo e lotte sindacali nella crisi". Libro curato dai Quaderni Viola.
le curatrici Lidia Cirillo e Giovanna Vertova incontreranno e dialogheranno insieme a Liliana Ellena, storica dell'università di Torino;
Cristiana Albino del Collettivo Me-Dea,
Maria Chiara Martinatto Maritano, lavoratrice di un call center;
Chiara Carratù, docente precaria.
L'incontro è organizzato dai Quaderni Viola.

domenica 13 novembre 2011

PRESENTAZIONE DEI LIBRI:FINANZCAPITALISMO E CAPITALISMO TOSSICO



Mercoledì 16 novembre ore 17, 30
Sala della circoscrizione di Corso Belgio 91
presentazione dei libri:
Finanzcapitalismo di Luciano Gallino
e
Capitalismo tossico di Marco Bertorello,
parteciperanno gli autori .

ADDIO A BERLUSCONI E AL SUO GOVERNO ADESSO OPPOSIZIONE AL GOVERNO DELLE BANCHE E DELLA FINANZA EUROPEA


Le migliaia di donne e uomini nelle piazze in tante città italiane giustamente festeggiano le dimissioni di un personaggio che troppi danni ha fatto negli anni in cui è stato presidente del consiglio – e anche in quelli in cui è stato all’opposizione.

Non condividiamo di questi festeggiamenti la disattenzione per come è avvenuta la caduta di Berlusconi e per quello che succedera da questo momento.

Nemmeno condividiamo la gioia verso il presidente Napolitano, che è stato protagonista di questa caduta per rispondere alle esigenze del capitale e della leadership politica europea, che consideravano Berlusconi e il suo governo inadatti a portare a termine le politiche di austerità e di distruzione dello stato sociale che in tutta Europa sono l’unica “risposta” alla crisi.

Tantomeno possiamo dimenticare che la cronaca di un’austerità annunciata porta il nome di Mario Monti, commissario integerrimo che vietava qualsiasi aiuto di Stato, per favorire gli interessi delle grandi banche e per garantire la deregulation del sistema finanziario. Lo stesso Mario Monti che sul “Corriere della sera” esaltava le “riforme” di Gelmini e Marchionne. Può seriamente qualcuno a sinistra pensare che sia l’uomo giusto, che possa rappresentare qualcosa di “meglio”?

Non c’è un “dopo”, quindi, c’è invece un presente rappresentato da un governo pericoloso per gli interessi delle classi popolari e che ha come suo unico programma nuove e più pesanti manovre economico-finanziarie contro lavoratrici e lavoratori, per maggiori privatizzazioni dei beni comuni, per asservire ancora maggiormente le scelte interne alle esigenze del capitale europeo.

Un governo che vuole vendere la vecchia ideologia secondo la quale dalla crisi si può uscire solamente con ulteriori sacrifici dopo che il welfare, i salari, le pensioni fanno sacrifici da più di vent'anni.

Per lavoratrici e lavoratori, precari/e, giovani, migranti c’è solo una strada possibile: l’opposizione immediata e ferma al governo Monti-Napolitano – ricostruendo dal basso le ragioni e l’organizzazione necessarie per resistere a nuove manovre contro di loro e per costruire una rete che ponga le questioni dell’alternativa sociale e politica, facendo pagare la crisi a chi l’ha provocata.

Non ci sono scorciatoie istituzionali: l’unica via democratica non può che venire da elezioni immediate e da un confronto sulla politica e sui programmi che provi a far tesoro di quanto accaduto negli ultimi quattro anni – con una sinistra anticapitalista che rifiuti qualsiasi compromesso di “unità nazionale” o “tecnico” e organizzi l’opposizione sociale e politica.

Invitiamo tutte/i a costruire la più ampia unità delle forze che rifiutano il governo Monti per un’uscita da sinistra alla crisi. Noi ci saremo.

Esecutivo nazionale Sinistra Critica

giovedì 27 ottobre 2011

sabato 8 ottobre 2011

Gli studenti svegliano l'Italia


Decine di manifestazioni contro Gelmini, il governo ma anche contro le banche e il debito. Prossimo appuntamento, l'assedio a Banca d'Italia del 12 ottobre


Studenti medi e universitari tornano in piazza in tutta Italia. Manifestazioni in oltre 90 città con una partecipazione complessiva straordinaria, decine di migliaia di studenti in corteo a Roma, Milano, Torino, Bologna e Palermo. "Is not our debt" si legge sullo striscione di apertura del corteo di Roma che prosegue con "One Solution, Global Revulution". "Noi il debito non lo paghiamo" lo slogan che attraversa tutte le manifestazioni.
La risposta degli studenti agli ultimi attacchi del governo e della BCE non si fa dunque attendere. Da troppi anni le scuole e le università pubbliche vedono ridotti i loro finanziamenti, il diritto allo studio viene smantellato e le tasse universitarie sono in continuo aumento. Ma le rivendicazioni degli studenti scesi in piazza vanno bel oltre la scuola e l'università. I giovani oggi si ribellano ad una condizione di precarietà alla quale vorrebbero condannarli, il rifiuto del pagamento del debito è il rifiuto a mantenere in vita un sistema economico che ha fallito, che ha prodotto disuguaglianza, illusioni, guerre, devastazione sociale.
Le manifestazioni di oggi sono solo il punto d'inizio di un autunno che si preannuncia rovente. L'obiettivo è quello di mettere il campo una mobilitazione permanente, duratura, radicale, in grado di contrastare il governo Berlusconi ma anche il cosiddetto Governo Unico delle Banche.
I prossimi appuntamenti sono già alle porte: il 12 ottobre alle 16 saremo sotto la Banca d'Italia, in via Nazionale a Roma, per rispedire al mittente la lettera firmata da Draghi e Trichet.
Il 15 ottobre ci saranno manifestazioni in tutto il mondo e saremo in piazza per la manifestazione nazionale a Roma. Con un solo obiettivo: scendere in piazza per rimanerci, fino a quando questo governo non se ne sarà andato!

AteneinRivolta - Coordinamento Nazionale dei Collettivi
.

Il gigante si sta svegliando













Con le cariche del 1 ottobre la polizia di New York ha commesso uno sbaglio: gli indignati si stanno moltiplicando e scendono in piazza anche i sindacati. Il movimento si allarga nelle università


Cinzia Arruzza
da New York
Già nelle giornate tra gli arresti di massa di sabato e mercoledì 5 ottobre si respirava una strana aria in giro per la città e nei campus. Un’aria ancora più frizzante del solito ritmo frenetico di Manhattan. A quanto pare l’arresto di 700 manifestanti sabato 1 ottobre è stato il peggiore errore che la polizia newyorkese potesse commettere. È servito solo a fare indignare ulteriormente tutti coloro che già guardavano con indignazione alle misure neoliberiste con cui i governi di tutto il mondo stanno cercando di far pagare la crisi a chi la crisi non l’ha creata. Per esempio, ha spinto quasi 200 professori universitari della New School, la quarta università newyorkese per numero di iscritti e con una lunga tradizione progressista, a firmare e far girare un appello di condanna della repressione poliziesca e di sostegno a Occupy Wall Street e al corteo organizzato dagli studenti.

La manifestazione di ieri è stata organizzata dai sindacati più potenti di New York, tra cui Seiu 1199 (sindacato dei lavoratori della sanità), Afl-Cio, Cwa 1109 (sindacato dei lavoratori delle telecomunicazioni), Rwdsu (sindacato dei lavoratori commercio), Transport Workers Unions (che organizzai lavoratori della metropolitana) e da una rete di comunità di base, tra cui Alliance for Quality Education New York Communities for Change, Coalition for the Homeless, NYC Coalition for Educational Justice e molti altri. Con la manifestazione di ieri questa rete di sindacati e organizzazioni locali intendeva esprimere la propria solidarietà con Occupy Wall Street. A loro si sono aggiunti gli studenti di tre università newyorkesi, Cuny (università pubblica con un’alta percentuale di studenti afro-americani e latinos), The New School e NYU, che hanno organizzato il proprio corteo dai rispettivi campus alla piazza di partenza della manifestazione, Foley Square. Gli studenti sono partiti in una manifestazione non autorizzata dalla sede della New School, hanno bloccato la Quinta Avenue e si sono uniti in Washington Square agli studenti della NYU e di CUNY, per poi continuare verso il concentramento dei sindacati. Oltre 2000 studenti universitari hanno invaso le strade della città dietro gli striscioni “Arabian Spring, European Summer, American Fall...” (“fall” in americano vuol dire sia autunno che caduta, o declino) e “Occupy America”. E molti altri erano già nella piazza, mescolati ai vari spezzoni di sindacati, organizzazioni locali e comunità di base. A mobilitare gli studenti, oltre all’indignazione per gli arresti di sabato, la preoccupazione per gli effetti della crisi economica. Solo tra 2001 e 2006 le tasse universitarie sono aumentate del 56%. Ogni studente universitario americano ha un debito medio di 24 mila dollari: una cifra che, con gli effetti della crisi sul mercato occupazionale, in molti impiegheranno decenni a pagare. Peraltro, il totale del debito studentesco statunitense è di 805 miliardi dollari: somma sufficiente a fare scoppiare un’altra bolla finanziaria, in caso di insolvenza.

Foley Square era così affollata che il corteo ha impiegato più di un’ora per riuscire a defluire dalla piazza. I sindacati e le comunità di base hanno mantenuto la promessa. La manifestazione di oggi è stata imponente e ha visto una partecipazione massiccia di lavoratori afro-americani, latinos e migranti. Per tutto il corteo risuonava lo slogan “Lavoratori e studenti uniti: blocchiamo la città!” Decine di migliaia di persone hanno sfilato per ore fino ad arrivare al Financial District e al Zuccotti Park, in cui da venti giorni centinaia di persone organizzano assemblee generali, workshop, gruppi di lavoro e sfidano l’autunno newyorkese dormendo all’adiaccio.
Nel frattempo Occupy Wall Street si sta trasformando in Occupy America. Sempre in questi giorni si stanno moltiplicando le occupazioni e le manifestazioni in tutti gli Stati Uniti: da Austin, in Texas, a Boston,Chicago, Denver, Los Angeles e decine di altre città in California e Florida. I commentatori di diverse testate americane, dal New York Times, a Democracy Now and The Nation, si iniziano a chiedere se la solidarietà tra sindacati, studenti e la protesta Occupy Wall Street, che ha dato vita alla straordinaria giornata di mobilitazione di oggi, non segni l’inizio di un nuovo movimento. A giudicare dall’aria che si respirava a New York oggi pomeriggio, sembrerebbe che il gigante America si stia finalmente svegliando.

140 professori della New School a sostegno dei manifestanti

The New School faculty in support of Occupy Wall Street
We faculty members of The New School would like to express our solidarity with the Occupy Wall Street protest. We support its demand for real democracy and its denunciation of the effects of the economic crisis on the conditions of life for millions of people around the world. We strongly disagree with political and economic measures against the crisis based on the reduction of public spending and cuts to public services. We condemn the exclusive and unnecessary use of force by the NYPD that resulted in the arrests of 700 hundred people marching in a peaceful and non-violent demonstration on Saturday October 1st. It is inconceivable that New York, the city known for a tradition of free and independent thinking, should be governed like a police state.
This crisis and the measures adopted by governments will affect the future of young people, and among them, our student body. We all know that our students made a commitment to higher education that forces them into debt. The current economic situation is such that our students will probably carry these debts for decades to come. This is why we support the walk out organized by our students on Wednesday October 5th at 3:30pm.

Signatures
Elaine Abelson (Associate Professor of History and Urban Studies)
Barbara Adams (PT faculty at Parsons and NSGS)
Zed Adams (Assistant Professor of Philosophy)
Andrew Arato (Dorothy Hart Hirshon Professor of Political and Social Theory)
Cinzia Arruzza (Assistant Professor of Philosophy)
Peter Asaro (Assistant Professor, The New School for Public Engagement)
Jonathan Bach (Associate Professor of International Affairs)
Lopamudra Banerjee (Assistant Professor of Economics)
Stefani Bardin (Adjunct Assistant Professor, Parsons)

Banu Bargu (Assistant Professor of Political Science)
David Barker (Adjunct Faculty, Lang College)
Fabiola Berdiel (Professor of International Affairs)
Jay Bernstein (University Distinguished Professor of Philosophy)
Richard Bernstein (Vera List Professor of Philosophy)
Omri Boehm (Assistant Professor of Philosophy)
Chiara Bottici (Assistant Professor of Philosophy)
Jackie Brookner (Associate Teaching Professor, Parsons Fine Arts)
Colette Brooks (Arts in Context Program Coordinator, Lang College)
Ted Byfield (Assistant Professor Art, Media, and Technology)
Chris Christian (Assistant Professor, Psychology Department)
Laurie Halsey Brown (Associate Professor, Department of Film and Media)
Paolo Carpignano (Associate Professor of Media Studies)
Emanuele Castano (Associate Professor of Psychology)
Benoit Challand (Visiting Associate Professor of Political Science)
Katayoun Chamany (Associate Professor of Biology, Lang College)
Doris F. Chang (Assistant Professor of Psychology)
Juliana Cope (Part-time Faculty, Parsons)
Alice Crary (Associate Professor of Philosophy)
Simon Critchley (Professor of Philosophy)
Juan E De Castro (Associate Professor, Literary Studies)
Alexandra Délano (Assistant Professor of Global Studies)
Shari Diamond (Assistant Professor of Fine Arts)
James Dodd (Philosophy Department Chair)
Patrick Dodd (Adjunct Faculty, French Department)
Kate Eichhorn (Assistant Professor Culture and Media Studies)
Nadia Elrokhsy (Assistant Professor Sustainable Design)
Ernesto Fedukovitch (Part Time Faculty, Foreign Languages)
Federico Finchelstein (Associate Professor of Historical Studies)
Duncan Foley (Leo Model Professor of Economics)
Carlos Forment (Associate Professor of Sociology)
Oz Frankel (Associate Professor of History)
Nancy Fraser (Henry A. and Louise Loeb Professor of Politics and Philosophy)
Jeffrey G. Goldfarb (Michael E. Gellert Professor of Sociology)
Deborah Gordillo (Assistant Professor of Music)
Neil Greenberg (Professor, The Arts)
Mark Greif (Assistant Professor of Literary Studies)
Pamila Gupta (Visiting Assistant Professor, Anthropology)
Luis Guzman (Humanities, New School for Public Engagement)
Tilmann Habermas (Visiting Heuss Professor)
Orit Halpern (Assistant Professor of History)
Peter Haratonik (Associate Professor of Media Studies)
Rachel Heiman (Associate Professor of Anthropology)
Daniel G. Hill (Assistant Professor of Fine Arts)

Lawrence A. Hirschfeld (Professor of Anthropology and Psychology)
David Huyssen (Postdoctoral Faculty, Lang College)
Jessica Irish (Assistant Professor of Design & Technology)
Noah Isenberg (Director of Screen Studies)
Andreas Kalyvas (Associate Professor of Political Science)
Jesal Kapadia (Part-time Faculty, Media Studies)
Elizabeth Kendall (Part-Time Faculty)
Paul Kottman (Associate Professor of Comparative Literature)
Nicolas Langlitz (Assistant Professor of Anthropology)
Cynthia Lawson (Assistant Professor of Integrated Design)
Benjamin Lee (Professor of Anthropology)
Deborah Levitt (Assistant Professor, Department of Culture and Media Studies)
Margrit Lewczuk (Faculty, Visual Arts)
Gina Luria Walker (Associate Professor of Women's Studies)
Arien Mack (Alfred J. and Monette C. Marrow Professor of Psychology)
Lenore Malen (Faculty Member, The New School for General Studies)
Victoria Marshall (Assistant Professor of Urban Design)
Peter Matthiessen Wheelwright (Associate Professor, School of Constructed Environments)
Elzbieta Matynia (Associate Professor of Liberal Studies and Sociology)
Conor McGrady (Adjunct Faculty, Lang College)
Jack McGrath (Adjunct Faculty, MFA program)
P. Timon McPhearson (Assistant Professor of Urban Ecology)

Inessa Medzhibovskaya (Associate Professor and Co-Chair of Literary Studies)
Carlos Motta (Adjunct Faculty, Parsons)
Edward Nell (Malcolm B. Smith Professor of Economics)
Vladan Nikolic (Associate Professor, Film and Media Studies)
Dmitri Nikulin (Pofessor of Philosophy and Director of Undergraduate Studies)
Julia Ott (Assistant Professor of History)
Leslie Painter-Farrell (Associate Director MATESOL, School of Languages)
Dominic Pettman (Chair and Associate Professor, Culture and Media)
Robert Polito (Professor of Writing)
Ross Poole (Adjunct Professor of Political Science and Philosophy)
Christian Proaño (Assistant Professor of Economics)
Timothy R. Quigley (Associate Professor of Philosophy)
Robert Rabinovitz (Associate Professor)
Hugh Raffles (Professor of Anthropology)
Rachelle Rahme (Senior Secretary of Culture & Media Studies, Interdisciplinary
Science, and First Year Programs)
Vyjayanthi Rao (Assistant Professor of Anthropology)
Jasmine Rault (Assistant Professor Culture and Media)
Janet Roitman (Associate Professor of Anthropology and International Affairs)
Lisa Rubin (Assistant Professor of Psychology)
Sanjay Ruparelia (Assistant Professor of Political Science)
Jeremy Safran (Professor of Psychology)
Scott Salmon (Associate Professor of Geography & Urban Studies)
Elaine Savory (Associate Professor Literature)
Trebor Scholz (Assistant Professor, Department of Culture and Media)
Mira Schor (Associate Teaching Professor, Parsons Fine Arts)
Anezka Sebek (Associate Professor of Media Design)
Willi Semmler (Professor of Economics)
Anwar Shaikh (Professor of Economics)
Ann-Louise Shapiro (Professor of History)
Henry Shapiro (Part-time Lang faculty since 1989)
Rachel Sherman (Associate Professor of Sociology)
Trebor Scholz (Assistant Professor, Department of Culture and Media)
Mira Schor (Associate Teaching Professor, Parsons)
Kathryn Simon (Faculty, Parsons School of Design)
Ann Snitow (Associate Professor, Literature and Gender Studies)
Nidhi Srinivas (Associate Professor of Nonprofit Management)
Miriam Steele (Professor of Psychology)
Radhika Subramaniam (Asst. Professor, Art & Design History & Theory, Parsons)
Karam Tannous (Faculty, Dept. of Foreign Languages)
Sharika Thiranagama (Assistant Professor of Anthropology)
Iddo Tavory (Assistant Professor of Sociology)
Nadine Teuber (Visiting Heuss Lecturer)
Eugene Thacker (Associate Professor, Media Studies)
Miriam Ticktin (Assistant Professor of Anthropology)
Lynne Tillman (Part-time Faculty)
Cameron Tonkinwise (Associate Dean for Sustainability)
John VanderLippe (Associate Dean for Faculty & Curriculum, NSSR)
Jeremy Varon (Associate Professor of History)
Silvia Vega-LLona (Associate Teaching Professor Culture and Media)
Aleksandra Wagner (Assistant Professor of Sociology)
Robin Wagner Pacifici (Professor of Sociology)
Louise Walker (Assistant Professor of Historical Studies)
McKenzie Wark (Professor of Liberal Studies)
Jamieson Webster (Psychology Department)
Leah Weich (Director of Academic Advising, Lang College)
Tony Whitfield (Associate Dean for Civic Engagement, Parsons)
Deva Woodly (Assistant Professor of Political Science)
Susan Yelavich (Assistant Professor, School of Art and Design History)
Rafi Youatt (Assistant Professor of Political Science)
Caveh Zahedi (Assistant Professor of Screen Studies)
José DeJesús Zamora (Assistant Professor, School of Design Strategies)
Eli Zaretsky (Professor of History)
Aristide Zolberg (Walter P. Eberstadt Professor of Political Science)
Vera Zolberg (Professor of Sociology)