giovedì 30 dicembre 2010

Uno sciopero quasi generale


La Fiom proclama otto ore di sciopero per il 28 gennaio e invita movimenti, associazioni e partiti ad aderire. La battaglia contro la Fiat diventa sempre più questione generale e chiama in causa la politica


Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
La risposta della Fiom alla Fiat si chiama “sciopero”. Di otto ore proclamato per il 28 gennaio in tutto il comparto metalmeccanico, e non solo nel gruppo Fiat come era nelle intenzioni iniziali. E poi, raccolta popolare di firme contro l'accordo; dichiarazione di “illegittimità” del referendum di Mirafiori – in quanto si tiene su diritti “non disponibili” come lo sciopero o la salute - senza indicazione di voto; un'assemblea di delegati il 3 e 4 febbraio per decidere come proseguire la lotta. Una risposta dura, quindi, che più che a Sergio Marchionne sembra rivolta al resto del mondo industriale per avvertire che se il modello di Pomigliano e Mirafiori verrà esportato allora la conflittualità in fabbrica sarà destinata a crescere. Sulla sua proposta, il segretario generale Maurizio Landini ottiene un consenso forte, 102 voti a favore, nessun contrario e 29 astenuti che appartengono alla minoranza guidata da Fausto Durante. Che si astiene, e non vota contro, perché non condivide l'accordo di Mirafiori ma, allo stesso tempo, continua a non condividere la linea che la Fiom si sta dando. L'area legata alla maggioranza della Cgil – che però perde il pezzo di “Lavoro&Società - propone infatti di dare battaglia esplicita per il No al referendum e di firmare “tecnicamente” l'accordo in caso di vittoria dei Si.
La linea della Fiom, invece, resta quella di sempre: fermezza sulla difesa del contratto nazionale, strategia conflittuale, un certo “movimentismo”, come quando si richiede ai vari soggetti che hanno aderito alla manifestazione nazionale del 16 ottobre di tornare a farlo a fine gennaio nelle varie manifestazioni regionali. L'idea, non esplicitata, è quella di realizzare una giornata a metà strada tra lo sciopero di categoria e lo sciopero generale, già richiesto alla Cgil ma che Susanna Camusso non ha intenzione di proclamare. Anche se, questa volta, le distanze tra Fiom e Cgil si riducono. Vincenzo Scudiere, della segreteria nazionale di Corso Italia, è intervenuto al Comitato centrale dei metalmeccanici con una posizione dialogante - “l'accordo di Mirafiori serve a buttare la Fiom” - e in questo momento la battaglia contro Sergio Marchionne è comune. La differenza principale è che Susanna Camusso spera in una presa di distanza da parte di Confindustria, e punta a rilanciare un nuovo tavolo sul modello contrattuale e sulla rappresentanza, mentre in Fiom considerano questa eventualità o “illusoria” oppure “poco probabile”.
In ogni caso lo sciopero, come spiega lo stesso Landini, serve per dire alle imprese “di non seguire la Fiat”. Perché se davvero si vuole andare con la logica aziendalista del “caso per caso”, allora la Fiom è preparata all'evenienza. Non è un caso che lo sciopero sia seguito da un'assemblea dei delegati per discutere del contratto nazionale futuro, da riconquistare, ma anche di come proseguire quella che Cremaschi chiama “la guerra dei trent'anni”.
Il problema di strategia, in ogni caso, esiste. A caldo si tratta di dimostrare la compattezza dell'organizzazione e tutte le anime che compongono la maggioranza, da quella più radicale di Cremaschi a quella più sindacale di Airaudo fino allo stesso Landini, sono concordi nel sottolineare l'importanza della riunione di ieri, la sua “consapevolezza” e la sua “determinazione”. Anche l'astensione della minoranza è valutata positivamente. Nel medio periodo, però, la sfida più dura è quella di riconquistare il contratto. Basterà lo scontro frontale, la “guerra di movimento” di cui parla Cremaschi o, semplicemente, il movimentismo tenace di Maurizio Landini? Le alleanze vanno dai centri sociali di Luca Casarini fino alla politica più classica. Si guardi, ad esempio, all'Associazione “Lavoro e Libertà” nata su iniziativa di Sergio Cofferati, Fausto Bertinotti, Rossana Rossanda, Stefano Rodotà, Luciano Gallino e altri. Per ora niente di più che una forma di sostegno alla Fiom ma anche un'allusione a quel “Partito del Lavoro” di cui hanno parlato, in momenti diversi, sia Cofferati che Bertinotti ma soprattutto Gianni Rinaldini, oggi portavoce della minoranza Cgil ma che resta sempre il “nume tutelare” dell'attuale Fiom. Una prospettiva aleatoria che però la crisi verticale del Pd potrebbe improvvisamente far tornare di attualità. Del resto non è un caso se Landini abbia ieri invitato proprio il Pd ad “andare a lavorare in fabbrica” prima di esprimere i suoi giudizi sulla vertenza di Mirafiori.
L'altra questione è come cambierà il rapporto con la Cgil. Oggi, sull'onda dell'iniziativa di Marchionne, la Cgil che non ha molte chances di ricostruire un quadro unitario con Cisl e Uil e nemmeno di riuscire a dividere la Fiat da Confindustria. Ma in Fiom, nella stessa maggioranza, c'è chi pensa che Fiom e Cgil non possano andare avanti “disallineate” e debbano trovare una più convinta unità. “Marchionne ha mutato il quadro – ci dice Giorgio Airaudo, segretario piemontese – e la geografia interna al sindacato uscita dal congresso non è più sufficiente”. Al negoziato, sia pure al ribasso, sulla rappresentanza non crede nessuno ma se quel tavolo si aprisse tutto il dibattito sindacale ne verrebbe modificato.

martedì 28 dicembre 2010

Recuperare l'Internazionalismo


Molte lotte in questi mesi si sono svolte in Italia e in Europa, ma tutte con il limite di non essere
collegate alla comune consapevolezza che le politiche governative e le ristrutturazioni sono decise dagli organismi dell'Unione e dai gruppi multinazionali.

Ai lavoratori, al movimento sindacale è mancata una organizzazione, un coordinamento internazionale, almeno a livello europeo che impedisse ai padroni di mettere in competizione i lavoratori di una fabbrica con l'altra, di uno stato con l'altro.
Ciò che avviene nella produzione dell'auto illustra perfettamente il nodo del problema. Nel mondo ci sono troppe fabbriche di auto rispetto a quante se ne vendono. I padroni ricattano - come fa Marchionne - i lavoratori a chi si fa sfruttare di più in cambio della promessa di lavoro. Come può una organizzazione sindacale non essersi posta il problema di una dimensione europea per impedire la concorrenza tra lavoratori? Dopo la crisi degli anni '80 la borghesia europea ha impresso un'accelerazione per costruire l'Unione e coordinare le sue politiche contro i lavoratori. Che queste politiche fossero finalizzate a lasciare mani libere al capitale nel massimo sfruttamento dei lavoratori, la borghesia non ne ha mai fatto mistero. Sono i sindacati e la sinistra - anche la quella che si pensa radicale - che non hanno mai voluto affrontare il problema.
Oggi i problemi non sono neanche risolti per i padroni dell'auto. La profondità della crisi li
costringe e li costringerà a fare ovunque ciò che Marchionne fa a Termini Imerese, Pomigliano e Mirafiori. Quello che i compagni del sindacato di classe della Fiat di Tychy hanno detto a Torino nell'incontro organizzato da Sinistra Critica, descrive lo stesso atteggiamento della Fiat in Italia e in Polonia. Non è mai troppo tardi per iniziare a coordinare le azioni a difesa di tutti i lavoratori, ovunque collocati, contro i padrone multinazionale.
Coerentemente con questa necessità, dopo il primo incontro tra lavoratori della Fiat di Torino e di Tychy, stiamo lavorando ad un incontro europeo tra rappresentanze sindacali di stabilimenti di produzione automobilistica in Europa, per aiutare a costruire la dimensione necessaria alle lotte sindacali.
Sinistra Critica, nella difficoltà del momento, non perde di vista le risorse che comunque restano ai lavoratori, che, se liberate dalle catene ideologiche delle burocrazie sindacali, sono tante.
Aiutiamole a ricostruire gli obiettivi per difendere il posto di lavoro, il reddito, i diritti e la dignità,contrastando l'unica forza del padrone, la rassegnazione dei lavoratori.

Adriano Alessandria RSU della Lear di Grugliasco (Torino)

A FIANCO DEI LAVORATORI CONTRO MARCHIONNE E TUTTI I SUOI AMICI


L’offensiva a tutto campo del padronato contro la classe operaia giunge al suo culmine, dopo Pomigliano, con l’assalto di Marchionne alle lavoratrici e ai lavoratori di Mirafiori. E’ parte integrante di quella guerra sociale che le borghesie europee e i loro governi di centro destra e centrosinistra hanno scatenato con sempre maggiore forza nell’ultimo anno contro la classe lavoratrice.

La guerra totale contro i lavoratori

Marchionne vuole e impone tutto: sindacati di facciata, diretta espressione della volontà padronale che vivranno solo perché funzionali ad incatenare i lavoratori; esclusione dalla fabbrica di ogni sindacato vero che voglia rappresentare gli interessi dei lavoratori e difenderne diritti, salari e condizioni di lavoro; abolizione di diritti costituzionali fondamentali, a partire dal diritto di sciopero e dalla libera organizzazione sindacale; pesanti sanzioni e licenziamento per quei lavoratori che cercheranno di promuovere qualsiasi azione di difesa individuale e/o collettiva; regime di orari e di sfruttamento bestiali per incrementare fino all’ultimo centesimo i profitti ai moderni e brutali padroni delle ferriere.

Un mondo a parte - ma solo fino a un certo punto - perché il modello Marchionne corrisponde a quello che i padroni in tante parti del mondo già fanno o che sperano di fare. Una concorrenza spietata tra di loro in un periodo di difficoltà del capitalismo con i lavoratori ingaggiati nella guerra (in questo caso quella dell’auto) per combattere e morire, carne di cannone sull’altare dei profitti.
L’accordo di Mirafiori è dunque un a metafora perfetta di come il capitalismo concepisce il mondo: un lavoro da schiavi per produrre una merce per i ricchi (soprattutto americani, ma non solo) nociva e distruttiva dell’ambiente.
Pomigliano e Mirafiori parlano a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, a tutte le categorie: quel che si vuole per la Fiat, ben presto lo si vorrà per tante altre aziende e settori, è un veleno che percorrerà tutto il paese; l’attacco coinvolge tutto il mondo del lavoro; il grido dall’allarme va lanciato più forte possibile perché l’incendio è senza precedenti e prima che sia troppo tardi.
La mobilitazione generale, che da tempo avrebbe dovuto essere stata costruita, oggi non è più rinviabile e deve essere perseguita nei prossimi giorni, nelle prossime settimane da tutte quelle forze sindacali, a partire dalla Fiom, e dalle forze politiche e movimenti sociali che scelgono di schierarsi senza se e senza ma , dalla parte dei lavoratori contro Marchionne, la Fiat, la Confindustria e i tanti che li sostengono.
Sinistra Critica esprime la propria totale solidarietà ai lavoratori di tutta la Fiat e mobiliterà tutte le sue forze per sostenere i lavoratori in uno scontro durissimo partecipando a tutte le iniziative unitarie che si prefiggono questo obbiettivo.

Il bilancio di un anno

Nello stesso tempo è necessario interrogarsi su come, quello che sta avvenendo sia stato reso possibile, perché la Fiat pensa di poter varcare impunemente il Rubicone di diritti essenziali dei lavoratori e perché intorno ad essi non c’è stata fino ad oggi la necessaria solidarietà.
E’ da anni che le politiche liberiste del padronato non trovano nessuna reale risposta generale; in particolare nel nostro paese; è da anni che non solo il centro destra, ma il centro sinistra praticano le politiche liberiste più antipopolari, è da anni che pezzo dopo pezzo tutte le conquiste economiche, sociali e democratiche vengono smantellate. E’ da anni che le grandi confederazioni sindacali, si fanno complici di queste politiche o, come la Cgil, non organizzano nessuna risposta.
Il solo bilancio di quest’anno è impressionante: tagli senza precedenti a Regioni e enti locali, cioè tagli ai servizi sociali; precarietà senza fine e cassa integrazione per centinaia di migliaia di lavoratori; aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici del pubblico impiego, ma anche una ennesima controriforma pensionistica che colpisce tutti, passata nel silenzio; disdetta del contratto per un milione mezzo di metalmeccanici; blocco per 4 anni della contrattazione per 3 milioni di lavoratrici e lavoratori pubblico. E un governo che si propone di fare quello che già fa Marchionne, chiudere lo statuto dei lavoratori.
E ancora: dopo la distruzione della scuola media con prima controriforma Gelmini, oggi ecco la distruzione della università pubblica con la legge approvata il giorno stesso dell’accordo Fiat. E qualcuno, il segretario del PD, ha il coraggio di dire che questo governo non fa niente…. L’unica che non fa niente è la cosiddetta opposizione parlamentare, che ha avallato o lasciato passare, senza alcuna vera contrapposizione, tutte queste vergognose misure contro un movimento dei lavoratori, sempre più solo e disperato.

Quelli che stanno con Marchionne

In tutti questi mesi la Fiat ha trovato una sola opposizione, quella della Fiom e dei sindacati di base; ha avuto dalla sua parte i sindacati complici (CISL, UIL e aggregati), tutta la destra e gran parte del centro sinistra.
Per quanto riguarda la CGIL, essa si è preoccupata solo di distinguersi dalla Fiom e di invitare i padroni italiani a una maggior “ragionevolezza”. Essa, come molti altri, ha voluto dimenticarsi del vecchio detto. “se dai un dito al padrone, questi si prendere prima la mano, poi il braccio, poi…”
In altri termini tutti questi hanno dato il via libera alla guerra totale di Marchionne o non l’hanno ostacolata. Sostegno alla Fiat e isolamento per i lavoratori, quelli della Fiat, ma anche di tutti gli altri perché la sconfitta alla Fiat sarebbe ben presto la sconfitta di tutti.

E’ una vergogna che le istituzioni, invece di stare coi lavoratori chiedendo alla Fiat il rispetto della Costituzione, dei diritti del lavoro, dei contratti collettivi, (tanto più dopo i miliardi pubblici che le sono stati dati), invitino i lavoratori a rassegnarsi adeguandosi a uno sfruttamento sempre più duro da schiavi-robot.
A Torino, il sindaco e vicesindaco, sono arrivati a dire che destino di Mirafiori e della città è nelle mani dei lavoratori. La verità è che il destino di Mirafiori e della città è lasciato nelle mani di una
Fiat sempre più americana e che coloro che sono stati eletti per fare gli interessi dei cittadini sono sempre più i servi sciocchi e complici della azienda e di una famiglia Agnelli che ormai ha deciso
di sbarazzarsi dell’ingombrante settore auto. In quanto ai candidati del PD alle prossime elezioni comunali, in forme diverse, quasi tutti si sono precipitati a sostenere l’accordo vessatorio. Vergogna.
Per quanto riguarda la CGIL di Camusso, la preoccupazione di questa organizzazione che punta al nuovo patto sociale con una Confindustria, strattonata dalle fughe in avanti di Marchionne, invitare i padroni stessi ad “adoperarsi” perché Marchionne rientri nell’alveo dei diritti è di costituzionali. Sarebbe meno utopistico chiedere alla tigri di diventare vegetariane. Nel frattempo, nonostante le richieste sempre più pressanti che arrivano, (dalla Fiom, dai movimenti sociali, a partire dal quello dei giovani studenti) ai dirigenti della maggioranza della CGIL l’idea di uno
sciopero generale, neanche passa nella testa.

La mobilitazione e lo sciopero generale subito

L’attacco della Fiat deve essere rigettato attraverso la mobilitazione più ampia possibile di tutte le lavoratrici e i lavoratori, nell’unità con i movimenti sociali scesi in lotta in questi, mesi, con tutti i cittadini che sono consapevoli della gravità di quanto sta avvenendo, che sono in gioco fondamentali diritti del lavoro e insieme ad essi diritti costituzionali e civili essenziali di un paese democratico.
Questi stabilimenti italiani, che non sono più neanche della vecchia Fiat, ma che sono solo reparti di una azienda americana, la Chrysler, sono stati costruiti con il sudore e il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori, sono stati mantenuti in piedi numerose volte, garantendo i profitti degli azionisti Fiat, attraverso un fiume di denaro pubblico. Solo pochi anni fa, grazie a una ulteriore elargizione di soldi da parte degli Enti locali del Piemonte era stato “garantito” dalla direzione Fiat il mantenimento di Mirafiori.
Questi stabilimenti (da Termini Imerese a Mirafiori, da Melfi a Pomigliano) possono e debbono essere mantenuti. Non possono restare nella mani di un padrone esterno che li concepisce solo come limoni di spremere, l’intervento pubblico si ripone con forza e, di fronte alla crisi del settore e alle scelte produttive di Marchionne, sono necessari progetti importanti di riconversione in funzione della salvaguardia dei posti di lavoro, dei bisogni delle collettività locali, della preservazione dell’ambiente e del territorio.
Per questo serve un grande movimento una grande mobilitazione per sconfiggere il disegno reazionario della Fiat, per unire tutti i lavoratori. Per questo serve chiaramente che tutti, in questi giorni, dicano da che parte stanno: o con i lavoratori o con la Fiat. Coloro che vogliono il bene della classe lavoratrice devono lavorare non solo per una mobilitazione unitaria di tutto il settore auto, ma anche per uno sciopero generale dei metalmeccanici, che, in mancanza di una risposta positiva della Cgil, possa diventare lo sciopero di tutti coloro che non vogliono arrendersi, che vogliono difendere il lavoro e i suoi diritti, di tutte le categorie, e di tutti i movimenti. Tutti devono essere consapevoli che la risposta va data oggi.
Uno sciopero dei metalmeccanici che possa diventare il primo atto di uno sciopero generale e generalizzato in cui si affermi l’unità di classe, capace di bloccare il paese e di mandare casa Berlusconi e di sconfiggere Marchionne, la Confindustria, i sindacati complici e tutti coloro che sostengono le politiche di austerità e di massacro sociale.

Franco Turigliatto - Portavoce nazionale Sinistra Critica

mercoledì 15 dicembre 2010

Torino: dalla parte giusta della barricata


Di seguito il volantino distribuito in questi giorni da Sinistra Critica Torino.

Come a Pomigliano, Marchionne usa il ricatto più brutale per cercare di piegare le lavoratrici e i lavoratori di Mirafiori: “se vuoi avere uno straccio di lavoro devi accettare le mie condizioni: un lavoro da servo senza diritti e garanzie, sfruttato fino all’osso”.
Siamo nel XXI secolo, ma parla e agisce come i padroni dell’ottocento.

Riesce a farlo perché, non solo i padroni, ma la grande maggioranze delle forze politiche la pensa come lui: a pagare la crisi devono essere i lavoratori.
La Marcegaglia si comporta da scolaretta accettando addirittura che la Fiat se ne vada da Confindustria. Il governo di destra, guidato da un padrone che, ancora ieri, con la corruzione e la compravendita è riuscito a restare in piedi, non può che sostenere i prepotenti.
E le opposizioni di centro sinistra cosa fanno? Sostengono più o meno apertamente il progetto di Marchionne!!

E’ una vergogna che le istituzioni, (non stupiscono il Governo e la Regione, di destra, ma anche il Comune di Torino), invece di stare coi lavoratori chiedendo alla Fiat il rispetto della Costituzione, dei diritti del lavoro, dei contratti collettivi, (tanto più dopo i miliardi pubblici che le sono stati dati), invitino i lavoratori a rassegnarsi adeguandosi a uno sfruttamento sempre più duro da schiavi-robot.
Dicono che il destino di Mirafiori e della città è nelle mani dei lavoratori. No! E’ nelle mani di coloro che sono stati eletti per fare gli interessi dei cittadini e che invece diventano servi sciocchi di una Fiat sempre meno italiana e sempre più americana.

Il modello infernale di Marchionne, se passa alla Fiat, ben presto sarà esteso a tutte le fabbriche a partire dall’indotto. Questa vertenza riguarda tutta la classe lavoratrice. Bisogna fermare i padroni prima che sia troppo tardi.E’ necessaria una mobilitazione non solo del gruppo Fiat, ma di tutta la categoria perché è una vicenda che riguarda tutti.

Una unità indispensabile anche al di sopra delle frontiere. I militanti sindacali della Fiat Poland venuti a Mirafiori lo scorso lunedì hanno spiegato che la Fiat agisce ovunque allo stesso modo cercando di contrapporre gli operai di una fabbrica a quelli dell’altra.

Sinistra Critica solidarizza e sostiene la battaglia di resistenza dei lavoratori.
Costruiamo un fronte che unisca le battaglie per il lavoro, con quelle per la difesa della scuola pubblica, dei diritti dei lavoratori migranti, dei beni comuni saccheggiati per i profitti di pochi.

E’ questa la strada per riuscire a cacciare Berlusconi, impedendo che lui o altri continuino a fare la stessa politica economica e sociale antipopolare.

Sinistra Critica lavora perchè in città cresca la consapevolezza che il futuro di Torino non è nella prepotenza di Marchionne, ma nell’unità delle lavoratrici e dei lavoratori.
E i partiti devono dire chiaramente da che parte stanno: con il superman cattivo o con lavoratori.

Sinistra Critica Sede di Mirafiori via Podgora 16

Le ragioni di una sconfitta (e una riflessione)


Quattro motivi che hanno portato alla vittoria di Berlusconi alla Camera e il ruolo dei movimenti



Salvatore Cannavò
Berlusconi ce l’ha fatta ancora una volta. Fini ha perso e con lui hanno perso Udc e Pd ma anche l’Idv uscita ammaccata da questa vicenda nella sua capacità di selezionare i gruppi parlamentari. Certamente, Berlusconi non avrà vita facile, per lui oggi inizia il cammino che il governo Prodi dovette sperimentare subito dopo le elezioni del 2006. I capigruppo di maggioranza dovranno fare la guardia ai deputati, precettarli a ogni voto e via discorrendo. E se Berlusconi non potrà durare a lungo in questa situazione, sta già tentando di allargare la maggioranza all’Udc o a quei pezzi di Futuro e Libertà che non hanno digerito il voto di sfiducia e di cui il comportamento del deputato dissenziente, Moffa, costituisce l’espressione più evidente. Le carte in mano ce l’ha, ha il governo, cariche da distribuire, forse anche accenni alla sua successione. Si vedrà cosa succederà, avremo tempo per capire.
Quello che oggi è necessario è invece cercare di riflettere sulle cause di questa sconfitta. Che a nostro giudizio sono almeno quattro. Così come occorre riflettere sull’esito di una giornata di mobilitazione che descrive una nuova fase con forme di ribellione inaspettate.

La prima ragione è la più indecente. Berlusconi, sia quando era all’opposizione di Prodi che, tanto più al governo, ha una formidabile capacità di “convincere” deputati dello schieramento opposto a passare con lui. Non è solo questione di disponibilità finanziarie, che esistono in grandi quantità, ma anche frutto della determinazione e della spregiudicatezza a “comprarsi” il consenso, qualità che nel centrosinistra sono molto più scarse. La scena cui abbiamo assistito nelle ultime battute della votazione alla Camera, con tre deputate incinta che si sono sobbarcate l’onere della presenza, addirittura in carrozzina, mentre altre due loro colleghe all’ultimo minuto decidevano di salvare il governo, si commenta da sola. Questa spiegazione è importante ma da sola non basta.

Se Berlusconi ha avuto la possibilità e il tempo di allestire il “calciomercato” è anche grazie alla smisurata concessione che gli è stata fatta dal presidente della Repubblica che, un mese fa, ha fissato a oggi, 14 dicembre, la data del dibattito parlamentare. Un mese di tempo che è stato ampiamente utilizzato dal premier, uscito tramortito dalla convention di Fli a Bastia Umbria, il 6 novembre, il cui effetto, però, si è disperso strada facendo. Ancora una volta Berlusconi deve ringraziare Napolitano.

Terza ragione, la natura di Futuro e Libertà. La propensione di una sua ampia parte a non rompere con il centrodestra e con lo stesso Berlusconi alla fine è venuta allo scoperto rivelandosi decisiva. I toni accesi dei Granata, Bocchino e Briguglio non solo non rappresentavano tutta Fli, ma alla fine hanno sospinto l’ala più moderata nelle braccia di Berlusconi. Mettendo in evidenza una contraddizione lacerante: se Futuro e Libertà vuole davvero costruire un altro polo e rompere con Pdl e Lega, si spaccherà ancora. Se vuole restare unita deve rientrare nel centrodestra ma sottomettendosi a Berlusconi il quale però, ormai, punta al suo dissolvimento. Fini si scopre più debole di quanto immaginava e solo il rapporto stretto con Casini può dargli una prospettiva. Casini si dice disponibile ma la strada dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni.

Quarta ragione, la subordinazione del Pd a Fini e a Casini non ha pagato. Bersani ha davvero creduto alla possibilità di formare un governo “di transizione” con Udc e Fli e oggi questa eventualità viene spazzata via dal voto. E il Pd si trova con un pugno di mosche. Le uniche alternative alla tenuta dell’attuale governo sono infatti due: nuovo centrodestra, allargato a Udc oppure elezioni anticipate con la formazione di un terzo polo. La prima soluzione lascia il Pd in un angolo senza grandi sbocchi, la seconda lo costringe a provare l’alleanza di centro-sinistra che però non è amata da tutti.
Questa difficoltà deriva dal fatto che il Pd è rimasto confinato dentro una manovra di palazzo che non lo ha mai visto protagonista. Anzi, con la “responsabilità” dimostrata nell’approvazione della Legge di Stabilità (la finanziaria), il partito di Bersani ha aiutato il governo a prendere tempo. E si è distaccato del tutto da qualsiasi dinamica sociale. La distanza tra quanto avvenuto nel palazzo e le manifestazioni di piazza, al netto degli incidenti, è siderale. Ovviamente, è difficile pensare che il Pd possa rimettersi in sintonia con la dinamica sociale – la sua sostanziale assenza alla manifestazione della Fiom del 16 ottobre lo dimostra – ma in una dialettica classica, un partito di opposizione, che si dice orientato a sinistra, se recide i rapporti con la società si condanna al mutismo. Ora si tratta di trovare una quadra con Vendola e Di Pietro, ma quest’ultimo è ancora più debole, mentre nel Partito Democratico non cessa l’idea di trovare una sintonia con Fini e Casini.

La giornata lascia anche un’altra lezione. In piazza non è andata in onda solo la protesta dei soliti infiltrati: la rabbia esplosa nelle manifestazioni è sintomo di qualcosa di più profondo, Londra sta lì a dimostrarlo. E l’incidenza della compravendita e della corruzione cui abbiamo assistito a Montecitorio non va trascurata. Per quanto noi preferiamo manifestare a mani nude, non possiamo non vedere cosa accade nella realtà e soprattutto non possiamo non capire che una dinamica sociale o trova uno sbocco politico adeguato o altrimenti si sfarina in una protesta cieca. Se si vuole davvero cacciare Berlusconi bisognerà porsi seriamente questo problema.

A fianco degli studenti, no a criminalizzazioni Come a Londra, esplode una rabbia sociale. Serve una risposta politica


Comunicato di Sinistra Critica sulla manifestazione del 14 dicembre

La manifestazione odierna è stata imponente e piena di giovani, una generazione nuova che ha ormai capito che la crisi capitalistica in atto, non le consente di avere un futuro. Questa incertezza sulle proprie vite, le scene di compravendita e di corruzione andate in scena nel "palazzo" e che hanno permesso al governo di farla franca, l'idea fallimentare della "zona rossa" spiegano una dinamica di rabbia sociale che non è ascrivibile solo a gruppi organizzati. Per questo diciamo no ai tentativi di criminalizzare la protesta, gli studenti e la loro voglia di ribellarsi. Noi siamo con questa generazione, al di là di incidenti che possono essere evitati solo dalla fine delle zone rosse e da una politica più decente di questa.
In tutta Europa si sta diffondendo una dinamica di ribellione che mette in evidenza una crisi di sistema e che chiede anche una risposta politica oggi non presente nel panorama italiano e europeo.
Per questo saremo impegnati nelle mobilitazioni, a mani nude, e nella costruzione di una proposta anticapitalista per una nuova politica e una nuova forma di partecipazione.
Sinistra Critica

lunedì 6 dicembre 2010

Fiat, una giornata di solidarietà internazionale


Si è svolto il 5 dicembre 2010 il seminario che ha messo a confronto i delegati e i militanti sindacali della Fiat e dell’indotto di Torino con due militanti del sindacato Agosto 80 della Fiat Tychy polacca.


Diego Giachetti
Come suonano ancora bene le parole di Bertolt Brecht quando scriveva che «la semplicità è difficile a farsi», riferite al seminario, organizzato per impulso di Sinistra Critica, che si è tenuto a Torino il 5 dicembre 2010. Per la prima volta si è realizzato un confronto diretto, personale, tra presidente, Franciszek Gierot, e il vice presidente, Kruzysztof Mordasiewicz, del sindacato polacco Agosto 80 della Fiat Auto Poland di Tychy, con esponenti del sindacalismo torinese della Fiat Auto della Fiom, dei Cobas, dei Cub e dell’Usb.
Sembra paradossale, come ha rilevato nel suo intervento un quadro storico del sindacalismo torinese, Alberto Tridente, che oggi, coi mezzi di comunicazione che ci sono, incontri di tal genere siano rarità rarissime, soprattutto perché non ricercate e non praticate. Egli ha ricordato come, in altri tempi e con ben altre difficoltà logistiche e politiche, il sindacato torinese dei metalmeccanici seppe trovare e mantenere contatti vivi con lavoratori e sindacalisti di paesi dove la Fiat o altre industrie operavano: dalla Spagna all’Argentina al Brasile. Oggi questo è meno scontato, nonostante, almeno per quanto riguarda l’Europa, sia possibile spostarsi celermente da un paese all’altro, senza più visti e frontiere, e i “luoghi” sono facilmente raggiungibili in due ore o poco più d’aereo.

Eppure, come è stato più volte rammentato, quello che si è svolto a Torino è stato il primo incontro di questo genere. Ce n’era bisogno, e il dibattito lo ha espresso, mettendo in luce la necessità, finalmente in parte esaudita, di conoscersi a partire da informazioni minime da condividere, per capirsi. Un lavoro di ricostruzione di un tessuto connettivo, di un confronto tra realtà, condizioni lavorative e sindacali diverse per storia, modalità, tradizioni, reso necessario e impellente, non da una sorta di “turismo sindacale” ma dall’operato della multinazionale Fiat e dall’impulso che alla sua strategia è stato dato dalla recente direzione dell’amministratore Marchionne. Di fronte a questa strategia che opera a livello internazionale, si registra la carenza e il ritardo di un’analoga risposta che chiami alla solidarietà i lavoratori del gruppo Fiat al di là e oltre i confini nazionali, insomma quello che nell’Ottocento e nel Novecento si chiamava internazionalismo.

Una solidarietà o internazionalismo che per costituirsi deve andare oltre la proclamazione della sua necessità, per cominciare davvero a costituirsi. E la strada concreta da percorrere non può essere che quella del confronto fra operai e sindacalisti in carne ed ossa. Quando questo avviene e si va oltre l’articolo o il saggio teorico, si scopre, dalla viva voce dei protagonisti, quella che è la condizione operaia nei singoli stabilimenti del gruppo: i contratti che la regolano, il livello medio del salario, le ore di lavoro giornaliere, le malattie professionali, la quotidianità della vita familiare operaia (affitti, spesa, tempo libero, lavori domestici, maternità), l’impianto legislativo statale, il ruolo dei sindacati e l’azione dei gruppi dirigenti aziendali degli stabilimenti.
Il pubblico italiano ha così potuto apprendere dalla viva voce dei due rappresentati sindacali, l’origine del loro sindacato (1992), le ragioni della loro separazione dal preesistente sindacato Solidarnosc, il loro radicamento nello stabilimento automobilistico, svenduto al gruppo Fiat per pochi euro nel 1992, che conta oggi 1.440 iscritti su 6.400 dipendenti, 1.200 dei quali a contratto determinato, rinnovabile ogni mese e senza limiti di tempo. Agosto 80 è il sindacato più rappresentativo nella fabbrica polacca.
I sindacalisti presenti hanno ricordato le lotte condotte nel corso degli anni: memorabile quella che portò all’occupazione della fabbrica per 56 giorni, le repressioni subite da parte dell’azienda, le conquiste effettuate in termini di aumento salariale e di welfare, l’assenza per in pianto legislativo di un contratta unico nazionale, a differenza dell’Italia, che impone una contrattazione unicamente aziendale, per cui miglioramenti o peggioramenti delle condizioni di lavoro, dipendono unicamente dalla forza e dalla capacità di lotta degli operai dei singoli stabilimenti. Le nuove e pressanti richieste che vengono da gruppo Fiat per un aumento e un’intensificazione dei ritmi di lavoro, attraverso la revisione della settimana lavorativa, l’aumento delle ore di straordinario, in un regime per cui, dato anche l’impianto legislativo vigente, è quasi impossibile opporvisi.
Nel dibattito è emerso inoltre quanto spesso le comparazioni in termini di produttività, sbandierate dal gruppo Fiat per indicare, a secondo del paese al quale parlano, chi lavora di meno, siano spesso fondate su elementi statisticamente vacillanti, poco credibili nel loro presunto impianto scientifico. Propaganda ammantata di ufficialità, insomma.
Kruzysztof Mordasiewicz ha detto, dati alla mano, che il costo del lavoro nel bilancio della Fiat polacca incide per l’1,7% sul costo di produzione. E che è su questo dato che vuole insistere l’azienda riducendolo con l’aumento della flessibilità e l’intensificazione del lavoro. Sa a noi italiani dicono che in Polonia lavorano di più e producono di più, agli operai polacchi dicono invece che i turchi lavorano ancora più di loro, dimostrando così che le condizioni che l’azienda vuole porre sono apparentemente ragionevoli. Così, ha proseguito, si crea divisione e si semina zizzania tra i lavoratori non solo dei diversi paesi, ma nel paese stesso.
Una frammentazione che è anche conseguenza del fatto che dei sette sindacati presenti nell’azienda automobilistica, almeno cinque, sono disposti a seguire in tutto e per tutto l’azienda nel suo ragionamento. Lo stesso ragionamento, ha detto Franciszek Gierot, fa lo staff dell’impresa Renault: dicono ai lavoratori francesi, gli slovacchi sono migliori di voi, se lo fanno loro dovete farlo anche voi. Ecco perché lo scontro che il gruppo Fiat ha aperto rappresenta forse l’ultima occasione per organizzare una risposta collettiva, unitaria degli operai degli stabilimenti europei. La sua preoccupazione e il suo intento sono stati ripresi in vari altri interventi e, qualcuno, ha sottolineato l’opportunità di costruire subito un coordinamento a partire dalla Federazione Europea dei Metalmeccanici, spingendo perché in Italia la Fiom e i sindacati di base operino in tal senso, altrimenti c’è il rischio che fra un po’ ci si ritrovi a spiegare le ragioni di una nuova nostra sconfitta.

Numerosi anche gli interventi di lavoratori e sindacalisti italiani, dai quali i polacchi hanno potuto approfondire e conoscere la nostra situazione. Anche da noi, si è sottolineato, abbiamo un problema duplice. Siamo in difficoltà e in ritardo non solo per quanto riguarda la costruzione di legami duraturi e operativi con realtà lavorative di altri paesi, ma anche per quanto riguarda l’unità stessa dei lavoratori italiani, divisi, come il caso Pomigliano ha dimostrato, a causa del cedimento di alcune organizzazioni sindacali o, isolati politicamente, come nel caso recente della trattativa torinese per lo stabilimenti di Mirafiori, dove praticamente, tutto il mondo politico rappresentato nelle istituzioni, tende a far pressione perché si accettino tutte le condizioni capestro che Marchionne pone. Certo, da noi, per ora esiste ancora un contratto nazionale, strumento attraverso il quale si è costruita l’unità dei lavoratori, e uno Statuto dei lavoratori, conquiste però sempre più ridimensionate da recenti e meno recenti provvedimenti legislativi tesi a frammentare, separare, dividere i lavoratori in tante figure contrattuali diverse.

Un mondo di profittatori e di profitti sembra rovesciarsi addosso ai lavoratori, senza possibilità di contrastarlo? Non è proprio così. I due sindacalisti polacchi hanno raccontato delle preoccupazioni dello staff dirigenziale dell’azienda quando hanno saputo che partivano per l’Italia per incontrare lavoratori e sindacalisti del gruppo Fiat. Una preoccupazione forse esagerata? Certo un timore tutto loro che è di buon auspicio per quanti volessero costruire un coordinamento tra lavoratori italiani della Fiat e lavoratori polacchi, nella speranza che questo sia solo un primo passo e un esempio da seguire per tutti. Ecco perché l’incontro si è concluso con un comunicato congiunto nel quale ci si impegna reciprocamente: -a proseguire lo scambio di informazioni, a costruire un comitato di coordinamento e sensibilizzare sul tema nell’ambito delle proprie organizzazioni sindacali; - a porre il tema del lavoro e delle sue modalità (orari, salari, ritmi, riposi, turni, diritti) al centro delle politiche sindacali in Europa; -a costruire una prossima scadenza europea che metta a confronto lavoratori e sindacalisti delle industrie automobilistiche.

giovedì 2 dicembre 2010

PER LA GIUSTIZIA SOCIALE E AMBIENTALE


per l'acqua pubblica e i beni comuni

Dal 26 novembre al 10 dicembre ha luogo a Cancun la 16ª Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. In queste due settimane si tengono in tutto il mondo manifestazioni per la giustizia climatica. Il Messico è attraversato da diverse carovane che convergono sulla capitale il 1° dicembre per raggiungere poi Cancun il 4 dicembre unendosi alla carovana che ha percorso l'America del Sud con tappe in Bolivia, Ecuador e Venezuela. Dal Nord America la Coalizione "Giustizia Climatica USA" nata nello scorso giugno a Detroit partecipa con una folta delegazione. Massiccia è anche la presenza italiana, mentre i movimenti per l'acqua tornano in piazza in tutte le regioni italiane dando vita a nodi pulsanti di una rete che, da nord a sud, intende difendere un bene primario come l'acqua e impedire che una cinica e neoliberista visione della realtà si imponga nella sua gestione.

Noi proponiamo un'alternativa possibile: la creazione di enti di diritto pubblico che garantiscano la collettività dalle speculazioni delle multinazionali e dei poteri forti di casa nostra graditi sia alla destra sia a una certa sinistra, e rilanciamo anche la prospettiva di un nuovo pubblico non statalista che faccia della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori le gambe su cui muoversi.



4 dicembre: TORINO Manifestazione regionale - http://www.acquapubblicatorino.org/dwd/ref/locandina_piemonte.pdf

ore 14 ritrovo alla Fontana Angelica in PIAZZA SOLFERINO dove

confluirà il corteo degli Studenti partito da Piazza Arbarello

ore 15 corteo fino a PIAZZA CASTELLO e MANIFESTAZIONE



Ci collegheremo in diretta con i nostri "emissari" a Cancun e con la coraggiosa mamma di Adro che si oppone alla trasformazione della scuola pubblica in scuola padana. Gli interventi dei Comitati Piemontesi per il referendum si alterneranno con quelli di musicisti, scrittori e artisti per l'acqua pubblica tra i quali Beppe Grillo e concluderà il prof. Ugo Mattei, per dire insieme



STOP alle privatizzazioni fino al Referendum

Moratoria subito: nessuna gara d'appalto per i servizi idrici

NON sopprimere le Autorità d'Ambito territoriali

fino a quando gli italiani/e non si saranno espressi nel referendum richiesto con oltre 1.400.000 firme

Diritto di voto al Referendum entro, e non oltre, il 2011

Perché si scrive acqua ma si legge democrazia

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA

Referendum per l'Acqua Pubblica - Coordinamento piemontese
Presso ARCI - via Cernaia 14 - 10122 Torino - www.acquapubblicatorino.org - tel. 388 8597492

domenica 28 novembre 2010

Torino: la guerra dell’auto. La Fiat-Chrysler nel mondo della globalizzazione capitalista.


DOMENICA 5 DICEMBRE dalle ore 9,30 alle 17
Presso il circolo “Anatra Zoppa”
dell’ARCI in via Courmayeur n. 5
(presso P.zza Crispi in Barriera Milano)
pausa pranzo con buffet
dalle 13 alle 14

La guerra dell’auto
La Fiat-Chrysler nel mondo della globalizzazione capitalista:
crisi, ristrutturazioni, riconversioni

Seminario e incontro tra i delegati e i militanti sindacali della Fiat (e indotto) di Torino con due militanti sindacali della Fiat Tychy in Polonia : Franciszek GIEROT e Krzysztof MORDASIEWICZ presidente e vicepresidente del sindacato “Agosto 80” alla Fiat Auto Poland.
Un incontro di lavoro per conoscere i problemi delle due fabbriche, per capire e discutere insieme come resistere all’offensiva e ai ricatti della Fiat e di Marchionne, per contrastare le divisioni e lavorare alla costruzione dell’unità del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori al di sopra delle frontiere.
Un incontro per non dimenticare che 160 anni fa K. Marx in un libro famoso scrisse:
Proletari di tutto il mondo unitevi!

Prosegue il terzo incontro sui "Trent'anni che hanno ridisegnato Torino". Il ritardo è d'obbligo. Come Sinistra Critica, infatti, ci siamo posti, in un'ottica inevitabilmente internazionalista, l'obiettivo di favorire il coordinamento delle le lotte degli operai Fiat su scala europea a partire dall'incontro tra delegati e militanti sindacali della Fiat e due militanti sindacalisti della Fiat Tychy in Polonia. Infatti, servendosi della propaganda sull'eccessivo costo del lavoro, Marchionne e soci puntano a dividere la classe operaia. Più che mai, nella crisi attuale del capitalismo, le lotte e la resistenze devono essere costruite sormontando le frontiere di ciascuno stato. Compito arduo, lungo e faticoso senza il quale è, tuttavia, impensabile, anche a Torino, città dove lo scontro di classe si presenta sempre più feroce, un futuro di giustizia sociale.

Sinistra Critica Torino

lunedì 22 novembre 2010

Sottoscrizione a premi/campagna abbonamento Erre


Sottoscrizione a premi/campagna abbonamento Erre




Campagna di autofinanziamento 2010

Il 19 dicembre 2010 si svolgerà l'estrazione della sottoscrizione a premi nazionale, legata alla campagna di abbonamenti alla rivista Erre.

Ogni nuov@ abbonat@ alla rivista Erre riceverà 5 biglietti omaggio.

per abbonarsi direttamente alla Rivista Erre:
abbonamento ordinario 25 euro (6 copie), sostenitore 50 euro.
Inviare i dati dove spedire la rivista a redazione@edizionialegre.it
Versamenti su ccp 65382368 intestato a Edizioni Alegre soc. Coop. giornalistica 00176 Roma.

Premi
Primo Premio: Netbook o viaggio ad Amsterdam (1 persona 5 giorni o 2 persone weekend)
Secondo Premio: buono libri da € 150
Terzo Premio: 10 novità di Edizioni Alegre
Quarto Premio: Abbonamento alla rivista Erre

Per inviare una donazione:

tramite bonifico/postagiro, l'importante è mettere come oggetto "DONAZIONE"

conto 85856326 - INTESTATO "SINISTRA CRITICA"
presso poste italiane
Codice Iban: IT29 I 07601 03200 000085856326
Oggetto: Donazione

Federazione della Sinistra: un congresso d'altri tempi


Dichiarazione di Flavia D'Angeli, portavoce nazionale di Sinistra Critica, sul congresso della Federazione della sinistra:

"Una relazione deludente, un congresso d'altri tempi". Questo il commento di Flavia D'Angeli al congresso della Federazione della sinistra apertosi oggi a Roma. "Non ci convince la sostanziale subalternità al Pd e alla logica dell'alleanza a tutti i costi ma nemmeno un processo federativo fondato in larga parte sull'identità vetero-comunista. Se si vuole davvero ricominciare occorre sparigliare il gioco.
Per parte nostra stiamo lavorando a una Lista alternativa al centrodestra e al centrosinistra, plurale e costruita dal basso, che metta insieme soggetti politici ma soprattutto le esperienze del conflitto sociale."

Congresso Fds, un rito stanco


Riproposta la strategia di sempre: alleanza e patto di legislatura con l'Ulivo; unità con Vendola (che però snobba). E unificazione di Prc e Pdci per ritornare di nuovo "a un unico partito comunista". Ma non c'è entusiasmo


imq
Il congresso di fondazione della Federazione della Sinistra una possibilità ce l'aveva. Avviare la formazione di un polo della sinistra, anticapitalista, di classe, ecologista, alternativo al centrodestra e al centrosinistra con l'obiettivo di rifondare una nuova proposta politica capace di dare una sponda a quella voglia di cambiamento che pure esiste in questo paese. Non l'ha fatto, in nessun modo. Anzi, ha riproposto la solita strategia, già vista, già fallita, senza nemmeno l'entusiasmo di una volta.

Le "tre unità" che sono emerse dal congresso, infatti, non hanno nulla di nuovo ma ci consegnano una formazione stanca, con la testa girata all'indietro e con lo sguardo corrucciato fissato sulla possibilità o meno di rientrare in Parlamento.

La prima unità, quella strategica, è stata declinata in forme diverse ma che non cambiano la sostanza: "l'Alleanza costituzionale" con il Pd, come dice Salvi, il più concreto, e ben definito, "Patto di legislatura" di Diliberto - basato su obbligo scolastico a 18 anni, lotta alla precarietà e fisco - il "Fronte democratico aperto all'Udc" di cui ha parlato Ferrero. Per quanto corretta dalla non partecipazione a un eventuale governo di centrosinistra, questa posizione mette la Fds pienamente nell'alveo del nuovo Ulivo di Bersani - con l'attuale legge elettorale si convergerà su un unico candidato premier e quello farà la campagna elettorale - e riduce ai minimi termini le differenze con Sinistra, Ecologia e libertà. Che, a differenza di Fds, produce una dinamica molto più mobilitante. Accettando di stare dentro l'alleanza a testa alta, anzi candidandosi a guidarla, Vendola attira su di se una speranza, un movimento e questo è visibile nei sondaggi e nella crescita di popolarità che non sono il frutto solo di un carisma "narrativo" ma anche l'effetto di una politica di critica da sinistra del Pd che appare efficace.
Con la sua proposta, la Fds è dentro ma vorrebbe stare fuori senza il coraggio di restare fuori. Un'incertezza che ne offusca il profilo e l'interesse.

Non solo, e qui veniamo alla "seconda unità". Ribadire il corteggiamento a Vendola e a Sel - che nel suo Tg7, Mentana ha definito "un'alleanza necessaria per tornare a vivere" - contribuisce a ridurre il profilo di formazione alternativa con un vantaggio esplicito per la "concorrenza" vendoliana. Che, ovviamente consapevole di questo vantaggio, non ci pensa proprio a rispondere ai ripetuti appelli all'unità elettorale o politica, ben sapendo che le serve solo attendere un momento più favorevole, magari per un'annessione.
Infine, la "terza unità", quelle delle forze costituenti la Fds. Inutile far finta di non aver ascoltato gli interventi. Nel congresso è andata in scena un remake del '98 - quanti sanno che la sala congressuale è la stessa in cui si consumò la rottura tra Bertinotti e Cossutta sul governo Prodi con il cambio di maggioranza in Cpn? - con l'abbraccio tra Claudio Grassi e Oliviero Diliberto all'insegna del "i due partiti comunisti si devono unificare". Progetto legittimo, e comprensibile, ma che ripropone sempre lo stesso adagio, un'identità ideologica con la quale fare poi qualsiasi scelta - accordi di legislatura, di governo, unità spurie, etc. La casuale nomina di Diliberto a portavoce della Fds contribuisce a dare questa fisionomia alle conclusioni del congresso.
Un congresso che non cambia granché nei rapporti a sinistra, che ribadisce una linea stanca e rivolta al passato e contribuisce a bloccare delle forze che pure potrebbero essere utili per costruire una vera ripartenza per una sinistra anticapitalista e di classe, quale quella che serve al conflitto sociale. Ma per una vera ripartenza occorre cambiare il tavolo di gioco, non basta ripetere all'infinito sempre la stessa partita.

giovedì 18 novembre 2010

Studenti in piazza contro Gelmini e Finanziaria


Migliaia di studenti in piazza in tutta Italia contro la riforma Gelmini e i tagli al diritto allo studio nella giornata internazionale del 17 novembre


Ateneinrivolta.org
Una straordinaria giornata di mobilitazione per tutti gli studenti e le studentesse d'Italia. La data internazionale delle mobilitazioni studentesche per il diritto allo studio, quest'anno ha visto rinnovata la sua importanza perchè inserita in piena crisi di governo, una crisi che si cerca di rimandare con piani di stabilità e riforme (anche quella universitaria) da approvare nel bene del paese.
Manifestare il 17 novembre per gli studenti, i ricercatori e i precari ha significato non restare spettatori del triste teatrino offerto dall'attuale governo.
I destini della riforma Gelmini sono legati a quelli del governo, diverso è invece per la finanziaria che basta da sola a mettere in ginocchio quello che resta dell'università pubblica. Nonostante i fondi enunciati nel maxiemendamento, il "piano di stabilità" conferma i tagli attuati fin'ora cui si aggiunge il confermato taglio del 90% al diritto allo studio. Buona parte poi dei fondi è destinato a scuole e università private, con somma gioia dei cattolici, indignati dagli hobby del premier e messi a tacere con qualche centinaio di milione per le loro scuole e università. A conti fatti, il passivo per i finanziamenti all'università segna 276 milioni...inutile dire chi invece in questo paese non registra passivi da almeno due anni grazie a incentivi, condoni, sgravi fiscali, finanziarie e riforme confenzionate su misura!

ATTACCHIAMO I LORO PROFITTI - CONQUISTIAMO I NOSTRI DIRITTI!
Non poteva che essere questa la voce degli studenti medi e universitari. Manifestazioni determinate e partecipatissime hanno sfilato da Milano a Catania, da Trento a Roma.
A Firenze, dopo essersi radunato in una zona vietata alle manifestazioni, il corteo ha sfilato per il centro della città passando anche sotto la sede dell'agenzia per il diritto allo studio, dove gli studenti hanno attaccato uno striscione in difesa del diritto allo studio.
La provincia di Trento, responsabile dei tagli e della privatizzazione dell'ateneo trentino, si è trovata assediata dagli studenti che hanno poi proseguito in corteo non autorizzato fino al rettorato.
A Catania, la manifestazione si è conclusa con l'occupazione del Monastero dei Benedettini, sede della facoltà di lettere e lingue.

http://ateneinrivolta.org/content/5mila-catania-contro-la-gelmini-occupa...

In molte piazze gli studenti non si sono fatti intimidire dalle forze dell'ordine e hanno raggiunto con determinazione gli obiettivi che si erano prefissati. A Padova, dopo aver bloccato diverse arterie principali della città e superando i blocchi di polizia, il corteo ha finalmente raggiunto il comizio della neo-segrataria della Cgil Camusso, al grido di "sciopero generale, sciopero subito".
A Roma, nonostante pressioni e intimidaioni da parte della questura, il corteo composto da quasi 10.000 studenti ha raggiunto piazza Montecitorio senza incidenti, a riprova che quando le forze del disordine si mettono da parte, non succede proprio nulla
Palermo, Torino, Prato, Bologna e Pisa sono solo alcune delle altre città attraversate dalle manifestazioni studentesche.
Centinaia di migliaia di studenti e studentesse in tutta Italia hanno manifestato contro la riforma, la legge di stabilità ma soprattutto per dare un'ultima spallata a questo governo traballante! Il governo che non si fa problemi a mettere in pericolo la vita di 7 migranti su una gru, persone in cerca del loro diritto a vivere dignitosamente in questo paese. Il governo dei regali alle aziende e delle sponde ai ricatti della Fiat. Il governo dei tagli senza precedenti all'istruzione pubblica. Un governo che si deve guardare bene anche da noi, studenti studentesse in rivolta per riprendere il nostro futuro!

venerdì 12 novembre 2010

Fiom e Cgil, riparte lo scontro


Landini chiede a Camusso di "sospendere" la partecipazione al tavolo sulla produttività. Il rischio è che si scambino diritti "con l'evoluzione del quadro politico" leggi governo di responsabilità nazionale. Ma la Cgil va avanti, E oggi conferenza stampa Landini-Di Pietro sulla rappresentanza


Salvatore Cannavò
Dopo la tregua segnata dalla manifestazione del 16 ottobre, dopo il cambio della guardia alla guida della Cgil la tensione tra il più grande sindacato italiano e la sua categoria più indisciplinata, la Fiom, è tornata a farsi sentire. A pochi giorni dalla sua elezione alla segreteria generale, Susanna Camusso si trova a dover fare i conti con un'offensiva esplicita che le viene lanciata dal sindacato guidato da Maurizio Landini il quale, consapevole che l'effetto di forza della grande manifestazione del 16 ottobre non durerà in eterno e annusando l'aria della crisi di governo, elemento che potrà ripercuotersi anche sulle relazioni sindacali, decide di mettere la Cgil alle strette.

Il nodo della contesa è il tavolo sul Patto sociale che Epifani ha avviato con Confindustria, dopo le forti avances di Emma Marcegaglia, e che vede Susanna Camusso continuare convinta sulla scia del predecessore. Quel tavolo ha finora partorito quattro accordi e altrettanti documenti su "emergenza sociale, mezzogiorno, ricerca e innovazione, semplificazione burocratica" (consultabili sul sito della Confindustria) che sono stati già consegnati al governo. Il tavolo sta ora per entrare i punti delicati come fisco e federalismo e poi nel più controverso, quello sulla produttività. Ed è su questo punto che la Fiom invita la Cgil a "sospendere il negoziato" per consentire a tutta la Cgil, a partire dai luoghi di lavoro, di "poter conoscere e discutere preventivamente le scelte e gli orientamenti negoziali". Insomma, alla segreteria nazionale non si consegna alcun mandato in bianco, tanto più, accusa la Fiom, che sono stati già consegnati al governo documenti, firmati anche dalla Cgil, in cui si dice “di incrementare e rendere strutturali tutte le scelte normative che incentivano la contrattazione di secondo livello, che collegano aumenti salariali variabili all'andamento delle imprese”. Una formula che, dice la Fiom, mette in discussione il contratto nazionale.

Queste posizioni sono state approvate, l'altro ieri, dal Comitato centrale della Fiom in cui si è consumato un altro scontro con la minoranza di Fausto Durante che è schierata con le posizioni di Camusso. La minoranza, infatti, dopo essersi riunita per quasi due ore in separata sede, aveva chiesto di poter fare una discussione la più ampia possibile e quindi di rinviare il Comitato centrale. Landini ha invece risposto proponendo di continuare anche fino a notte inoltrata, se necessario. A quel punto la minoranza ha deciso di abbandonare i lavori non partecipando al voto conclusivo. Uno strappo pesante che, nell'entourage di Landini, si spiegano con una spaccatura intervenuta nella minoranza stessa tra le posizioni più nette di Durante e una maggiore disponibilità da parte della componente che fa riferimento a Lavoro e Società. Storie di geometria sindacale che non intaccano la nuoa, del resto mai sopita, divisione tra Cgil e Fiom.

Ieri, intervenendo a una riunione di delegati a Bologna, Susanna Camusso ha di fatto confermato la sostanza della divergenza: «Credo che la Fiom sottovaluti una contingenza nella quale si sono aperte delle possibilità di discussione con il sistema delle imprese». Il punto è tutto qui. La Cgil vuole cogliere la nuova impostazione di Emma Marcegaglia che punta a tenere insieme due esigenze: riallacciare una tavolo di "concertazione" con una critica serrata all'inattività del governo Berlusconi. «Le imprese, spiega infatti Camusso, avevano immaginato che il Governo avrebbe dato loro le risposte necessarie, man mano si sono disamorate di un'assenza di risposte». Una nuova opportunità per la Cgil di tornare a un tavolo di trattativa e di chiudere accordi, «non per forza a tutti i costi« precisa il segretario generale. Landini, dal canto suo, avverte invece del rischio che a fronte di un’evidente crisi del Governo, l'ansia di liberarsi di Berlusconi possa indurre ad accettare un Patto dalle ricadute negative per il mondo del lavoro. Del resto, lo stesso Fini nel suo discorso di Bastia Umbria, ha utilizzato come base programmatica del nuovo governo che dovrebbe nascere secondo le sue intenzioni, i punti siglati da imprese e sindacati, compreso quello sulla produttività che va ancora perfezionato. La Fiom ha quindi timore di due ipotesi: da un lato che nel passaggio a una fase senza Berlusconi - che va tutta dimostrata - si saldi l'ipotesi del governo di responsabilità nazionale con l'alleanza delle forze produttive. Un governo come quello di Ciampi del '93, per intenderci (evocato recentemente da Veltroni). Dall'altro il timore che su questa linea, dall'evidente consenso "istintivo" di larga parte del "popolo di sinistra" e sulla scia di un insediamento salutato come innovativo e molto dinamico, Susanna Camusso possa arrivare alla "normalizzazione" della categoria.

Ecco perché si è rimessa all'offensiva, non solo con una serie di iniziative come l'assemblea dei delegati Fiat il prossimo 18 novembre - alla presenza del segretario Cgil - o come la campagna "Io sto con la Fiom" per sostenere il tesseramento, ma rilanciando anche sulla legge per la democrazia sindacale. La Fiom ha raccolto centomila firme su una iniziativa popolare che la Cgil non apprezza perché renderebbe più difficile i rapporti con Cisl e Uil (che non amano molto l'idea del voto diretto dei lavoratori sugli accordi). Questa iniziativa, però, oggi avrà un momento di visibilità perché l'Italia dei Valori ha deciso di farla propria e di farla vivere in Parlamento. E a spiegarlo saranno lo stesso Di Pietro, Maurizio Zipponi (responsabile Lavoro dell'Idv) e il segretario Fiom, inusualmente affiancati in una conferenza stampa che si terrà in mattinata alla Camera.

mercoledì 3 novembre 2010

Perché no a Susanna Camusso


Oggi la Cgil ha un nuovo segretario generale, una donna esponente della cultura "riformista" del sindacato. Le ragioni di chi le si oppone


Giorgio Cremaschi
Il fatto che una donna sia eletta per la prima volta segretaria generale della Cgil è sicuramente un fatto importante e positivo. Ma sarebbe un’offesa alla storia delle donne di questo sindacato far derivare solo da questo fatto un giudizio favorevole alla candidatura di Susanna Camusso. Il mio è contrario.
Susanna Camusso viene candidata segretaria generale della Cgil sull’onda di una campagna mediatica che non ha avuto precedenti nella storia degli insediamenti dei segretari generali dell’organizzazione. Una parte rilevante di tale campagna, sempre più insistente negli ultimi giorni, punta a presentare la nuova segretaria generale come colei che riporterà finalmente la Cgil nell’alveo della concertazione del patto sociale, superando le ambiguità di Epifani e mettendo a posto la Fiom. (...)

Non ci sono state sufficienti smentite a questa campagna promozionale e la storia del dirigente sindacale Susanna Camusso la presenta come naturale interprete di una linea moderata e, come si dice oggi in tutti
i palazzi della politica, “riformista”.
Ma non è solo una questione di tendenze filosofiche. C’è una stretta immediata che la Cgil deve affrontare. La piazza del 16 ottobre ha chiesto con forza lo sciopero generale. Nello stesso tempo la Confindustria, alla fine delusa anch’essa da Berlusconi, tenta un patto sociale che ha al centro la produttività del lavoro, cioè le scelte di Marchionne contro i lavoratori Fiat. La Cgil ha annunciato lo sciopero in piazza, ma poi l’ha tolto dall’agenda e si è seduta al tavolo delle trattative dichiarandosi disposta a negoziare a livello confederale sulla produttività. Una scelta di questo genere sarebbe un regalo senza precedenti alle posizioni più oltranziste e retrive del padronato italiano. Tuttavia nel quadro di crisi politica in cui sta precipitando il paese, la spinta a un pateracchio sulla produttività è fortissima.

Come dimostra il recente accordo unitario sull’apprendistato in cui Cgil e Regioni di sinistra hanno sostanzialmente accettato la linea della Gelmini sulla formazione aziendale e quella di Sacconi sul mercato del lavoro.
Siamo al dunque, nelle prossime settimane i lavoratori che sono scesi in piazza il 16 ottobre e quelli in lotta in questi giorni possono ricevere dalla Cgil conferme e sostegni oppure terribili delusioni. Speriamo che
non sia così ma in ogni caso è bene che nuova segretaria sappia che se davvero dovesse seguire gli indirizzi verso cui la spingono tanti sospetti estimatori, si troverà contro una parte rilevante dell’organizzazione. E’ bene che tutto sia chiaro fin da subito.

martedì 2 novembre 2010

Prove di sciopero alla francese per l'Inghilterra


Monta la rabbia contro i tagli del governo Cameron. Decine di migliaia ai primi cortei mentre si preparano le iniziative sindacali. Dai manifestanti la richiesta è "sciopero generale"


Sadie Robinson
da Socialist Worker
Sabato scorso per le strade è scoppiata la rabbia contro i Conservatori. A scioperare e manifestare contro l'attacco del governo ai lavoratori, al mondo della formazione, alla spesa sociale c'era gente comune.
I pompieri di Londra hanno organizzato picchetti contro le minacce del conservatore Brian Coleman di licenziarli tutti nel caso non accettino contratti peggiori. I lavoratori della metropolitana si sono rifiutati di lavorare nelle fasce protette durante lo sciopero – portando al blocco totale delle linee.

Circa 50.000 persone hanno protestato contro i Conservatori. Hanno rifiutato la menzogna secondo cui i tagli (promossi dal governo Cameron, una maxi-stangata da 90 miliardi di euro, ndt) sarebbero “inevitabili” e hanno fatto appello alla mobilitazione unitaria per fermarli. Lo “spirito della Francia”, dove milioni di persone si sono mobilitate per difendere le pensioni, è stato a lungo invocato.
Questa giornata ha lasciato intravedere le potenzialità di costruzione di un movimento di massa che sconfigga i Conservatori e fermi i loro attacchi.
Il corteo principale si è svolto ad Edimburgo, dove hanno sfilato circa 25.000 persone. La manifestazione, convocata dalla TUC (le Trade Unions, il sindacato britannico, ndt) scozzese, ha riunito sindacalisti, attivisti, pensionati, studenti, disabili e disoccupati.

Carol Ashe, un'insegnante che sta svolgendo il suo tirocinio, ha viaggiato in uno dei nove pullman del sindacato insegnanti Eis partiti da Glasgow per unirsi al corteo. “I tagli dei conservatori sono troppo da sopportare per il paese” ha detto al Socialist Worker . “Io sto svolgendo un tirocinio per diventare insegnante ma l'ho dovuto sospendere quando mi sono ammalata; il sistema di welfare mi ha sostenuta in un momento davvero importante – sono dipesa da questo. Dovrebbe essere così anche per altre persone. Non credo che molte persone imbroglino sui sussidi. La gente prova soltanto a tirare avanti”.
Al corteo erano presenti grandi delegazioni di studenti. Stanno già risentendo dell'impatto dei tagli – e sono preoccupati del loro futuro. Callum Morrison, uno studente di storia dell'università di Galsgow, ha dichiarato al Socialist Worker “I tagli sono già effettivi nella nostra università. Credo che l'istruzione nel nostro paese sarà distrutta senza una protesta o una resistenza”.

Altri si sono scagliati contro le bugie dei conservatori utilizzate per giustificare i tagli “I Tories sono un partito di persone ricche che non usano nessuno dei servizi che vogliono tagliare” ha detto David Jameson, studente alla Caledonian University “la gente come loro è colpevole della crisi, ma vogliono che siano gli studenti e i lavoratori a pagare per essa”. Al corteo – come in molti altri posti – si è dibattuto sulle prospettive. L'idea di una giornata di sciopero generale era molto apprezzata e coglieva il sentimento di rabbia presente tra i manifestanti. I settori più militanti del corteo hanno acceso fumogeni e cantato “Tous ensembles, tous ensembles, Greve Generale! [Tutti insieme, sciopero generale!]” in solidarietà con i lavoratori francesi. Alan Ferguson, segretario nazionale della sezione dell'Eis per l'istruzione superiore, ha dichiarato “quella di oggi è stata una manifestazione grandiosa, ma deve essere l'inizio di una campagna molto più ampia. Dobbiamo cominciare da ora a lottare per una giornata nazionale di sciopero generale”.

Gordon Martin, segretario di settore per l'Rmt (sindacato dei trasporti, ndt) nel Lanarkshire, ha detto al Socialist Worker “Siamo davanti al peggior governo dai tempi della Tatcher. Prima gli Scozzesi imparano la lezione francese, meglio è! Se tutto va bene, oggi ci ha dato la possibilità di lanciare una campagna ben più grande – non può rimanere una manifestazione isolata”.

mercoledì 27 ottobre 2010

3° conferenza anticapitalista: un passo avanti incoraggiante


Il 16 e 17 ottobre si è tenuta a Parigi la terza conferenza anticapitalista europea. Le due prime si erano svolte per iniziativa dell’NPA, mentre questa terza è stata organizzata con lo SWP inglese. Ha riunito 22 organizzazioni di 16 paesi. Il fatto che si sia svolta nel cuore del movimento contro la riforma delle pensioni in Francia sottolineava la necessità di coordinare le lotte su scala europea e, più modestamente, per gli anticapitalisti, quella di coordinare il proprio intervento.
È quello che hanno voluo testimoniare i partecipanti, interrompendo i lavori per partecipare alla manifestazione parigina, dove un compagno polacco, uno dello Stato spagnolo e uno greco hanno preso la parola al punto fisso dell’NPA.

La conferenza aveva tre punti all’ordine del giorno: la crisi, le sue conseguenze politiche e le resistenze dei lavoratori, le risposte alla crisi proposte dagli anticapitalisti, i nostri interventi, le prospettive comuni e il loro cordinamento.

Il primo punto, introdotto da Alex Callinicos dell’ SWP, ha permesso un ricco scambio. Senza tornare sui diversi meccanismi in atto nello sviluppo della crisi, si è constatato un ampio accordo nel sottolinearne il carattere profondo e durevole, non un semplice episodio ciclico ma una svolta profonda, che rende importanti le politiche di austerità messe in atto da tutti gli Stati europei. Si tratta delle rimessa in discussione delle conquiste sociali, che non può incontrare altro limite che la resistenza dei lavoratori e delle classi popolari. Implica una crisi dell’ideologia liberista: l’economia di mercato, lungi dal portare democrazia e progresso, si identifica con la regressione sociale accompagnata dall’ascesa delle idee reazionarie, portata da una nuova estrema destra.

I diversi interventi hanno illustrato La grande diversità delle resistenze operaie.
E anche le conseguenze politiche paradossali della crisi, come nello Stato spagnolo, dove il crollo della sinistra al potere lascia il campo libero alla destra, malgrado il successo dello sciopero generale. La ripresa dell’iniziativa operaia resta globalmente debole, anche se in Grecia l’agitazione sociale e politica persiste. In termini generali, per gli anticapitalisti si pone il problema di agire nel senso dell’unità, tramite una politica di fronte unico, e nel contempo di difendere una prospettiva anticapitalista, agire affinché siano i lavoratori a dirigere le proprie lotte, alla base, senza delegare alle burocrazie, e fare vivere la democrazia nei movimenti. Molti compagni hanno insistito sull’importanza del movimento in Francia, che è guardato con speranza al di là dei settori militanti.

Il secondo punto, introdotto da Yvan Lemaitre a partire dal documento «Le nostre risposte alla crisi», sottoposto alla discussione del congresso dell’NPA, ha registrato un ampio accordo sull’esigenza dei lavoratori di non pagare il costo della crisi, e anche sulla necessità di assumere collettivamente la questione su scala europea per meglio integrare questa dimensione nella nostra politica.
Anche se l’arena nazionale rimane il quadro della lotta di classe, non bisogna dimenticare la sua dimensione europea, che si è manifestata il 29 settembre a Bruxelles e che è molto presente nei fatti. La discussione sulla parola d’ordine dell’uscita dall’euro ne è stata l’illustrazione. Questa discussione è molto presente nel movimento operaio greco, dove il sentimento che la Grecia è stata sottoposta al diktat dell’UE e dell’FMI si riconosce in questa parola d’ordine, dopo che il movimento non è riuscito a opporsi agli attacchi del governo del PASOK. L’uscita dall’euro appare come una risposta «possibile». È un’illusione: la sola uscita dalla crisi, la sola risposta, è quella dell’intervento dei lavoratori per rifiutarsi di pagare i costi della crisi, rivendicando il potere per rompere con le istituzioni borghesi, nazionalizzare le banche, con la creazione di un’unica organizzazione di credito e, allora, rompere con l’Europa, ma agendo nel senso di un’altra Europa, quella dei lavoratori e dei popoli. La discussione non è chiusa, anzi è solo agli inizi….

La necessità di approfondire la discussione sulle prospettive anticapitaliste è stata una delle principali conclusioni della conferenza, conclusioni introdotte e sviluppate da Vanina Giudicelli. Si tratta di cogliere ogni occasione per agire insieme, rendere visibile l’esistenza di una corrente anticapitalista europea, in occasione del controvertice di Lisbona a novembre contro la NATO, o contro la futura riunione del G20 in Francia, produrre un materiale comune, favorire gli interventi nelle assemblee, manifestare la solidarietà internazionalista con le lotte, come oggi con il movimento in Francia…. I compiti pratici e concreti non mancano. Per l’insieme dei partecipanti, questa terza conferenza segna una tappa, un incontestabile passo avanti per la qualità tanto delle relazioni quanto delle discussioni, malgrado la mancanza di una preparazione precedente. È stata decisa la tenuta di due conferenze all’anno, con la preoccupazione di darci i mezzi per prepararle meglio. La questione di un coordinamento più strutturato è stata discussa, non ha incontrato l’unanimità dei partecipanti e ci siamo attenuti all’idea di un coordinamento più fluido. È stata discussa ed emendata una dichiarazione finale che formula i punti essenziali dell’iniziativa che ci unisce.

Yvan Lemaitre

Partecipanti: Gauche anticapitaliste (Svizzera), Izquierda anticapitalista (Stato
spagnolo), LCR-SAP (Belgio), POR (Stato spagnolo), Bloco de Esquerda(Portogallo), SEK (Grecia), ISL (Germania), En Lucha (Stato spagnolo), DSIP
(Turchia), SWP (Inghilterra), Red-green Alliance (Danimarca), Inrternationale Socialisten (Olanda), People before profit (Irlanda), Swp (Irlanda),Okde(Grecia), Polska Partia Pracy (Polonia), Sinistra Critica (Italia), Mouvement
pour le socialisme (Svizzera), Solidarité (Svizzera), The red party (Norvegia),
Socialistiska partiet (Svezia), NPA (Francia).

mercoledì 20 ottobre 2010

ciclo d'incontri "I trent'anni che hanno ridisegnato Torino"


Tra la fine di ottobre e i primi di dicembre, terremo un ciclo di incontri su "I trenta anni che hanno ridisegnato Torino". Si tratta di quattro appuntamenti nei quali cercheremo di fornire una lettura critica sui cambiamenti avvenuti nel capoluogo torinese che hanno segnato e segnano tutt'ora il corso della lotta di classe in Italia. Quattro momenti per rileggere il passato, capire il presente nel tentativo di ricostruire un'opzione anticapitalista a partire dalle resistenze contro la crisi e contro l'attacco di Marchionne alle lavoratrici e ai lavoratori.
Il primo incontro si aprirà con la vicenda dei 35 giorni dell' '80: una rievocazione storica, nel decimo anniversario, per capire le casue egli effetti della "madre di tutte le sconfitte", quando la Fiat chiuse definitivamente la partita iniziata venti anni prima con quella classe operaia generosa e ribelle nata nelle lotte del 1969. Seguirà il 27 novembre un incontro sul mondo dell'auto nella crisi; il 5 novembre sull'attacco di Marchionne al mondo del lavoro; il 10 dicembre sulle trasformazioni intercorse nel corso degli ultimi anni nella nostra città, da "città fabbrica a città dei debiti".
Si tratta, quindi, di 4 incontri di dibattito e formativi che partono dal passato per proiettarsi direttamente verso il futuro.

I° INCONTRO
I Trent'anni che hanno ridisegnato Torino

VENERDI' 22 OTTOBRE, ORE 21, CIRCOLO ARCI "OLTREPO"
CORSO SICILIA 23

1980: I 35 GIORNI CHE HANNO CAMBIATO L'ITALIA.
CAUSA ED EFFETTI DELLA MADRE DI TUTTE LE SCONFITTE.

Raccontano la storia:

Nino De Amicis, ricercatore, storico del movimento operaio
Piero Perotti, delegato FLM, cineasta
Cesare Allara, delegato impiegati FLM
Franco Turigliatto, responsabile lavoro della LCR negli anni '80

Precederà il dibattito, alle ore 17.15, la proiezione dei seguenti film:
LA SIGNORINA EFFE, di Wilma Labate
FIAT: AUTUNNO '80, di Piero Perotti e Pier Milanese.

segue un ricco APERICENA.

martedì 19 ottobre 2010

Dopo il 16, fioriranno le rose?


La manifestazione Fiom ha riproposto il paese legato al lavoro, la democrazia, il conflitto. Riuscirà dall'evento a passare al movimento?


Salvatore Cannavò
Alla fine Epifani ha ceduto alla pressione della piazza, a quegli operai e studenti che a pochi metri da lui gli hanno urlato "sciopero generale" per tutta la durata del suo intervento. Ed è stato costretto a dire "lo faremo" senza specificare come né quando. In realtà è difficile che la Cgil cambi la linea tenuta finora, a meno di un cambio generale nel quadro politico. La bussola resterà quella del "patto sociale" con Confindustria, che si riunirà di nuovo il 21 ottobre, e di una possibile ricucitura con Cisl e Uil ipotesi a cui lavorerà soprattutto il Pd come dimostra l'intervista di Bersani a Repubblica.

La Cgil ovviamente dovrà risentire della manifestazione di sabato 16, troppo grande l'impatto complessivo e il prestigio accresciuto della Fiom per fare finta che tutto proceda come prima. Probabilmente ci saranno delle lusinghe al gruppo dirigente di Corso Trieste fino al giorno prima tenuto a debita distanza ma non sembrano intravedersi elementi portanti di un cambio di rotta. Soprattutto nel paese reale, nelle fabbriche e nel clima di rassegnazione che si respira. Se la manifestazione Fiom modificherà questo clima lo si vedrà nelle prossime settimane.

Il problema di fondo è che la Cgil è appesa all'ipotesi concertativa ed è ancora dipendente dai movimenti della politica. E la politica oggi ha detto che Casini non farà alcuna alleanza con un Pd che deve mediare tra la Fiom e tutto il resto. L'ipotesi di alleanza tra nuovo Ulivo e Udc passa anche per la ricucitura tra Cgil e Cisl e questa prospettiva resta ancora aperta anche se tutto la rende sempre più difficile.
Ovviamente la manifestazione di sabato è l'intralcio principale per le ragioni evidenti. In piazza si è rivisto ancora una volta quel paese legato alla storia e alle ragioni della sinistra di classe, che crede che i "padroni" esistano ancora, crede nella Costituzione, nel lavoro, in un'ipotesi di trasformazione sociale. Il discorso di Landini lo ha rappresentato plasticamente nelle sue varie sfumature. E' quel paese che si oppose nel 92 alla concertazione, che ha protestato contro le riforme delle pensioni, di destra e di sinistra, ha partecipato alle giornate di Genova, ha difeso l'articolo 18, ha dato forza alla Fiom e per quasi venti anni a Rifondazione comunista. E' un pezzo grande che sabato si è di nuovo fatto vedere. Certo, stavolta soprattutto "ristretto" alla Fiom con un po' di soggetti intorno, in particolare gli studenti. Qualche anno fa era un popolo più vasto, ma dimostra ancora di esserci. E questa "base" non è adatta a far ricompattare la Cgil.

Cosa potrà fare questo soggetto, come può passare dall'evento di un sabato pomeriggio a un movimento più di fondo? Le risposte sono scontate e difficili allo stesso tempo. E' chiaro che la dinamica dello sciopero generale è quella decisiva così come è importante la capacità di definire luoghi unitari per rendere stabile l'alleanza tra diversi e ricostruire relazioni che comunque sono consumate. Però non si possono evocare solo slogan e riferimenti astratti. Lo sciopero generale funziona se blocca il paese, la dinamica non la si improvvisa e attiene a una prospettiva di fondo, a un'organizzazione e convinzione delle lotte, insomma a una vera dinamica di movimento. Che, intanto, ha bisogno di ritrovarsi anche su parole d'ordine, obiettivi unificanti e mobilitanti: la riduzione d'orario di lavoro, il reddito sociale, il salario minimo, l'attacco a rendite e profitti, un discorso radicale sul debito.

Domenica, all'università di Roma il cartello "Uniti contro la crisi" ha svolto un'assemblea molto partecipata in cui ha posto questo nodo. L'assemblea è stata soprattutto un'iniziativa della composita area che fa riferimento ai centri sociali - dal nordest a Action di Roma, per intenderci - per rilanciare se stessa con un immaginario e una proposta di movimento adeguata alla fase ma con meccanismi e dinamiche già viste in azione più e più volte. Si è trattato in ogni caso di un'iniziativa positiva perché parla il linguaggio dell'unità tra soggetti diversi contro la crisi e si propone di ricostruire uno "spirito di movimento". Un'iniziativa utile, ma non può bastare. La differenza, infatti, la faranno le realtà locali. Davvero si possono ricostruire luoghi unitari tra realtà di fabbrica e territorio e tra queste e altri soggetti sociali, come gli studenti? Si impegnerà la Fiom in questa direzione, come ha annunciato più volte? Il cartello "uniti contro la crisi" sarà davvero unitario o è piuttosto un "logo" di area come abbiamo visto già altre volte?

Le risposte sulla fase che si apre stanno in queste domande. Il 16 ottobre ha aperto, ancora una volta, una finestra di opportunità che non ha nulla a che fare con la rappresentanza politica perché se si discute a quel livello ci si divide in dieci minuti - Vendola vuole allearsi con Bersani, Ferrero anche, però un po' meno, altri non ci pensano proprio, Bersani tratta con Casini, etc. Si tratta di capire se si svilupperà un progetto di movimento attorno al binomio "unità e radicalità" che tanta fortuna ha avuto nel biennio 2001-2003. Se son rose fioriranno.

venerdì 15 ottobre 2010

Il nuovo numero della rivista Erre


E' uscito il nuovo numero di Erre, con un dossier sull'offensiva di Marchionne, una lunga intervista a Chomsky e tanto altro. Ecco l'editoriale di Piero Maestri


E' uscito il nuovo numero della rivista Erre. il 16 ottobre sarà diffuso in piazza durante la manifestazione della Fiom a Roma, nelle settimane successive arriverà agli abbonati e nelle migliori librerie.
Vi proponiamo l'editoriale di Piero Maestri, quanto mai attuale dopo la morte dei 4 alpini italiani in Afghanistan.

Editoriale n. 40 Erre
Vent’anni dopo, la guerra

Di Piero Maestri

Vent’anni fa l’invio delle navi militari nel Golfo Persico – “giustificate” in seguito alla sconsiderata invasione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno di Saddam Hussein – inauguravano “sul campo” la strategia della “guerra globale permanente” che ci ha accompagnato in questi decenni a cavallo dei due secoli e che ancora oggi continua, costituendo l’altra faccia di un processo di “globalizazione” che ha significato una ricolonizzazione planetaria e una maggiore penetrazione capitalista.
Strategia che è passata in primo luogo attraverso operazioni di guerra combattuta in diverse aree del pianeta, in particolare in un’area che è stata chiamata del “grande medioriente”, con significativi e drammatici allargamenti all’Europa balcanica e a diverse regioni dell’Africa. Una vera e propria guerra mondiale, non solamente perché combattuta in così vaste aree, ma perché ha coinvolto i più importanti soggetti politico-militari.
Una strategia che Stati uniti e paesi alleati (dentro e fuori la Nato) non hanno abbandonato e che continua a provocare vittime e distruzioni, oltre a impedire l’autodeterminazione delle popolazioni di intere regioni. Il presidente Obama non rappresenta in alcun modo una controtendenza in questa direzione, ma solamente un diverso modo di condurre la stessa strategia: ritira le forze armate dalle strade irachene – mantenendo le basi militari (come avviene in molti paesi, visto che la presenza militare Usa e Nato non diminuisce) – e aumenta la capacità offensiva in Afghanistan, mentre di fatto sostiene la politica israeliana contro i palestinesi, pur chiedendo maggiore “moderazione”, e così via.
Nello stesso periodo sono profondamente cambiate in molti paesi, soprattutto in Europa, le forze armate e di “sicurezza”, che hanno sempre più assunto un ruolo di interventismo “fuori area” oltre che essere impegnate direttamente in compiti di “ordine pubblico” e di guerra alle migrazioni.
Anche in Italia abbiamo potuto osservare questa dinamica, con una crescente partecipazione delle forze armate alle operazioni di guerra – in violazione dell’articolo 11 della Costituzione, violazione perpetrata in maniera “bipartisan”, coinvolgendo anche quelli che oggi si stracciano le vesti di fronte alla natura “eversiva” del berlusconismo; con la trasformazione delle stesse in senso professionale e volontario; con il loro impiego nella “lotta all’immigrazione clandestina”; fino al loro spiegamento (piuttosto propagandistico, ma non meno grave) nelle metropoli e quello, decisamente più pericoloso, nella zona rossa de L’Aquila al servizio della “cricca” e delle sue politiche di “emergenza permanente”.
E oggi, a causa della crisi di “vocazioni” e della mai sopita speranza del ministro La Russa di far tornare le forze armate strumento di formazione alla disciplina e all’obbedienza, lo stesso ministro della guerra con la collega della distruzione pubblica Gelmini si sono inventati il progetti “allenati per la vita”, con l’obiettivo di «far vivere ai giovani delle scuole superiori esperienze di sport e giochi di squadra, ma anche introdurre corsi specifici e prove tecnico/pratiche… per vivere questo momento come stimolo per toccare con mano i valori della lealtà, dello spirito di corpo e di squadra, oltre ad acquisire senso di responsabilità e rispetto delle regole e dei principali valori della vita».
Questa strategia di guerra permanente ha provocato diverse resistenze, sia in senso più propriamente militare (resistenze che, al di là del giudizio sulle loro strategie e le loro scelte operative, hanno più volte messo in situazione di stallo le forze armate Usa/Nato) che da parte di un movimento contro la guerra che è stato per alcuni anni al centro della scena politica internazionale.
Oggi quel movimento – in particolare in Italia – è quasi invisibile, frammentato e inefficace, diviso tra chi ha scelto di cercare in tutti i modi di sedersi al tavolo della politica governativa (forse per questo si è voluta chiamare “Tavola della pace”), chi ha ripiegato su scelte locali di valorizzazione della “comunità” (come ha fatto il “No Dal Molin”, con l’obiettivo di rendere inoperante la scelta statunitense e italiana a partire da una mobilitazione permanente locale, che si è alla fine rivelata in realtà localistica e poco capace di aprirsi ad alleanze non istituzionali, anche perché in una fase di stallo del movimento e per le colpe di una sinistra di governo che ha sacrificato Vicenza sull’altare della governabilità) e chi ha provato a mantenere aperta una riflessione di opposizione globale alla guerra e alle politiche di guerra, non riuscendo ad andare molto oltre la testimonianza e pratiche poco inclusive e capaci di mobilitare.
Questa inefficacia e scarsa capacità di mobilitazione contro la guerra rende ancora più difficile provare a connettere la necessaria iniziativa contro decisivi aspetti della militarizzazione – come l’aumento delle spese militari, il mantenimento delle produzioni belliche, l’espropriazione territoriale a fini militari – alla lotta contro la gestione della crisi di governo e Confindustria. In questo senso le domande sono sempre le stesse: perché accettare il taglio dei servizi pubblici quando si aumentano le spese militari? Perché non si possono introdurre progetti di riconversione produttiva che permettano di sperimentare nuove dinamiche di tutela territoriale e ambientale al posto delle produzioni belliche?
Nel breve periodo non sarà probabilmente possibile un rilancio su larga scala di un movimento contro la guerra globale in Italia. Resta la possibilità, e la necessità, di mantenere aperta questa prospettiva attraverso una maggiore capacità di analisi sulla nuova fase internazionale, sul ruolo degli eserciti in questa fase e sulla permanenza e pericolosità delle alleanze politico-militari come la Nato, che continuano a rappresentare il necessario contraltare delle politiche liberiste e di chiusura delle frontiere alla circolazione di donne e uomini.
Le iniziative previste contro il vertice della Nato a Lisbona (con un controvertice il 19 e 20 novembre e una manifestazione il 21) possono rappresentare un’occasione per riallacciare i fili di un movimento europeo e per ridare fiato a iniziative contro la guerra anche in Italia. Sinistra Critica proverà a fare la sua parte in questa iniziativa, in sintonia con le altre forze della sinistra anticapitalista europea.

LOTTA DI CLASSE - ERRE N. 40

EDITORIALE
Vent'anni dopo, la guerra (Piero Maestri)

PRIMO PIANO
Una proposta politica utile alle lotte (Esecutivo nazionale Sinistra Critica)

TEMPI MODERNI
Identikit del popolo dell'acqua (Checchino Antonini)
Università, un'altra onda? (Giorgio Sestili)
Expo, le speculazioni di un "grande evento" (Sergio D'Amia)
Olimpiadi 2020, il grande evento dei palazzinari (Daniele Nalbone)

FOCUS
La scommessa della Fiom (Salvatore Cannavò)
Per il 16 ottobre e anche per dopo
Trent'anni fa i 35 giorni alla Fiat (Nino De Amicis)

IDEEMEMORIE
Letteratura che getta luce sulla storia (Stefano Tassinari)
"Black and red? Paint it Pink!" (Laura Corradi e Libera Pedrini)
La teoria dell'alienazione (Lidia Cirillo)
Libreria - recensioni, analisi, commenti

CORRISPONDENZE
Il nuovo imperialismo americano (Intervista a Noam Chomsky di David Bersamian)
Spagna, il ritorno dello sciopero generale (Miguel Romero)

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martedì 12 ottobre 2010

Fiom, la partita del 16 ottobre


Sabato si rischiano fischi al segretario Cgil che parlerà in piazza. Ma Landini non rinuncia alla linea dura


Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
Non è la prima manifestazione importante che la Fiom organizza. Nel corso della sua storia ne ha fatte altre forse ancora più rilevanti. Ma quella del 16 ottobre a Roma (ore 14 a piazza Esedra e stazione Ostiense per concludersi a Piazza S. Giovanni) è certamente molto delicata. Perché la Fiom esce da una fase in cui è stata messa all'angolo dalla Fiat, con la vertenza Pomigliano, poi da Federmeccanica e Confindustria, con l'avvio delle trattative separate per le deroghe al contratto nazionale. E' stata attaccata duramente dai segretari confederali di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, pronti a rimproverare al sindacato di Maurizio Landini, irresponsabilità e poco senso della negoziazione. Con Cisl e Uil ci sono stati poi scontri aspri davanti alle sedi sindacali. Infine, si trova a dover gestire una difficile partita in casa, con il sindacato diretto da Guglielmo Epifani in procinto di riaprire la concertazione con la Confindustria di Emma Marcegaglia che prima o poi dovrà affrontare gli stessi temi che affliggono la Fiom.

Quest'ultimo aspetto è certamente il più delicato, perché la Fiom è parte della Cgil e un conflitto tra le due organizzazioni avrebbe conseguenze distruttive. Guglielmo Epifani parlerà il 16 in piazza, sarà lui a chiudere la manifestazione e non è un mistero che dopo le tensioni dei giorni scorsi di fronte alle sedi della Cisl, ci sia anche il timore di una contestazione di piazza nei confronti del segretario generale della Cgil. In realtà, se tensione ci sarà, avverrà sul piano squisitamente politico. Perché ormai è chiaro che Landini dirà apertamente che di fronte alle richieste di Fiat e Federmeccanica, definite «incostituzionali», per la Cgil è tempo di dichiarare lo sciopero generale. Lo ha detto ieri mattina all'attivo dei delegati della Fiom lombarda, lo ripete nelle riunioni riservate, lo ha detto anche ieri pomeriggio nel confronto a quattr'occhi avuto proprio con Guglielmo Epifani.
E anche questo incontro è sintomo di una relazione delicata. Convocato come riunione congiunta delle segreterie di Fiom e Cgil per discutere della manifestazione del 16, l'appuntamento è stato “declassato” dallo stesso Landini a colloquio personale dopo che la Cgil aveva dato l'idea di voler ottenere delle sanzioni disciplinari nei confronti dei militanti Fiom di Bergamo e di Livorno che avevano manifestato davanti alla Cisl. Il no alle sanzioni è stato ribadito ancora ieri da Landini anche se la Fiom non si tirerà indietro quando si tratterà di condannare politicamente atti di intolleranza o elementi di tensione.

Ma il punto resta la manifestazione del 16. Che succederà quando parlerà Epifani? I più ottimisti credono che sarà la piazza a dare la risposta scandendo con molta forza lo slogan “sciopero generale” e facendo così la dovuta pressione sul resto della Cgil che, da parte sua, non ha minimamente messo all'ordine del giorno una simile prospettiva. L'unica scadenza finora messa in agenda è una manifestazione nazionale prevista per il prossimo 27 novembre. Un po' troppo in là per soddisfare la necessità della Fiom di segnare qualche risultato e resistere alla vertenza che è già avviata all'interno del gruppo Fiat, ma non solo.

La pressione ci sarà perché la manifestazione del 16 sarà anche una grande manifestazione popolare. Le adesioni continuano a crescere giorno per giorno e il sito della Fiom le sta aggiornando quotidianamente. Ci sono quelle politiche, Idv, sinistra varia, non il Pd (almeno finora ma l'assemblea di Varese ha tranquillamente glissato sul tema), quelle sociali. Ieri il sindacato metalmeccanico ha avuto due incontri particolarmente significativi con gli studenti universitari e con il comitato promotore del referendum sull'acqua pubblica. Dalle università, che la scorsa settimana sono tornate a mobilitarsi contro il Ddl Gelmini, la partecipazione è in pieno movimento. Ieri, oggi e ancora domani ci saranno assemblee nelle varie facoltà, il 14 ci sarà “l'assedio” a Montecitorio e il movimento si prepara a una grande partecipazione il 16 con un proprio corteo autonomo che partirà proprio dalla Sapienza. Grande disponibilità alla partecipazione anche dai comitati per l'acqua pubblica dopo che lo stesso Landini aveva partecipato alla loro assemblea nazionale del 17 settembre a Firenze.

E poi c'è il mondo dell'intellettualità, dei movimenti civici. Uno dei siti più all'avanguardia in questi giorni per la riuscita del 16 è quello di Micromega dove campeggia l'appello di adesione lanciato da D'Arcais, Camilleri, Hack e Don Gallo. Tramite questo circuito ci sono adesioni non scontate come Sabina Guzzanti, Antonio Tabucchi, Altan o Corrado Stajano. Dal mondo universitario adesioni anche del fisico Giorgio Parisi, dello storico D'Orsi, dell'economista Bellofiore, e poi associazioni e organismi territoriali, comitati civici, associazioni omosessuali, circoli giovanili. Infine, in Fiom si attendono a giorni anche l'adesione del “Popolo viola.