giovedì 11 settembre 2008

L'Uragano Gelmini su scuola e università

In questa estate si è scatenata una vera e propria bufera su Scuola, Università e Ricerca. Il nuovo Governo Berlusconi non ha perso tempo: in piena continuità con i precedenti governi (anche di centro-sinistra), sta apportando l’attacco decisivo che sancirà la fine del sistema formativo pubblico italiano.
Non si tratta di uno dei soliti attacchi ai quali assistiamo da anni, ma il compimento di un progetto che vede come obiettivo principale da una parte l'istituzione di poli d'eccellenza privati e alta formazione per pochi facoltosi, dall’altra percorsi formativi scadenti e senza servizi per tutti gli altri.
Con la proposta di legge presentata dalla neoministra Gelmini infatti si permette alle scuole di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Se a questa norma si affiancano gli enormi tagli ai fondi scolastici già approvati a luglio, capiamo bene che nei prossimi cinque anni le scuole non avranno possibilità di scelta e saranno costrette ad affidarsi ad aziende e privati.
In questa maniera i Consigli d’Istituto saranno trasformati in Consigli d’Amministrazione del quale faranno parte, oltre al dirigente scolastico, ai docenti e ad una esigua rappresentanza studentesca, “esperti scelti in ambito educativo, tecnico o gestionale”. In sostanza si permette alle imprese presenti nel territorio limitrofo di inserirsi nelle scuole, pesare nelle decisioni riguardanti i finanziamenti, modellare la didattica e l’assurda alternanza scuola-lavoro a proprio uso e consumo.
Ma non finisce qui. Quella a cui stiamo assistendo è una vera e propria privatizzazione e le conseguenze non possono che essere molteplici e drammatiche:

1.Il Dirigente Scolastico ed il Consiglio d’Amministrazione avranno la libertà di scegliere il costo d’iscrizione all’anno scolastico, con tasse che aumenteranno notevolmente negli anni, specialmente in assenza di adeguati finanziamenti pubblici.
2.I docenti non saranno più assunti dalle scuole tramite una graduatoria nazionale e nomine del provveditorato ma saranno personalmente scelti dal singolo Dirigente Scolastico. In questa maniera si favoriranno assunzioni clientelari, se non addirittura familiari, ed aumenterà notevolmente la precarietà lavorativa nelle scuole.

Inoltre la manovra economica di luglio prevede tagli al personale pari a 87000 docenti (anche grazie alla reintroduzione del maestro unico alle scuole elementari) e 43000 unità per quanto riguarda il personale tecnico amministrativo. Come se non bastasse, gli ingenti tagli ai fondi porteranno nei prossimi anni alla chiusura di migliaia di scuole in tutta
Italia, scuole con pochi studenti e quindi soprattutto scuole di provincia. In questo modo non potrà che aumentare il divario culturale fra i grandi e piccoli centri.
Infine, nel paese dei Decreti Sicurezza e delle politiche securitarie, non potevano mancare misure repressive anche nelle scuole: viene infatti reintrodotto il voto in condotta come strumento di controllo e normalizzazione dei comportamenti.

Anche nelle università la situazione non è migliore in quanto a tagli e privatizzazioni con il D.L. 112 (ora legge 133 del Parlamento).
I Senati Accademici delle stesse università prevedono per i prossimi anni, non riuscendo a coprire nemmeno le spese per l'organico, un aumento che arriverà a TRIPLICARE le attuali tasse d'iscrizione.

I principali punti del decreto legge sono:

1)tagli al FFO (Fondo di finanziamento ordinario) in 5 anni di quasi 1,5 mld di euro, pari a circa il 20% del finanziamento totale: questo provocherà aumenti vertiginosi delle tasse universitarie, tagli del personale, chiusura delle piccole università, svendita ai privati.

2)Possibilità della trasformazione delle università pubbliche in fondazioni private:
visti i tagli le università saranno costrette a trovare nuove forme di finanziamento privato (tramite le fondazioni). In questo modo sarà ancor meno la qualità del sapere e la libera ricerca di base a guidare l'istituzione universitaria, ma le esigenze aziendali e di profitto dei singoli privati coinvolti.

3)Diminuzione del personale di ricerca del 50% in 5 anni e con essa l’impossibilità per i giovani laureati di intraprendere una qualsiasi carriera universitaria e ulteriore riduzione della possibilità di stabilizzazione per gli attuali precari.

4)Scatti di stipendio triennali e non più biennali con una sempre maggiore perdita di potere d’acquisto da parte del personale universitario ed in particolare dei giovani ricercatori.

Non possiamo assistere inermi alla fine del sistema d'istruzione pubblico. In questi anni abbiamo assistito ad uno smantellamento dell’istruzione e della ricerca pubblica bipartisan da parte dei governi sia di centro-destra che di centro-sinistra. Anno dopo anno abbiamo visto svuotare le casse del pubblico e gonfiare quelle dei privati. Le uniche risposte che i governi hanno saputo dare alle gravi carenze nelle infrastrutture, nella qualità della
didattica e nella possibilità di fare una ricerca adeguata, sono state continui aumenti delle tasse d’iscrizione, istituzione dei numeri chiusi per l’accesso ai corsi di laurea triennali ed ora anche specialistici, introduzione di finanziamenti privati e di ricerche aziendali (comprese industrie belliche) nei nostri laboratori pubblici.
C’è bisogno di una netta inversione di tendenza, di un nuovo protagonismo sociale dei soggetti in formazione e dei precari dell’università e della ricerca, contro docenti, baroni e dirigenti scolastici sempre più garantiti e privilegiati, e soprattutto contro questo governo e le sue politiche neoliberiste.
E’ quindi necessaria una forte alleanza sociale fra tutti i soggetti e le categorie i cui diritti e le cui libertà sono sotto stretto attacco: per questo accogliamo positivamente e rilanciamo lo sciopero generale e generalizzato dei sindacati di base del 17 ottobre, consapevoli che questa dovrà essere solo una delle tante giornate di lotta in questo autunno.

Se un uragano si sta abbattendo contro scuola università e ricerca, noi tutti, tramite una grande mobilitazione di massa, dobbiamo essere in grado di lottare controvento e pretendere un’istruzione di qualità e accessibile a tutti, una ricerca libera e non asservita alle logiche di guerra e di profitto, la fine di una precarietà oramai dilagante in tutti gli ambiti lavorativi.
Non c'è più tempo da perdere, né un'opposizione parlamentare o governi futuri in cui sperare.
E’ ora di RESISTERE!

Piaggio, sospesa perché denunciava problemi di sicurezza

Portinerie bloccate, lunghe file di Tir fermi all'ingresso della fabbrica, tre lavoratori su quattro in sciopero alternato per due ore nei vari reparti. Giornata di lotta alla Piaggio di Pontedera, alla vigilia del nuovo incontro di domani con la direzione aziendale per discutere del contratto integrativo. Un accordo che il management di Roberto Colaninno, dopo alcune aperture nel luglio scorso in merito alla stabilizzazione dei contrattisti a termine, ora non intende firmare. Rifiutando in toto la piattaforma presentata dalla Rsu e dai sindacati metalmeccanici, sia sul fronte delle assunzioni che su quello degli aumenti salariali. Uno scontro legato a filo doppio al caso dei recentissimi provvedimenti disciplinari - due giornate di sospensione - nei confronti di uno dei sei delegati alla sicurezza, Rossella Porticati della Fiom Cgil, «colpevole» di aver segnalato ripetutamente alla Asl e all'Ispettorato del lavoro i problemi della più grande fabbrica del centro Italia. In difesa di Porticati si muove la Fiom. Nei giorni scorsi con Maurizio Landini, nel giorno dello sciopero con Gianni Rinaldini: «Sono provvedimenti disciplinari ingiusti. E' evidente il tentativo di colpire la delegata, sia come minaccia generale verso l'azione sindacale, sia per ridurre gli spazi di agibilità, di intervento e di prevenzione sulla salute e la sicurezza sul lavoro. Chiediamo all'azienda, e in particolare a Colaninno, di dare un preciso segnale di cambiamento, ritirando i provvedimenti e aprendo finalmente un confronto conclusivo per la vertenza del gruppo». La Piaggio replica: «Con gli altri rappresentanti alla sicurezza non ci sono stati problemi analoghi, i provvedimenti disciplinari si riferiscono esclusivamente a una lunga serie di inadempienze in tema di gestione della presenza sul luogo di lavoro». Cosa ha fatto di male in pratica Rossella Porticati? «Sono Rls dal 2003 - racconta - e dal 2005 vengo ripresa perché ad esempio vado nei reparti a capire cosa c'è che non va, ma ci vado senza le scarpe antinfortunistiche. E così arrivano le ore di multa. Negli ultimi tempi l'azienda ha cambiato tattica. Ha iniziato a fare difficoltà formali. Così ora sono l'unica Rls in Piaggio che deve mettere per iscritto dove andrà e cosa farà il giorno dopo». Da Viareggio, dove ha appena finito di parlare di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro in un incontro pubblico con il collega Dante De Angelis di cui rischia di condividere la sorte, Porticati torna a Pontedera con l'ennesima conferma di una sua convinzione: «L'incontro è andato bene, c'erano molti lavoratori ad ascoltare, la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro sono sentiti sempre più come bisogni primari». In quanto alle preoccupazioni per i provvedimenti disciplinari, la delegata Rls con la fama di «rompiscatole» ha una certezza: «Uno dei capitoli del contratto integrativo in discussione riguarda l'ambiente e la sicurezza. E la Fiom ha deciso che farò parte della delegazione trattante con la Piaggio».

Dal manifesto del 11 settembre 2008

Vogliono fermare il referendum

Cinzia Bottene, consigliere comunale della lista Vicenza Libera, che sabato era tra i manifestanti caricati pesantemente dalla polizia, ha annunciato che porterà al sindaco i filmati delle violenze. «Ho letto la versione minimizzante della questura - dice Bottene - e sono davvero esterefetta: venti persone finiscono al pronto soccorso dopo essere state aggredite e per il questore si tratta di ordinaria amministrazione. Evidentemente - aggiunge - per il questore picchiare donne, giovani e anziani seduti per terra passivamente è una cosa normale». Per il presidio permanente, che continua a svolgere il secondo campeggio No Dal Molin, a Vicenza «esiste un'emergenza democratica». E anche per difendere la consultazione popolare fissata dal sindaco Achille Variati per il 5 ottobre prossimo, il presidio ha invitato ieri vicentini e non a scendere in piazza massicciamente sabato prossimo. L'appuntamento è per le 15 in piazza Matteotti. «Il governo - dicono al presidio - vogliono far saltare la consultazione popolare, lo dimostrano la lettera che Silvio Berlusconi ha scritto al sindaco e le violenze delle forze dell'ordine contro cittadini pacifici». Sabato dunque per le vie del centro sfilerà una «manifestazione di famiglie, donne, giovani, uomini per dire no a chi vorrebbe farci abbassare la testa e imporci una nuova base militare Usa». In piazza per difendere Vicenza, dicono al presidio, e per difendere il referendum, con il quale i cittadini potranno dire la loro sul futuro della città e dell'aeroporto Dal Molin. Nell'appello rivolto a tutti il presidio sottolinea come «sia possibile fermare il progetto statunitense. La violenza è segno di debolezza e noi torneremo in piazza per difendere la democrazia rappresentata anche dal diritto a manifestare pubblicamente nelle nostre strade e a esprimerci attraverso una consultazione popolare, senza che essa sia vanificata dall'apertura dei cantieri». Intanto il festival continua con spettacoli, dibattiti e concerti.

Dal manifesto del 11 settembre 2008

mercoledì 10 settembre 2008

Presidio Antifascista, venerdi 12 settembre 08


Una questione di identità una questione di cuore.

“San Paolo è un quartiere che nella figura e nella storia di Dante Di Nanni sintetizza al tempo stesso la brutalità dell’ideologia fascista e la voglia di vivere e lottare di tutti quelli e quelle che hanno combattuto per la Liberazione.

Ricordare Dante di Nanni e ricordare che San Paolo è un quartiere cresciuto sotto la bandiera dell’antifascismo non è cosa scontata: non lo è oggi dopo anni di riabilitazione e di equiparazione ideologica fra quanti hanno combattuto nelle formazioni partigiane e chi invece scelse di stare dalla parte della dittatura e dell’occupazione nazista; non lo è in un clima politico generale dove proprio lo sdoganamento culturale del fascismo ci obbliga ogni giorno ad assistere a rigurgiti di violenza, intolleranza, razzismo e oppressione celata ma continua e crudele nei confronti del diverso.”

Questo è quello che scrivevamo solo pochi mesi fa in occasione dell’anniversario del 25 Aprile, un anniversario che abbiamo festeggiato insieme a tant* affianco all’Anpi e a tante altre associazioni che quotidianamente animano la vita sociale di questo territorio, nelle vie del nostro quartiere, ricordando uno dei simboli, se non il simbolo di questa zona di Torino, Dante Di Nanni appunto.

Oggi a pochi mesi da quella festa, a pochi metri da quella stessa via San Bernardino in cui Dante Di Nanni asserragliato nella sua abitazione, da solo, a soli 18 anni perse la vita dopo lunghe ore di scontro a fuoco contro tedeschi e fascisti; un gruppuscolo di neo-fascisti vorrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio e travisare l’identità del nostro territorio, organizzando un incontro di revisionisti e dichiarati estremisti della nuova destra all’interno della sala della circoscrizione in corso Ferrucci, nello stesso edificio in cui ha sede l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sezione Dante Di Nanni. Sono chiamati a parlare in questa occasione loschi figuri, dal passato torbido e dal presente raccapricciante.

Un nome su tutti G. A. personaggio che in passato fu condannato per reati associativi sia nell’ambito di Terza Posizione (organizzazione di estrema destra attiva di cui A. fu membro fondatore) che in quello dei Nar (nuclei armati rivoluzionari, gruppo terroristico di estrema destra), e che oggi si vanta servire in cripta la Guardia d'Onore Benito Mussolini.

La lunga sequenza di aggressioni di matrice fascista , che ha nell’omicidio di Nicola Tommasoli a Verona (6 maggio 08) e nell’agguato a quattro ragazzi a Roma in occasione delle commemorazioni della morte di Renato Biagetti (29 agosto 08), a due anni dal suo omicidio sempre per mano di una squadraccia dell’estrema destra, solo gli ultimi esempi, non sembra avere una fine.

Oggi che il ministro della difesa Ignazio la Russa elogia il ruolo dei militari della Repubblica di Salò, coloro che scelsero di stare dalla parte della dittatura e dell’occupazione nazista, oggi lo stesso partito del ministro della difesa (AN) presta il suo nome per richiedere l'uso della sala circoscrizionale per far parlare chi tutt'oggi elogia il fascismo. Sembra così di poter intravvedere attraverso il fumo delle dichiarazioni di facciata, una nuova trama che unisce direttamente l’estrema destra nazista e fascista con la destra di governo, quella della svolta di Fiuggi.

Come antifascisti di zona San Paolo ci rivolgiamo con questo appello alla mobilitazione di tutti gli abitanti del quartiere e della città per impedire quella che noi consideriamo una vera e propria provocazione.

Il governo della circoscrizione non può e non deve permettere l’utilizzo della sala Circoscrizionale di corso Ferrucci o qualsivoglia spazio del patrimonio pubblico ad individui che non esitano ad auto-definirsi Fascisti.

Venerdì sera saremo con i nostri corpi, la nostra intelligenza, la nostra creatività, la nostra determinazione in piazza Adriano di fronte all’ingresso della sala della circoscrizione ad impedire che rialzino la testa, che ci provino di nuovo.

Il quartiere è di chi lo vive e chi vive questo quartiere odia il fascismo. è una questione di buon gusto, è una questione di storia, è una questione di identità, è una questione di rabbia/cuore.

C.S.O.A. Gabrio

Molititazioni di autunno?

Si è tenuta con successo l'assemblea delle forze politiche, sociali e sindacali indetta il 9 settembre anche con il contributo di Sinistra Critica. Qui di seguito pubblichiamo il comunicato che da conto dell'andamento dei lavori.
A seguire una dichiarazione di Flavia D'Angeli sull'appello pubblicato da Liberazione che indice la manifestazione dell'11 ottobre: "11 ottobre, rinasce l'Arcobaleno. Noi preferiamo l'autonomia dei soggetti sociali"


Il comunicato sull'assemblea del 9 settembre

Un'assemblea nazionale dei vari movimenti e conflitti sociali in corso il 5 ottobre, il pieno sostegno allo sciopero generale del 17 ottobre promosso dal sindacalismo di base, l'avvio di un percorso partecipato per una manifestazione nazionale a novembre che sia il punto di approdo di una nuova unità dei movimenti. E' questo il risultato della partecipata riunione che si è svolta martedì pomeriggio su iniziativa di Cobas, Collettivi universitari di Roma, Rdb, Sinistra Critica, Rete dei comunisti ma anche di Giorgio Cremaschi e Marco Bersani, e a cui hanno partecipato circa 200 persone e diverse organizzazioni.
L'assemblea ha sostenuto l'importanza dello sciopero del 17 ottobre come importantissima giornata di lotta a partire dai luoghi di lavoro e come unica iniziativa, finora, di sciopero contro il governo. Una giornata che verrà allargata anche a strutture non direttamente sindacali come centri sociali, associazioni e collettivi studenteschi, comitati di lotta territoriali.
Ma prima del 17 ottobre si terrà un'assemblea nazionale, la data proposta su cui fare eventuali verifiche è il 5 ottobre, come momento vero di confronto tra varie strutture oggi impegnate in vertenze e conflitti sociali; un'assemblea che sia in grado di mettere in relazione tra loro lavoratori e lavoratrici, reti migranti, studenti, collettivi lgbt e femministe, reti contro la guerra e comitati territoriali per la difesa ambientale.
Per la riuscita di questa assemblea è essenziale che se ne cominci a discutere con appuntamenti e luoghi di discussione a livello locale e settoriale.
Scopo dell'assemblea del 5 è quello di analizzare la insidiosa situazione politica del paese, l'attacco profondo portato dalle destre al governo, dalla Confindustria, dal Vaticano, gli effetti della subalternità del PD al governo ma soprattutto creare le condizioni per una vera opposizione sociale, favorire la convergenza e il coordinamento delle situazioni in lotta e valutare la fattibilità e utilità di una manifestazione nazionale per il mese di novembre.
Consapevole che solo un percorso partecipato e collettivo, trasparente e democratico, fondato sull'autonomia e l'organizzazione dei soggetti sociali può oggi costruire un'opposizione duratura al governo Berlusconi e non solo una rappresentazione istantanea del conflitto – come è stata la manifestazione dello scorso 20 ottobre - l'assemblea, a grande maggioranza, ha escluso che l'11 ottobre possa diventare una data utile e anzi ha sottolineato in molti interventi come quella scadenza sia esplicitamente calata dall'alto e imposta dalla necessità dei partiti dell'Arcobaleno di ridare forza e senso alla propria esistenza piuttosto che innescare una dinamica di confronto con i movimenti sociali e i sindacati di base. Un grave errore politico, dunque, che esplicita, obiettivamente, un disprezzo nei confronti della stessa giornata di lotta del 17 ottobre indetta da diverso tempo e scaturita da una rilevante assemblea di delegati e delegate sindacali tenuta a Milano lo scorso 17 maggio.
Sulla base dell'introduzione dell'assemblea del 9, dunque, tutte le strutture interessate verranno coinvolte nell'indizione dell'assemblea del 5 e sollecitate a offrire il proprio contributo di analisi, idee e proposte.



11 ottobre, rinasce l'Arcobaleno.
Noi preferiamo l'autonomia dei soggetti sociali

Dichiarazione di Flavia D'Angeli - Sinistra Critica
Venerdì 12 settembre ore 12, conferenza stampa, San Lorenzo via dei Latini 73

Come Sinistra Critica siamo impegnati da qualche mese a dare vita a un percorso unitario e partecipato per una mobilitazione d'autunno efficace e incisiva. Abbiamo perciò da subito sostenuto la centralità dello sciopero generale del 17 ottobre, indetto dal sindacalismo di base e, ad oggi, unico sciopero contro il governo. Insieme ad altre forze, poi, (Cobas, Rdb, Collettivi universitari, Rete dei comunisti) abbiamo promosso un'assemblea aperta il 9 settembre, assemblea molto partecipata e che ha deciso di rilanciare questo percorso con un'assemblea nazionale il 5 ottobre e un'ipotesi di manifestazione nazionale a Roma a novembre.
Apprendiamo dai giornali che le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno e decine di personalità che si sono riconosciute in quello schieramento promuovono una manifestazione l'11 ottobre al di fuori di qualsiasi percorso di confronto e di rapporto con altri soggetti. Una manifestazione che appare immediatamente come il tentativo di risollevare la schiena a quella Sinistra che le elezioni di aprile hanno spazzato via e di ridare stabilità e forza alle attuali segreterie. Segeterie, come quella Ferrero, che vincono un congresso per poi gestire la linea dei perdenti.
La sinistra politica non fa che ripetere i suoi errori: invece di mettersi a confronto e a disposizione di soggetti reali animando percorsi unitari punta all'autosufficienza, sperando di replicare il successo del 20 ottobre e dimenticando che quella giornata non ha sedimentato nulla in seguito.
Come Sinistra Critica non possiamo che ribadire il percorso da noi scelto e la piena internità a una dinamica di movimento con l'obiettivo di dare vita a strutture stabili e continuative per far nascere una Nuova Opposizione Sociale. Ci confronteremo, ovviamente, con i, le militanti che decideranno di stare in piazza l'11 ottobre ma non possiamo certo tacere che quell'indizione è una scelta sbagliata e che non aiuta a quel chiarimento profondo di cui la sinistra ha bisogno se davvero vuol rinascere.
Per discutere di questo e per dare il via alla nostra campagna sul Salario Minimo a 1300 euro è convocata una conferenza stampa, Vernerdì 12 alle ore 12, c/o la sede di Sinistra Critica a San Lorenzo, Roma, in via dei Latini 73
Sinistra Critica-Movimento per la Sinistra anticapitalista

martedì 9 settembre 2008

MOBILITAZIONE D'AUTUNNO? RADICALE, UNITARIA E VERAMENTE DAL BASSO

Il Gruppo operativo nazionale di Sinistra Critica

E’ del tutto evidente come l’azione del governo Berlusconi proceda scellerata e indisturbata e come l’opposizione, di sinistra e non, non riesca a prendere un’iniziativa adeguata e credibile.
Il governo in carica può contare su un margine di forza che gli viene dalle elezioni e che sta cercando di usare al massimo prima che le contraddizioni che presenta al suo interno finiscano per metterlo in difficoltà. Il governo Berlusconi punta a consolidare il consenso popolare ottenuto grazie anche all’azione disastrosa del centrosinistra e del governo Prodi e alla perdita di credibilità di tutta la sinistra storica. Le “pulizie di Napoli”, l’abolizione dell’Ici e, soprattutto, la politica securitaria vanno nel senso di mantenere intatto il capitale elettorale ottenuto ad aprile e di stabilizzare un governo che è comunque in carica nel mentre agisce una grande crisi economica internazionale. Al consenso popolare, ottenuto anche con una sapiente azione propagandistica, Berlusconi unisce un consenso nel mondo imprenditoriale che punta sulla nuova economia di Stato di Tremonti per reggere alla competizione internazionale, incassare dividendi e privilegi – su Alitalia come sulla riforma della contrattazione – mirare alle nuove privatizzazioni in vista e provvedere alla propria riorganizzazione mediando anche con il protagonismo diretto dello stesso Berlusconi nell’economia italiana. Un terzo punto di appoggio del governo è dato dal protagonismo del Vaticano che ha deciso di sostenere a fondo un esecutivo da cui incassare la definitiva legittimità della scuola privata e una politica rigorosamente reazionaria nel campo dei diritti civili.
Infine, il governo si muove sulla scena internazionale in una fase di grande debolezza dell’ideologia europeista e in una fase di ridislocazione degli interessi e delle forze in campo – vedi conflitto caucasico, emersione della potenza cinese, cambio negli Usa – che permette a un esecutivo molto spregiudicato e pragmatico di giocare a tutto campo sulla base delle convenienze rafforzando una logica di potenza e di interventismo militare.
Un governo pericoloso, dunque, certamente reazionario la cui gestione degli affari privati del premier rappresenta solo un tassello, particolarmente visibile e indigesto ma non centrale, di un’attività complessiva.
Un governo che deve però fare i conti con una crisi generalizzata a cui non sa ancora dare risposte effettive se non in direzione di un attacco frontale ai diritti dei lavoratori, come evidenzia il fenomeno Brunetta. La perdita di potere d’acquisto dei salari è vertiginosa, la precarietà in aumento, la sicurezza sul lavoro un miraggio, la qualità dei servizi pubblici pessima e su tutti questi versanti il governo non ha ricette soddisfacenti a migliorare il tenore di vita di milioni di famiglie. Non è un caso, quindi, se si insiste sulla repressione nei confronti dei migranti e degli stessi movimenti sociali – Napoli o Vicenza.
Lo spazio per un’azione di resistenza e di contrasto è dunque ampio e la sua ampiezza dimostra la totale inadeguatezza dell’opposizione parlamentare. Il Pd conferma ancora una volta quanto la sua internità al sistema lo renda in fondo non troppo dissimile, nelle politiche di fondo, dal centrodestra e come questo pesi profondamente nella sua capacità di opporsi al governo mentre la Cgil, ancella del Pd, non è in grado di rompere decisamente con il padronato italiano l’aggancio al quale costituisce il meccanismo principale del proprio riconoscimento politico e sociale.
In questo contesto la sinistra politica, comunista e non, resta muta soprattutto perché ancora sotto lo choc della sconfitta elettorale ma anche perché poco credibile nelle scelte di fondo. Il Prc, in particolare, che pure ha avuto un cambio di linea e di percorso, continua a oscillare nel rapporto con il Pd e con la Cgil e questo rende poco credibili le reiterate prese di posizione, di per se positive, in favore di una ripresa della mobilitazione sociale. Tutte le sue scelte, per il momento, ripetono i meccanismi di fondo che hanno portato alla disfatta quel partito e in fondo dettate dalla necessità di recuperare sul piano elettorale e istituzionale, soprattutto in relazione alle prossime elezioni europee, ma non solo. Esemplare il fatto che vengano complessivamente confermate tutte le alleanze di governo sul piano locale anche con amministrazioni, come quella Penati a Milano, che fanno a gara con la Lega sull’impostazione securitaria.
Per quanto ci riguarda abbiamo un’idea e una proposta molto chiara per organizzare l’opposizione al governo e far crescere la mobilitazione di autunno. Insieme ad altre forze politiche e sociali abbiamo promosso un incontro pubblico il 9 settembre con all’ordine del giorno il dibattito sul percorso dell’autunno che a nostro giudizio va incentrato su due coordinate: i contenuti di una piattaforma di opposizione e un percorso effettivamente unitario e partecipato.
Se la piattaforma non può che derivare dalle rivendicazioni principali degli ultimi anni – il salario, la lotta alla precarietà, alla guerra, alla devastazione ambientale, ai rigurgiti reazionari del Vaticano, la sicurezza sul lavoro, la libertà dei migranti – quello che deve essere maggiormente chiarito è il contesto e le priorità di fase. L’opposizione a Berlusconi non può far dimenticare le responsabilità pesanti del centrosinistra e del governo Prodi nella situazione attuale: quasi tutte le misure decise dall’attuale esecutivo sono state incubate dal precedente governo che ne ha delineato le linee di fondo mentre il centrodestra si è incaricato di portarle alle estreme conseguenze in funzione del proprio progetto politico. Senza capire questo passaggio l’opposizione si condanna alla reiterazione di errori pesanti e gravi. Un altro aspetto è capire dove si colloca il punto di snodo di un’opposizione credibile ed efficace. Mentre lavoriamo a organizzare manifestazioni nazionali, dobbiamo infatti capire che il grado di egemonia conquistato dalla destra si batte non semplicemente con l’organizzazione di eventi ma con un’attività quotidiana e costante nei luoghi di lavoro, di studio, di convivenza. Un’attività che prevede una fatica inedita e una propensione al radicamento sociale. Va in questa direzione la centralità che abbiamo dato alla campagna sul Salario Minimo e alla Legge di iniziativa popolare che prenderà il via il 12 settembre con iniziative in molte città. Non pretendiamo che questo argomento assuma una centralità assoluta, altri temi e altre iniziative possono essere adeguati a condizione che si colga la necessità di rapportarsi, davvero, a bisogni sociali vivi, a condizioni materiali in una logica anticapitalista e antisistema che sola può provare a recuperare un consenso popolare distanziatosi o, peggio, disilluso.
Per questo, il metodo e la forma con cui costruire la mobilitazione sono indispensabili. Non pensiamo sia utile un’iniziativa calata dall’alto, gestita nell’autonomia delle forze politiche e propagata nelle forme più classiche della sinistra. Al contrario, pensiamo sia venuto il momento di una raccolta, davvero dal basso, delle forze vive e pronte a mobilitarsi, coinvolgendole in una discussione collettiva preventiva e nell’organizzazione di una mobilitazione capillare fino a una manifestazione politica vera e propria. La manifestazione che abbiamo in mente è una manifestazione unitaria, ampia e plurale ma pensata come punto di arrivo di un percorso che è tutto da intraprendere. Anche perché sparsi e diversi sono i soggetti da coinvolgere: da settori di lavoratori e lavoratrici ai comitati ambientalisti, e non, in lotta per la difesa del proprio territorio; dal mondo della scuola e degli studenti a quello lgbt che si batte contro i diktat del Vaticano; dal movimento antiguerra al movimento femminista alle reti dei migranti. Insomma, una mobilitazione all’insegna del protagonismo sociale di ampi settori sociali, unica risorsa per rimettere in moto una dinamica positiva a sinistra. Una funzione, questa, che in parte può essere assolta dallo sciopero generale del sindacalismo di base del 17 ottobre che sosteniamo pienamente e per il quale vogliamo costruire una mobilitazione adeguata. Sapendo che quella giornata, importante, non basta e che occorre lavorare per estendere e rafforzare il conflitto sociale fino a una manifestazione nazionale politica da tenere in un sabato pomeriggio.
Con questo spirito non crediamo sia utile una scadenza ravvicinata, ad esempio l’11 ottobre, per una manifestazione di questo tipo e nemmeno sia indispensabile focalizzare l’attenzione sulla concorrenza con il Pd in una logica tipicamente politicista e ossessionata dai media. Non abbiamo ostilità preconcette ma non ci convince l’idea di ostacolare la scadenza del 17 ottobre né quella di calare un appuntamento dall’alto senza immaginare un momento di discussione pubblica e di coinvolgimento tramite, ad esempio, un’assemblea nazionale a ottobre.
E’ questo, quindi, lo spirito con cui ci apprestiamo all’autunno, lavorando per la riuscita della Legge popolare sul Salario sociale e per l’effettiva unificazione dei conflitti in corso attorno a una piattaforma collettiva. In un percorso di massa, democratico e partecipato.

Appello per la manifestazione del 13 settembre 08






Ieri 20 feriti e 6 fermati: è il bilancio della manifestazione pacifica che doveva concludersi con la costruzione di una torretta di osservazione all'esterno del Dal Molin. Si è conclusa, invece, con le cariche della polizia, che hanno preso a pretesto un pò di cemento a presa rapida per picchiare, alzare per i capelli, insultare donne e uomini che si esano pacificamente seduti per terra. Tutto è testimoniato nel video che abbiamo prodotto e reso pubblico.


Articoli e video sono visionabili all'indirizzo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_223.html

Inviatiamo tutti a visionare il video: i cittadini hanno diritto di conoscere la verità sui fatti di ieri.

La manifestazione del 13 settembre assume un valore ancora più importante; non solo per realizzare il pacifico sopralluogo collettivo e assicurarci che i lavori non siano iniziati, ma anche per rispondere a chi ha deciso di chiudere la questione vicentina con la violenza e la repressione.

Domani, 8 settembre, apre all'interno del Festival No Dal Molin il campeggio nazionale. Info all'indirizzo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_207.html.
L'appello "siamo tutti vicentini" è disponibile all'indirizzo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_215.html, mentre il programma del Festival su http://festival.nodalmolin.it


VICENZA NON SI ARRENDE, VICENZA SI DIFENDE.

Berlusconi contro il referendum di Vicenza. La polizia attacca i No Dal Molin


no dal molin

Comunicato Stampa

Sinistra Critica a fianco dei No Dal Molin contro la
costruzione della base e le violenze della Polizia

Sinistra Critica Veneto, nel condannare le gravi e preoccupanti violenze della polizia, contro cittadine e cittadini inermi, ennesimo sintomo di una democrazia sempre più precaria e apparente, esprime la massima e incondizionata solidarietà ai feriti, ai fermati e a tutte e tutti coloro che lottano contro la costruzione dell'base militare
Usa all'aeroporto Dal Molin.
Siamo con le donne e gli uomini che difendono la propria città dall'ennesimo atto di ilitarizzazione, di guerra, di devastazione
ambientale (chi si ricorda della rottura dell'oleodotto militare a Vicenza nel marzo scorso?).
Il Governo Berlusconi, in perfetta continuità politica col Governo Prodi, che ha portato avanti il progetto della base con estrema determinazione e arroganza (si veda l'operato del commissario
Paolo Costa), pensa di poter imporre con la forza repressiva e la violenza poliziesca la costruzione della base, strumentale alla guerra preventiva permanente. Ma la resistenza civile, democratica e popolare non può che proseguire con più determinazione: la base non si farà!
Per questo Sinistra Critica aderisce e sarà presente alla manifestazione di sabato 13 a Vicenza.
No alle basi, no alla guerra!

COORDINAMENTO NAZIONALE
SINISTRA CRITICA VENETO



da La Repubblica)

VENEZIA - "La consultazione popolare da lei indetta si manifesta ancora più gravemente inopportuna". Così scrive Silvio Berlusconi al sindaco di Vicenza Achille Variati (Pd), per invitarlo a rinunciare al referendum sulla nuova base americana organizzato per il 5 ottobre. Nella città veneta, intanto, non si placano le polemiche dopo gli scontri di ieri tra i comitati No Dal Molin e la polizia.

La lettera. A palazzo Trissino, sede del comune di Vicenza, la lettera del Cavaliere è giunta il 5 settembre, un giorno prima degli scontri di ieri tra manifestanti e polizia che hanno portato alla denuncia di sei attivisti del comitato del No.

Berlusconi, come indica il Giornale di Vicenza, ricorda a Variati che il sito sul quale sta per nascere Ederle 2 "è demaniale e non è in vendita". Il quesito referendario proposto dal sindaco infatti non chiede ai vicentini se sono favorevoli o meno alla struttura militare ma di esprimersi sulla volontà comunale di acquistare la zona demaniale. "L'area - sottolinea Berlusconi a Variati - è stata consegnata agli Usa. La consultazione si porrebbe in netto contrasto con l'azione del governo e le valutazioni della magistratura".

Gli scontri. Ore di tensione ieri a Vicenza tra polizia e oppositori al progetto di ampliamento della base. A innescare la miccia il tentativo dei manifestanti di costruire una torre di osservazione sul perimetro esterno dell'area dove sorgerà la nuova Ederle 2. "Quando ci siamo resi conto che si stava per cementificare la base e rendere la struttura permanente siamo intervenuti - spiega il questore Giovanni Sarlo - non era possibile anche perché l'opera era priva dell'autorizzazione comunale e di quella del proprietario del terreno. Inoltre è stato necessario anche per impedire che fosse messa davanti all'entrata dell'ex caserma dell'aeronautica militare un'enorme radice d'albero per bloccarne l'accesso".

I 'No base', danno invece una versione completamente diversa, invitano tutti i cittadini a visionare i filmati messi su internet, e affermano che la manifestazione "era stata illustrata per filo e per segno il giorno precedente allo stesso questore e ai suoi funzionari, e che per la struttura era stata presentata regolare domanda agli uffici tecnici del comune. "E' normale - chiedono i No Dal Molin - che un abuso edilizio venga 'sanzionato' dai manganelli della polizia? D'ora in avanti - concludono - ci aspettiamo di vedere il questore andare in giro per la città a menare a destra e a manca i responsabili di tanti abusi edilizi".

"La giornata cilena, brutale e violenta voluta dal questore non può che avere un'unica conseguenza: il suo immediato allontanamento per l'evidente incapacità di rapportarsi con cittadini pacifici", incalza Cinzia Bottene, consigliere comunale della civica 'Vicenza Libera-No Dal Molin' e leader del movimento contro la base.

Gli incidenti. I manifestanti hanno reagito, secondo la questura, alcuni opponendo resistenza passiva, altri con spintoni e calci. Nel contatto fisico qualche agente e alcuni manifestanti hanno riportato lievi contusioni: sei contestatori, quattro uomini e due donne, sono stati accompagnati in questura. E qui si sono trasferiti anche un centinaio di contestatori con tanto di radice al seguito caricata su un furgone. Il piccolo gruppo dopo alcune ore negli uffici della polizia è stato rilasciato: tutti sono stati denunciati a piede libero per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

In questura era arrivato anche il sindaco di Vicenza Achille Variati, che ha definito l'episodio "una brutta pagina nella storia cittadina. Questo mi conferma - ha detto - che qualcuno non vuole che la consultazione popolare si svolga in quel clima tranquillo e civile che ho sempre indicato come un obiettivo e un requisito fondamentale".

Reazioni. Tre giorni fa era stato il ministro degli Interni Roberto Maroni ad annunciare "vigilanza costante" sulle previste contestazioni all'ampliamento della base Usa a Vicenza. I brevi scontri di ieri hanno provocato alcune ferme reazioni della sinistra radicale. Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha definito "inaccettabili, gravi e ingiustificabili le molto pesanti cariche delle forze dell'ordine a Vicenza contro un sit-in dei comitati No Dal Molin alla base Usa".

Per la Cgil di Vicenza, "in un momento così delicato per la città di Vicenza è quanto mai necessario lavorare tutti affinchè sia mantenuto in città un clima di confronto positivo". Anche Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, parla di "fatto gravissimo. Una grave violazione dei diritti umani e della democrazia".

Il sindaco di Vicenza è finito nel mirino del rappresentante del Comitato Due 'Sì Dal Molin', uno dei movimenti favorevoli all'ampliamento della base. Il rappresentante del comitato, Silvano Giometto, chiede le dimissioni del primo cittadino come 'terapia d'urto' per evitare tensioni come quelle avvenute in città. Secondo Giometto "non è accettabile, né possibile che un gruppo di contestatori produca guasti profondi all'immagine della città".

MOBILITAZIONE D'AUTUNNO? VEDIAMOCI IL 9 SETTEMBRE


corteo.jpg

Roma, ore 17 c/o la sede di Carta, via dello Scalo di S.Lorenzo 67


Lettera di Paolo Leonardi: Alcune considerazioni sull'ipotesi di manifestazione nazionale a Roma l'11 ottobre promossa dai partiti della sinistra

Ai Compagni Ferrando, Ferrero, Diliberto

Apprendo dal Manifesto del 2 settembre, ma già se ne parlava in giro, di una proposta di manifestazione nazionale della sinistra da tenersi l'11 ottobre a Roma sui temi dell'autunno e contro il governo.
Leggo anche che tale proposta sarebbe stata avanzata dal PCL e rivolta soprattutto al PRC e al PdCI, che nella scelta della data proposta pesa la necessità di fare una manifestazione prima di quella annunciata da Veltroni per il 25 ottobre al Circo Massimo, e che, sembra (anche di questo si parla da tempo), sarà costruita con il corposo e concreto aiuto di uomini della CGIL di Guglielmo Epifani.
Seppure ufficialmente non sono ancora arrivate risposte da parte dei due partiti chiamati da Ferrando alla manifestazione unitaria, quantomeno i nuovi vertici del PRC ci hanno confermato di essere intenzionati a scendere in piazza l'11 ottobre.
L'11 ottobre, guarda caso, è il sabato precedente lo Sciopero Generale Nazionale promosso unitariamente già da luglio dalla CUB, da SdL e dai Cobas - e della cui proclamazione sia Ferrando che Ferrero che Diliberto sono perfettamente a conoscenza - sulla piattaforma approvata unitariamente dall'Assemblea Nazionale del 17 maggio a Milano e, ovviamente, per rispondere al violento attacco che confindustria e governo Berlusconi stanno portando ai lavoratori, ai precari al lavoro dipendente, allo stato sociale.
Ritengo che la manifestazione dell'11 non inciderà più di tanto nella partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici a quella che si terrà il 17 in occasione dello sciopero generale, in quanto è diverso il referente sociale chiamato a scendere in piazza - per noi il mondo del lavoro e del non lavoro, per i partiti della sinistra radicale i propri militanti, iscritti, simpatizzanti.

Fa però riflettere la scelta della data. Mi chiedo, e chiedo a chi l'ha proposta e lanciata e a coloro che si apprestano ad aderire: ma avete riflettuto sull'opportunità di piazzare una manifestazione nazionale, pressoché sugli stesi temi, a sei giorni dallo sciopero generale e dalla manifestazione del 17?
Probabilmente sì, ed avete deciso di dare priorità alla vostra esigenza di rappresentazione di esistenza in vita. Ma su questo posso sbagliare.
Ciò su cui invece credo di non sbagliare è il fatto che, tristemente, la sconfitta elettorale sembra non aver insegnato nulla.
Uno dei motivi forti della batosta del 14 aprile, oltre alla partecipazione ad uno dei governi più filo padronali e anti operai degli ultimi anni, sta nell'aver completamente abbandonato il rapporto con i lavoratori e con i loro problemi, l'aver pensato di poter sostituire l'intervento di massa con la "rappresentazione" del conflitto, l'aver perso ogni relazione concreta con il blocco sociale di riferimento.
Ho l'impressione che nella convocazione della manifestazione dell'11 ottobre abbiano continuato a prevalere queste caratteristiche con una autoreferenzialità tutta negativa, un'esigenza prioritaria di arrivare nel migliore dei modi alle incombenti elezioni europee nella convinzione che la "riscossa" possa partire unicamente da un buon esito elettorale.
Caratteristiche che, in fin dei conti, sono quelle che hanno portato alla sconfitta.
Un dato sopra ogni altro salta agli occhi, ed è quello che ci interessa nella nostra qualità di organizzazione sindacale di base: l'incapacità di queste forze di definire una volta per tutte una propria linea sulla questione del sindacato, cioè di quale sindacato abbiano oggi bisogno i lavoratori italiani, se tale esigenza sia già compiutamente rappresentata dalle confederazioni storiche, se sia sufficiente identificare in una organizzazione di categoria, pur combattiva almeno sul piano politico, il "sindacato generale", se sia il conflitto o la concertazione lo strumento giusto per realizzarlo.
E' chiaro che la mancata risposta a queste poche e semplici domande, se pure può rendere sostenibile la convocazione della manifestazione dell'11, non aiuta certo a diradare le nebbie sul futuro.

Roma, 4 settembre 2008

Pierpaolo Leonardi
Coordinatore nazionale CUB

martedì 2 settembre 2008

Seminario Nazionale di Sinistra Critica 25-28 settembre



Come è ormai tradizione alla fine di settembre Sinistra Critica organizza un momento di incontro e di riflessione su una pluralità di temi: ecologismo, antirazzismo, sindacalismo di classe, femminismo, organizzazione studentesca, cultura critica, solidarieta' internazionale: quattro giorni di assemblee e workshop per costruire l'opposizione alla nuova destra e ripensare la sinistra. I lavori saranno articolati in 4 momenti di assemblea generale, uno per ciascuna giornata e in una serie di commissioni – workshop, per un totale di 16 momenti di approfondimento sui diversi temi. Per quanto riguarda le assemblee vedere il manifesto del seminario allegato Le Commissioni, workshops sono le seguenti:
1° gruppo, venerdi mattina
Coordinamento donne
Coordinamento lavoro
Coordinamento giovani
Coordinamento ambiente Coordinamento internazionale (pace, G8, Forum sociali, sinistra anticapitalista)

2° gruppo, venerdì pomeriggio
La crisi energetica e le risorse alternative
La crisi economica internazionale
Il lavoro e le donne
Comunicazione e informazione

3° gruppo, sabato mattina
Il centrodestra e le donne
Salario e profitti (formazione per campagna)
Il quadro internazionale
Per un'organizzazione studentesca

4° gruppo, sabato pomeriggio
Il progetto CriticLab
Allarme razzismo e organizzazione dei migranti
Il movimento Lgbt
Ambiente e vertenze territoriali Il seminario comincia il giovedì pomeriggio. Il costo della partecipazione al seminario per tre giorni di pensione completa in camere doppie o tripple è di 110 euro. Per i giovani, disoccupati, è previsto un costo di appena 55 euro. Vedere anche in allegato la tabella completa dei prezzi di partecipazione. Pensiamo di organizzare per facilitare la partecipazione anche un viaggio collettivo con un pulmino.

SINISTRA CRITICA TORINO

sinistracriticato@yahoo.it

E’ necessario organizzare da subito la partecipazione per cui si invita già in settimana a prenotare telefonando ad Ada (349 71937649) oppure a Massimo (328 4683721) oppure in sede (011-8177972).

Accoltellati tre ragazzi «Siete solo delle zecche»

La matrice è fascista, i giovani erano al concerto in ricordo di Biagetti
GIACOMO RUSSO SPENA
ROMA

Tre coltellate alla coscia destra. Da dietro. All'improvviso. Il tempo di dire «Ma sei impazzito?». Dopo, la lama affonda altre tre volte. Uno squarcio di dieci centimetri, chiuso da quindici punti qualche ora dopo, nell'ospedale romano del Cto. Fabio Sciacca, ventottenne attivista dei centri sociali, è l'ultima vittima di una lunga lista d'aggressioni fasciste. Venerdì sera, insieme ai suoi compagni dello squat Laurentino 38, era andato al concerto in ricordo del suo amico Renato Biagetti, assassinato il 27 agosto di due anni fa fuori da un locale di Focene, sul litorale romano. Alla serata commemorativa, al parco Schuster, in zona Ostiense, hanno partecipato migliaia di persone: c'era musica, comici (fra gli altri Andrea Rivera), persino un po' di allegria. «Come sarebbe piaciuto a Renato», dicono i giovani del centro sociale Acrobax, quello Renato. Fabio era lì. Era anche salito sul palco, verso l'una, aveva raccontato un suo ricordo dell'amico ucciso. Finita la festa verso le due, smontati gli stand e pulito il parco, si era trasferito con un'altra cinquantina di persone nel vicino centro sociale Pirateria, per continuare a sentire un po' di musica. In compagnia. Fino alle tre e mezza.
A quell'ora Fabio decide di tornare a casa. Si incammina con due amici, Emiliano M. (27 anni) e Milvio M. (30), a prendere la macchina che è rimasta parcheggiata vicino il parco Schuster. All'improvviso, all'altezza della facoltà di Economia di Roma Tre, appare un gruppo di persone. Sono una decina.Da dietro, da un angolo di strada non illuminato. Urlano «pezzi di merda, zecche infami». Pochi secondi dopo, l'attacco con catene, oggetti contundenti e un coltello. Quello cha andrà a ficcarsi nella coscia destra di Fabio che, dopo sei colpi, cade a terra. A quel punto gli sferrano un calcio in faccia.
Intanto anche Emiliano viene spintonato a terra da tre assalitori: riceve una serie di pestoni. Se la caverà con molti lividi sul fianco destro. Va meglio, per fortuna, a Milvio che riesce a divincolarsi. Poi all'improvviso gli assalitori svaniscono nel nulla. «Qualcuno era rasato, altri avevano un cappelletto», racconta Emiliano, comunque «erano tutti fascisti, vestiti da pariolini», è la sua descrizione. Polo nere, magliette Fred Perry e pantaloni di marca a tre quarti. Tutti tra i venti e i trenta anni. E a volto scoperto. Come fossero sicuri che questo gesto non avrebbe avuto alcuna conseguenza. «Quello che mi ha dato le coltellate - dice Fabio dal letto d'ospedale in cui è ricoverato (e lo sarà ancora un po', almeno fino a quando non ci sarà più il rischio di un'infezione interna) - aveva più o meno l'età mia». Dieci minuti dopo l'aggressione arriva prima l'ambulanza e poi una volante dei carabinieri che ora stanno indagando sull'episodio. «E pensare che un anno e mezzo fa mio figlio è andato a vivere il Chiapas, nel Messico», dice Teresa, la mamma di Fabio. «Ero preoccupata, credevo fosse pericoloso». Il pericolo era qua, nella sua città, dove Fabio è tornato per le vacanze. «È stato un agguato fascista premeditato - denunciano i centri sociali -. Hanno rivendicato a coltellate l'assassinio di Renato».
Ma ora la polemica è anche sulle forze dell'ordine, presenti in gran numero durante l'iniziativa al parco: otto blindati e alcune volanti fra polizia e carabinieri. E tanta Digos 'visibile' tra gli stand. Eppure non hanno evitato l'aggressione. L'ennesima. La questura si difende sostenendo che «l'episodio è avvenuto dopo il servizio di sicurezza pubblica per il parco. La festa era finita alle due di notte». Quindi non era più loro competenza difendere l'incolumità dei giovani. Ora i carabinieri stanno visionando i nastri delle telecamere a circuito chiuso dell'università, che potrebbero aver ripreso qualche particolare dell'aggressione.
«Non sono stati in grado di fermare la mano assassina» attacca il comitato Madri per Roma Città Aperta, di cui fa parte Stefania Zuccari (la mamma di Biagetti), che poi si rivolge al sindaco Alemanno: «Vogliamo una risposta sui provvedimenti che il sindaco intende prendere verso questi individui che praticano l'uso della lama e della violenza». Dal canto suo il Campidoglio esprime «ferma condanna» per l'accaduto e dà «piena solidarietà alle vittime dell'aggressione». Parole giudicate ipocrite e respinte al mittente dai ragazzi dei centri sociali: «E' lui - dicono - il mandante politico di queste azioni».
In serata da parco Schuster verso Santa Maria in Trastevere è partito un corteo contro «la violenza nera». «Agosto 2006-agosto 2008, stesse lame, stesse trame» è lo striscione di apertura. Ma i manifestanti attaccano l'inutile militarizzazione della città, ricordando anche il recente pestaggio e strupro dei due turisti olandesi: «Pacchetto sicurezza - sicuri da morire», è un altro dei loro striscione.

Dal Manifesto del 31 agosto 2008

mercoledì 27 agosto 2008

PERCHÉ IL F.A.R.E. È UNA TRAPPOLA AI DANNI DEL TERRITORIO E DEL MOVIMENTO NO TAV

Bisogna leggere molto bene la proposta F.A.R.E. (non la sintesi, ma il documento completo di 45 pagine), bisogna aver assistito a tutte le presentazioni pubbliche della proposta per capire che in realtà il F.A.R.E. è una trappola ben studiata per battere la resistenza popolare e istituzionale contro la nuova linea ferroviaria Torino Lyon che noi chiamiamo da sempre e per brevità TAV.

Vediamo i punti fermi, consolidati, della lotta quasi ventennale al TAV:
• netta contrarietà a qualsiasi nuova infrastruttura trasportistica (ferroviaria o autostradale) con la relativa e consequenziale indisponibilità a discutere di tracciati e di problematiche connesse;
• netta contrarietà a qualsiasi nuovo tunnel (di qualunque tipo autostradale, ferroviario idraulico ecc., visti i danni creati da quelli già fatti);
• netta contrarietà ad accettare, per qualsivoglia motivo, l’aumento del traffico merci attraverso la Valle di Susa (non siamo disposti a diventare un CORRIDOIO DI TRAFFICO) che ecceda le attuali 20 MT annue;
• richiesta di politiche trasportistiche che favoriscano il trasferimento modale dalla gomma al ferro senza incidere sulla finanza pubblica (tipo sovvenzioni governative all’A.F.A.- modalhor), ma migliorando il servizio offerto e disincentivando il traffico su gomma, utilizzando la ferrovia esistente (già migliorata) e risolvendo i problemi là dove si pongono e quando si pongono, senza inutili forzature.
Le motivazioni economiche, ambientali e sociali non si elencano perché ben note a tutti.

Vediamo ora cosa propone il F.A.R.E che costituisce la demolizione dei punti fermi e consolidati citati sopra:
• accetta l’ipotesi che il traffico merci attraverso le Valli di Susa possa crescere e crescere senza limiti, quindi di fatto accetta che le Valli di Susa possano diventare un CORRIDOIO DI TRAFFICO, e questa è la prima grande trappola, perché accettato questa ipotesi è chiaro che poi da qualche parte e in qualche modo queste merci bisogna farle passare;
• accetta l’immaginifico progetto dell’Agenzia per la Mobilità Metropolitana secondo il quale entro il 2012 – 2018 tutte le zone periferiche di Torino dovrebbero essere interconnesse da una serie di treni metropolitani che sfrecciano ogni 20 minuti in tutte le direzioni da Avigliana a Chivasso a Germagnano a Rivarolo a Orbassano a Pinerolo a Carmagnola e fino a Chieri (per questa suggestione progettuale, a detta degli stessi proponenti, non esiste neppure un centesimo di euro a disposizione), quindi accetta l’ipotesi di saturazione della linea fino ad Avigliana, quindi accetta l’ipotesi di un quadruplicamento della linea esistente o una nuova linea Orbassano – Avigliana (seconda trappola già messa in atto con il terzo quaderno dell’Osservatorio);
• accettata l’ipotesi di crescita del traffico merci e anche del traffico passeggeri (almeno da Avigliana a Torino), si dà per scontata la necessità di ipotizzare una nuova infrastruttura trasportistica di tipo ferroviario (questo è il capolavoro dei trappoloni) . Infatti il progetto F.A.R.E. toglie le castagne dal fuoco a Virano e Ferrentino ( “se si parlerà di tracciati abbandoneremo i tavoli”) e prevede, questa proposta, tutti i TRACCIATI (descritti e riportati sulle cartine) per la nuova infrastruttura trasportistica. E’ vero che si affretta a precisare (e questa è la grande suggestione e la grande truffa del F.A.R.E.) che tutto si dovrà fare per blocchi funzionali e solo quando si dimostri la necessità, ma intanto dice che “È MEGLIO OPERARE PER FASI” non dice “è indispensabile operare per fasi”, dice “è meglio” … (fasi che ci sono solo sulla carta perché dati i tempi di realizzazione delle diverse tratte, per arrivare nei tempi indicati, di fatto, tutto deve partire subito) non solo, ma poi, propone anche il tunnel di base chiamandolo pudicamente “DUPLICAMENTO DELLA LINEA DI VALICO”: in quattro FASI ha messo nero su bianco i tracciati, con le gallerie, i cantieri, le stazioni ecc.;
• il F.A.R.E. ha dimostrato la possibilità di una “progettazione preliminare unitaria della nuova linea Torino Lyon, dal confine francese a Settimo” (punto 4 delle decisioni operative assunte dal tavolo di Palazzo Chigi il 29/7/2008) e questa è la quarta grande trappola di questa proposta: rendere ineludibile la fase due dell’Osservatorio e cioè la PROGETTAZIONE di tutta la linea con il coinvolgimento degli enti locali interessati attraverso i propri tecnici (con alcuni che saranno sicuramente ben retribuiti con il pubblico denaro, magari attingendo da quei 671,8 milioni di euro che tutti cercano disperatamente di strappare all’U.E. in una corsa contro il tempo e con le carte truccate).

Per concludere, la proposta F.A.R.E., in modo accattivante, abbonda di “NO TAV” ma nei fatti propone la realizzazione del “NUOVO ASSE FERROVIARIO TORINO LYON” in modi e tempi da verificare tali per cui gli amministratori con i loro “tecnici” possano sedersi ai tavoli di concertazione della nuova linea ferroviaria e senza imbarazzo possano discutere del COME TAV fidando, forse, nella penuria di fondi pubblici per limitare e rimandare nel tempo i danni irreversibili e devastanti al territorio.
Questa proposta ha consentito a Virano di giungere ad una serie di “punti di accordo per la progettazione della nuova linea” con i tecnici (che l’hanno sottoscritta non si capisce a nome e con l’avallo di chi, visto che nessun comune ha approvato l’accordo, al massimo i primi della classe ne hanno “preso atto”) che non prevede assolutamente un avanzamento per fasi e ha consentito al governo di stilare le otto “decisioni operative” di Palazzo Chigi.
In questo contesto non a caso si inserisce come ulteriore tubetto di vaselina la proposta della Provincia di Torino, rimasta nel cassetto per anni, tesa a individuare con appositi studi (e anche da qua si possono attingere risorse economiche già finanziate) gli interventi di “valorizzazione” (da leggere come COMPENSAZIONI) dei territori che saranno attraversati dalla nuova linea Torino-Lyon, come proclamato ai quattro venti da Saitta e Borioli.

Le trappole, per non dire le truffe, di questo documento sono enormi ma ben mascherate. Si spera con questo scritto di metterle un po’ in luce, affinché la gente e gli amministratori non inciampino.

25 agosto 2008
Comitati NO TAV Valli di Susa, Val Sangone, Torino e Cintura.

martedì 19 agosto 2008

«Cacciato con la polizia, spero non per vendetta»

Denuncia l'insicurezza delle FS e lo licenziano. L'intervista sul manifesto a Davide De Angelis. Sinistra Critica aderisce alla campagna per la riassunzione.

Loris Campetti (il manifesto)

Dante De Angelis, macchinista ferroviere. E qualcosa di più: è la coscienza critica, la punta di diamante del movimento che si batte per la sicurezza sui treni - per chi ci lavora, per chi ci viaggia, per gli operai che operano lungo le linee ferroviarie, spesso dipendenti da ditte d'appalto in cui quel che conta è tenere bassi i costi del lavoro.
Insomma, Dante è un Rappresentante lavoratori per la sicurezza (Rls), l'unica sicurezza che non fa notizia, salvo nel giorno in cui si contano i morti. Il giorno di Ferragosto è stato licenziato dalle Ferrovie dello stato con l'accusa di aver denigrato l'azienda. La sua colpa? Aver sostenuto pubblicamente che dietro le continue rotture dei treni italiani, a partire dall'Etr500 che è la bandiera del nostro sistema ferroviario, potrebbe esserci un problema di usura: «Se si spezza il gancio vuol dire che controllo e manutenzione lasciano a desiderare». Dante collabora da tempo con il manifesto, ed è grazie alla sua disponibilità che abbiamo potuto raccontare le dinamiche di gravi incidenti, i problemi dell'organizzazione del lavoro e della sicurezza, le assemblee dei ferrovieri. Alcune organizzate proprio da lui per sostenere il nostro giornale nel corso dell'ultima (anzi, penultima) crisi economica.

Dante, come sei venuto a conoscenza del tuo licenziamento?
Nel peggiore dei modi: ieri (a Ferragosto, ndr) mi sono recato al lavoro alla sede dell'Officina manutenzione Alta velocità, scalo di San Lorenzo, a Roma, per prendere la guida dell'Etr Roma-Rimini. Avevo chiesto un giorno di ferie ma non mi era stato concesso, «per motivi di servizio». Invece del treno, però, mi hanno consegnato la lettera di licenziamento. Io ho resistito un po' ad accettare quel provvedimento inaudito e a quel punto hanno chiamato la polizia. Sì, sono stato licenziato con l'intervento della polizia. Solo dopo ho scoperto che il 14 agosto era arrivata a casa mia una lettera in cui mi si informava che sarei dovuto andare a ritirare un atto. Ma io quel giorno non ero in casa, cosicché la lettera l'ho trovata solo oggi.

Come è maturato il tuo licenziamento?
Il 14 luglio si era spezzato un treno a Milano, si è trattato di un incidente molto pericoloso che avrebbe potuto provocare una tragedia. Come Assemblea dei delegati dei ferrovieri (vi fanno parte Rls iscritti a diversi sindacati, dalla Cgil all'Orsa che è l'organizzazione di Dante, dai Cub al Fest Ferrovie, ndr) ne abbiamo dato notizia, io ho avanzato dubbi sui sistemi di controllo e sulla manutenzione dei treni e una preoccupazione dello stesso tenore l'abbiamo formalizzata in una lettera spedita all'amministratore delegato Moretti e al ministro dei trasporti Mattioli. Per questo sono stato accusato di aver violato ogni codice, etico, civile, penale. Peccato che pochi giorni dopo, il 22 luglio, ancora a Milano, s'è spezzato un altro treno e lo stesso Moretti rispondendo a un giornalista ha ammesso l'esistenza di qualche problema sugli Etr500. Nonostante ciò, l'avvio di un procedimento nei miei confronti si è trasformato in licenziamento in tronco.
Evidentemente Dante De Angelis è visto dall'azienda non come una risorsa per individuare e risolvere i problemi ma come un problema, un fastidio di cui liberarsi. Davanti alle critiche sulla sicurezza del nostro sistema ferroviario, l'azienda risponde con la repressione su iniziativa del suo amministratore delegato, che alle Ferrovie è arrivato direttamente dal vertice della Cgil.
Non vorrei che il mio licenziamento sia un atto di vendetta, una ripicca. Forse perché io, insieme ad altri colleghi, ho fatto opposizione all'archiviazione che avrebbe salvato Moretti e altri due dirigenti delle Ferrovie, Elia e Paganelli, dall'accusa di omicidio colposo per la strage di Crevalcore (uno scontro tra due treni nel gennaio del 2005 che ha provocato 17 morti e 80 feriti, ndr). Il giudice aveva accolto la nostra tesi e tra poco, il 23 settembre, si terrà la prima udienza del processo con l'interrogatorio di Moretti nella veste di imputato. Ho il timore che tra questo fatto e il mio licenziamento ci sia un legame».
Naturalmente questa partita, aperta dalle nostre Ferrovie con un fallo grave - e non è il primo ai danni di Dante - è solo all'inizio. Ci aspettiamo di vedere in campo, accanto a De Angelis, i sindacati al completo. E tutti quelli che hanno a cuore i diritti e la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia in treno.

martedì 12 agosto 2008

IL 9 SETTEMBRE, PER UN AUTUNNO DI MOBILITAZIONE

I primi passi del governo hanno confermato le previsioni di chi considera la destra italiana un miscuglio di populismo, autoritarismo al servizio di una logica padronale e confindustriale. Il pacchetto sicurezza con il suo razzismo istituzionale, gli attacchi indiscriminati contro la popolazione campana in difesa della salute contro le discariche tossiche, l'assalto ai servizi pubblici locali, i ripetuti attacchi contro i lavoratori pubblici definiti «fannulloni», il rilancio di una politica militaresca con la conferma e ampliamento delle missioni militari e la determinazione a costruire la nuova base di Vicenza nonostante l'opposizione popolare fino ai soldati nelle città, fanno il paio con il tentativo di Confindustria, tramite il tavolo concertativo, di abolire il contratto nazionale, con i desiderata integralisti del Vaticano, con una politica dell'Unione europea che, con le direttive sul rimpatrio dei migranti e con quella sull'allungamento della settimana lavorativa, suggellano il clima reazionario che si respira in tutto il continente. A tutto questo si associa l'arroganza istituzionale di un governo che fa dei processi giudiziari del proprio leader il perno della propria politica. Di questa situazione porta una responsabilità diretta il centrosinistra che con l'esperienza del governo Prodi ha spianato la strada a gran parte delle misure - criminalizzazione dei Rom, flessibilizzazione del mercato del lavoro, base di Vicenza, Alta Velocità, repressione delle popolazioni campane in rivolta contro la gestione rifiuti - che oggi appaiono giustamente odiose. Anche la politica concertativa delle confederazioni sindacali ha permesso al precedente governo di centrosinistra di portare avanti l'attacco al mondo del lavoro ed allo stato sociale. Sullo sfondo di queste dinamiche nazionali si stagliano scenari internazionali molto preoccupanti. Il primo è quello di una Unione europea che si presenta nemica dei lavoratori e dei popoli come è stato ben percepito in Irlanda; il secondo è quello del rumore di sciabole attorno all'Iran; ma la questione più grave indubbiamente è lo scenario economico che manifesta segnali di crisi strutturale.
Di fronte a questo quadro è evidente che serve un nuovo protagonismo sociale, dal basso, partecipato, capace di connettere i tanti fili di resistenza sociale che pure esistono e di battere un colpo per esprimere la porzione di paese che non si rassegna all'esistente. Come organizzazioni e persone che hanno mantenuto un filo comune di dibattito e di mobilitazione in questi anni, abbiamo avvertito l'esigenza di un primo incontro per costruire una mobilitazione contro il governo e la Confindustria, senza fare sconti al Pd. Osserviamo, oggi, che l'esigenza di una mobilitazione, autonoma dal Pd, si estende ad altri soggetti della sinistra che pure sono stati legati all'esperienza del centrosinistra. E' un fatto di per sé positivo. Per questo proponiamo un incontro dell'opposizione sociale, sindacale e politica il 9 settembre per contrastare le politiche filopadronali e razziste del governo, gli attacchi ai lavoratori e ai migranti che vengono anche dall'Europa, la repressione contro i movimenti e le comunità in lotta. Un incontro aperto, in grado di ragionare sulle mobilitazioni immediate e sulle forme più efficaci per estendere partecipazione e protagonismo dei movimenti.
Confederazione Cobas
Rdb
Rete dei Comunisti
Sinistra Critica
Giorgio Cremaschi (Fiom Cgil)
Marco Bersani (Attac)
Giorgio Sestili (Collettivi universitari Roma)
info e adesioni: novesettembre@gmail.com

venerdì 8 agosto 2008

Una nuova cultura politica per una nuova sinistra anticapitalista

Flavia D'Angeli e Franco Turigliatto

(da Liberazione, 8 agosto 2008)

L'esito del congresso nazionale del Prc sancisce la conclusione del percorso politico ed organizzativo di questo partito, per come lo abbiamo conosciuto dalla sua nascita - cui abbiamo attivamente contribuito - fino all'opposizione alle scelte del congresso di Venezia del 2005 e il successivo, fragoroso fallimento dell'esperienza governativa.
Questo non significa che il Prc scompaia o si dissolva, anzi, le dinamiche del congresso esprimono invece il tentativo di mantenere comunque in vita una organizzazione politica che vuole presentarsi in continuità col passato. Insomma, anche se il Prc permane, comincia un'altra storia per la sinistra.
Un ciclo politico si è chiuso, il ciclo politico apertosi all'inizio degli anni 90 con lo scioglimento del Pci e la contestuale nascita dei Ds e del Prc. Questo ciclo politico si chiude in perdita, con un'ulteriore sconfitta, visibile alle elezioni di aprile, che peserà a lungo sui destini del movimento operaio e sulla riorganizzazione della sinistra. Se la nascita di Rifondazione aveva alluso alla possibilità di una ricomposizione della sinistra di classe, con una sua progressione e crescita di influenza, la fase attuale si caratterizza per la dispersione delle forze, la diaspora, l'impossibilità di far convivere culture e pratiche diverse. Sta qui il cuore del problema che il congresso del Prc, a nostro modesto avviso, non ha minimamente affrontato e che vogliamo cercare di esplicitare in questo intervento. Anche perchè non crediamo sia proponibile la logica della "parentesi", cioè del ritorno a una mitica "età dell'oro" del Prc, quella dei movimenti e del conflitto, cui sarebbe possibile accedere scrollandosi di dosso "l'incidente di percorso" del governo e della pratica istituzionale della scorsa maggioranza. Troppi fatti sono avvenuti, troppa credibilità è andata persa, troppi ponti sono stati divelti e la società non è nemmeno quella immaginata fino a pochi mesi fa. C'è insomma, un grande lavoro di ri-costruzione, delle idee, delle pratiche, del conflitto, che ci attende, una sorta di rifondazione all'ennesima potenza.
Per questo, la comprensione di quanto è avvenuto è indispensabile. La sconfitta non risiede solo nei due anni sciagurati di governo e nemmeno nella disinvoltura con cui fu operata la "svolta" di Venezia, quella successiva al referendum sull'articolo 18, allegramente messo da parte, anche dall'attuale segretario, quando invece forniva materiale importante per allargare l'orizzonte della sinistra di classe. La sconfitta è figlia di una contraddizione rimasta irrisolta in tutti questi anni: mano a mano che i margini di mediazione riformista si sono ridotti e che il capitalismo globalizzato ha mostrato per intera la sua ferocia - con le guerre, le ristrutturazioni selvagge, la politica contro i migranti, la devastazione ambientale - mentre è avanzato un nuovo duro scontro di classe animato dalla borghesia, la sinistra, anche quella di classe, anche Rifondazione, ha cercato di rinverdire proprio una strategia riformista. E' stato il caso del Pt in Brasile, del Pcf in Francia, di Izquierda Unida in Spagna, è quanto accade in fondo anche alla Linke tedesca. Ed è quanto avvenuto al Prc in Italia.
In realtà il riformismo di matrice togliattiana non ha mai abbandonato il partito, neppure negli anni della svolta verso i movimenti quando si stipulavano accordi a livello locale con il centrosinistra (il caso Roma, ad esempio). E, non a caso, tranne il congresso del 2002 - quello della "rivoluzione" - tutti gli altri congressi sono stati segnati dalla questione del governo, obiettivo fondamentale per gran parte del partito, compresa parte dell'attuale maggioranza. In realtà, Rifondazione ha reiterato gran parte della cultura "di lotta e di governo" del vecchio Pci e la sua crisi, alla fine, non ha fatto che rappresentare le estreme propaggini della crisi di quel partito. La scommessa della "rifondazione" è andata perduta, il rimescolamento delle culture diverse non è avvenuto - se si guarda agli spezzoni interni ed esterni al partito, sono tutti aggregati rispetto a culture che provengono dagli anni 70 e oltre - ma soprattutto non è nata una nuova cultura politica all'altezza dello scontro di classe, essendo quella veicolata da Bertinotti un assemblaggio pragmatico schiantatosi sulla realtà dei fatti.
Da questo punto di vista ci permettiamo di indicare la prima macroscopica contraddizione della nuova maggioranza e della segreteria Ferrero, al di là del paradosso rappresentato dall'unico ministro nel governo Prodi che guida la "svolta a sinistra". La contraddizione è contrassegnata dal fatto che mentre si dice di guardare "in basso e a sinistra" non si tirano le conseguenze della sconfitta e non si fanno i conti con quella cultura riformista che, non a caso, porta tutte le aree della nuova maggioranza a condividere postazioni di governo a livello locale. Ma quale cultura politica dinamica e positiva può sorreggere la partecipazione a un governo "razzista" come quello di Penati alla Provincia di Milano o il sostegno convinto alla giunta filoTav della Bresso in Piemonte? Per non parlare dei casi agghiaccianti della giunta Bassolino o di quella del calabrese Loiero. Gli esempi potrebbero proseguire in Toscana, nell'Umbria, nelle Marche o in quel cuore specifico del capitalismo italiano che è l'Emilia dove il Prc è al governo da sempre anche con esponenti molto ortodossi. Insomma, qui c'è un punto irrisolto. Ma solo se lo si affronta seriamente si può immaginare di costruire una strategia per l'opposizione. Fare l'opposizione a Berlusconi non è facile ma è scontato. Il problema è capire se si è d'accordo che l'opposizione rappresenta un luogo e uno spazio di lungo periodo per rifondare la sinistra di classe, dare gambe a un movimento della trasformazione sociale, battere il capitalismo.
E qui interviene il nodo cruciale. Se la cultura politica dominante del Prc è stata sconfitta dalla realtà - il partito di lotta e di governo era una chimera al tempo del Pci, figuriamoci con il governo Prodi - se la rifondazione non è riuscita, se oggi le varie culture della sinistra più o meno di classe sono rannicchiate al proprio interno e se non si vuole accedere alla pratica dell'assemblaggio difensivo, allora bisogna affrontare il problema dal lato di una nuova cultura politica. E una nuova cultura politica non può che partire da una strategia politica chiara, coerente, rigorosa che faccia i conti con il passato e indichi una prospettiva, magari minoritaria oggi, ma capace di affermarsi con la pratica. Una strategia e una cultura politica adeguate all'oggi non possono che muoversi sulle coordinate di un anticapitalismo conseguente che riproponga, non nei testi o negli statuti di partito ma nella pratica reale quotidiana, la logica del superamento dell'attuale sistema sociale, del tutto irriformabile, e la battaglia per una società nuova, autogovernata, democratica, socialista, ecologista, femminista. Proprio questa "profondità strategica" capace di animare un percorso di lungo respiro, ci è parsa mancare nel dibattito del congresso di Chianciano e nella stessa mozione su cui si è costruita la nuova maggioranza.
Non pensiamo di avere tutte le ricette in tasca. Ma un lavoro di ricerca comincia da un punto fermo: se si vuole battere il capitalismo non si può governare il capitalismo stesso, non ci si può ridurre a mitigarne gli effetti, a ridurre il danno, insomma a compromettersi con l'esistente. Bisogna ricominciare a progettare una rivoluzione politica e sociale, affermare la necessità e l'urgenza di ribaltare completamente un mondo che conduce dritto verso la barbarie e la catastrofe. Per questo parliamo di "elogio dell'opposizione", perchè è quello il luogo in cui progettare l'avvenire, strappare conquiste, ottenere vittorie, rafforzare un fronte ampio fatto di partecipazione e democrazia.
Una nuova cultura anticapitalista può generare una nuova sinistra anticapitalista, fuori dalla mistica del "comunismo" che assunto in forma astratta vuole dire cose spesso molto diverse tra loro (si pensi al Partito comunista di Diliberto, il più governista che sia mai esistito in Italia). I due termini non vanno più invertiti come ha cercato di fare Rifondazione, assemblando coloro che non si arrendevano, che resistevano, e cercando di dare loro con il tempo una cultura nuova. Oggi si deve partire da una discussione di fondo, da una condivisione strategica, da una cultura capace di affrontare le sfide del capitalismo contemporaneo.
In questo percorso le pratiche sociali sono altrettanto indispensabili perché rappresentano l'unico riscontro sul campo di quello che si dice nei testi o negli interventi congressuali. Non è solo questione, cruciale, del radicamento, dell'appartenenza al conflitto ma anche qui della strategia che si adotta. Il nodo della ricomposizione di un sindacato di classe, che faccia i conti fino in fondo con l'irriformabilità della Cgil e si proponga di costituire un sindacalismo di classe e di massa, è stato eluso per molto, troppo tempo.
Non può più esserlo. Le pratiche, poi sono anche un metodo di relazione con i soggetti sociali. Per questo non ci convince a pieno il modo con cui si sta affrontando la mobilitazione di autunno. Non ci piace il metodo delle "consultazioni" tra i vertici dei partiti o delle organizzazioni politiche ma pensiamo invece a una forma consensuale che veda riunire strutture tra loro strutture diverse, associative, sindacali, di movimento, politiche, concordi su una piattaforma e sulle forme più utili per portarla avanti. Pensiamo che lo "spirito di Genova" abbia detto molto a tal proposito e avanziamo pertanto da subito la proposta che la mobilitazione di autunno sia discussa in un incontro pubblico da realizzare ai primi di settembre sulla base di alcuni punti fermi: l'opposizione al governo Berlusconi, alla sua politica antisociale, securitaria e razzista, ma anche al padronato e alla concertazione che vuole abolire il contratto nazionale; alle leggi del governo Prodi che hanno alimentato la precarietà; al Trattato di Lisbona che vergognosamente il parlamento ha approvato all'unanimità; ai nuovi venti di guerra che soffiano in Medioriente e che vedono coinvolta l'Italia sia con l'aumento delle spese militari che con la costruzione di basi come quella di Vicenza; alla devastazione ambientale che vede nella Tav piemontese un fulgido esempio di politica bipartisan.
Sinistra Critica ha avuto origine da una corrente politica del Prc, ma, da quando è nata ha percorso molta strada nella elaborazione programmatica e nella concezione del socialismo, nella partecipazione ai movimenti, nella organizzazione da costruire. Ha saputo affrontare anche positivamente una prova elettorale che sembrava impossibile. Non vogliamo costruire l'ennesimo partitino, ma un'organizzazione politica a tutto campo che lavora per costruire l'opposizione sociale e per questa via le condizioni per una reale ricomposizione politica, un reale processo costituente anticapitalista.
Ci rapportiamo quindi al nuovo Prc uscito dal congresso da forza politica a forza politica. Su questa base auspichiamo e lavoriamo per costruire tutti i momenti unitari possibili. Verifichiamo le convergenze sociali e quelle politiche a partire dalla pratica concreta.
Lavoreremo attivamente a una mobilitazione di autunno ma intendiamo dare il massimo sostegno allo sciopero generale già proclamato dai sindacati di base e non concertativi il prossimo 17 Ottobre.
Così come cercheremo sostegno e adesione alla nostra proposta di legge popolare per l'introduzione del Salario minimo a 1300 euro e per il Salario sociale a 1000 e la reintroduzione della scala mobile che già in questi estivi ha incontrato migliaia di adesioni.
Verrebbe da dire: noi qui siamo, il cammino è lungo e su questa base lavoriamo a costruire le alternative per il futuro.
*Sinistra Critica

Oggi serve l'elogio dell'opposizione

Di Salvatore Cannavò

L'esito del congresso del Prc, come il manifesto ha evidenziato, pone nuovi elementi di riflessione a sinistra. Non c'è dubbio che un ciclo politico si è chiuso, quello apertosi all'inizio degli anni '90 con lo scioglimento del Pci e la contestuale nascita dei Ds e del Prc. Un ciclo che si chiude in perdita, con un'ulteriore sconfitta che peserà a lungo. E che non risiede solo nei due anni sciagurati di governo ma è figlia di una contraddizione rimasta irrisolta in questi anni: mano a mano che i margini di mediazione riformista si sono ridotti e che il capitalismo globalizzato ha mostrato per intera la sua ferocia, la sinistra, anche quella di classe, anche Rifondazione, ha cercato di rinverdire proprio una strategia riformista. Che però ha perso.
Per cui ha ragione Dominjanni a sostenere che oggi si riparte dalla cultura politica e che non si tratta di operare semplicemente «un ripristino». Ma i conti vanno fatti proprio con quella cultura riformista che è stata sconfitta e che riemerge ancora, ad esempio nelle giunte locali. Qui c'è un punto irrisolto. Fare l'opposizione a Berlusconi non è facile ma è scontato. Farla al Pd non lo è, e infatti non la si fa davvero.
La sinistra ritorna protagonista se si riappropria di una cultura politica e di una strategia chiara. Per quanto la strategia sia un terreno libero di ricerca, deve poggiare su di un anticapitalismo conseguente che riproponga non nei testi o negli statuti ma nella pratica la logica del superamento dell'attuale sistema sociale, del tutto irriformabile, e la battaglia per una società autogovernata, democratica, socialista, ecologista, femminista. Occorre però un punto fermo: se si vuole battere il capitalismo non si può governare il capitalismo stesso, non ci si può ridurre a mitigarne gli effetti, a ridurre il danno. Bisogna progettare una rivoluzione politica e sociale. Per questo parliamo di «elogio dell'opposizione»: è quello il luogo per progettare la trasformazione sociale, ma anche per strappare conquiste e rafforzare un fronte unitario fatto di partecipazione e democrazia. Un terreno incompatibile con il sostegno a un governo «razzista» come quello di Penati alla Provincia di Milano o alla giunta filoTav della Bresso in Piemonte, o con il governo di uno dei cuori del capitalismo in Emilia.
Solo una nuova cultura anticapitalista può generare una nuova sinistra anticapitalista, fuori dalla mistica del «comunismo» che assunto in forma astratta vuole dire cose spesso molto diverse tra loro. Non abbiamo bisogno di rifugi identitari ma di sfidare il capitalismo contemporaneo. Nella cultura politica rientrano anche le pratiche sociali e le modalità di relazione con i soggetti sociali. Per questo non ci convince a pieno il modo con cui si sta affrontando la più che necessaria mobilitazione di autunno. Non ci piace il metodo delle «consultazioni» tra i vertici dei partiti, serve una forma consensuale che riunisca strutture tra loro diverse, concordi su una piattaforma e sulle forme più utili per portarla avanti, non dimentichi le date già fissate come lo sciopero del 17 ottobre, e lavori alla massima integrazione. Per questo occorre una discussione, un incontro pubblico sulla base di alcuni punti fermi: l'opposizione al governo Berlusconi, alla sua politica antisociale, securitaria e razzista, ma anche al padronato e alla concertazione, alle leggi del governo Prodi che hanno alimentato la precarietà, al Trattato di Lisbona che vergognosamente il Parlamento ha approvato all'unanimità, alla costruzione della base di Vicenza, alla Tav, agli inceneritori e le discariche, all'aumento delle spese militari, al sadico integralismo del Vaticano. Ricominciare dalle pratiche e dall'unità. E stavolta, saranno i fatti a dire più delle parole.

giovedì 7 agosto 2008

Ferrero incontra Veltroni, «ma le piazze saranno due»

Il segretario Prc vede anche Fava (Sd): corteo contro il governo a ottobre
Alessandro Braga

E adesso si torna in piazza. Non proprio adesso insomma, che con l'estate imperante qualsiasi manifestazione non riuscirebbe certo benissimo, ma in autunno. Sicuramente però prima del 25 ottobre, quando il Partito democratico ha fissato la data per la sua «mobilitazione ombra» contro il governo Berlusconi.
«Dopo una pausa di silenzio della sinistra è tornato il momento di riprendere a fare opposizione a partire dai contenuti e dalla propria proposta alternativa di società», ha commentato a caldo il coordinatore di Sinistra democratica Claudio Fava, dopo l'incontro di ieri con il neosegretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero. Ed era anche ora, verrebbe da dire, visto che dopo la scoppola elettorale di aprile i partiti della fu sinistra arcobaleno, a parte affrontare la stagione dei congressi anticipati con tutto il contorno di veleni e litigi interni, non è che abbiano fatto poi molto. Ma tant'è, il dado ora è tratto. «Abbiamo parlato della possibilità di costruire una grande manifestazione che coinvolga tutta la sinistra», ha dettto Ferrero, che ha spiegato anche la necessità di farla prima del 25 ottobre, «perché altrimenti rischia di essere una manifestazione di commento, quando invece la manovra economica incide sul piano sociale». Comunque, sarà impossibile realizzare qualcosa insieme al Partito democratico perché, ha aggiunto il leader del Prc, «sappiamo che non si può mettere insieme una piattaforma comune, è un problema qualitativo, è cioé che tipo di opposizione si fa al governo ma anche alle politiche di Confindustria, che è dietro determinate scelte». E in ogni caso, ci vorrebbe la disponibilità anche dell'altro soggetto, che non sembra particolarmente interessato alla cosa, se il segretario del Pd Walter Veltroni ha liquidato così la faccenda: «Se noi avessimo scelto di fare la manifestazione il 19 ottobre, sono sicuro che loro l'avrebbero fatta il 12. Mi sembra più una ragione politica che di merito». Parole che hanno avuto immediatamente la risposta di Ferrero: «Veltroni non vede differenze di merito tra i due cortei? Eccede in buonismo, mi piacerebbe davvero che il Pd si schierasse chiaramente per l'abolizione della legge 30 e contro la proposta di Confindustria di superamento dei contratti nazionali di lavoro, ma purtroppo non è così».
Ieri Ferrero ha incontrato pure Veltroni. «Una visita di cortesia», l'ha definita l'ex ministro, proprio a casa di chi, all'indomani del congresso di Chianciano, aveva commentato la sua elezione come «la vittoria dell'ala estremista e di lotta del Prc». Ma alla fine dell'incontro le posizioni sono rimaste le stesse: «Troppe distanze, in questo momento un'alleanza è assolutamente inimmaginabile», ha detto Ferrero al termine dell'incontro. Magari, «se cambiasse il modo di fare opposizione al governo». Porte aperte invece per le alleanze locali, che «vanno valutate sul territorio, di caso in caso, su base programmatica». Discorso chiuso quindi, meglio attivarsi per rimettere un po' insieme i cocci della sinistra italiana.
Il segretario di Rifondazione comunista ha già incontrato Grazia Francescato dei Verdi e ha sentito telefonicamente il confermato segretario del Pdci Oliviero Diliberto. E visto che la manifestazione, ha spiegato Fava, deve essere «inclusiva e non esclusiva», Ferrero in settimana sentirà anche i partiti alla sinistra di Rifondazione, Sinistra Critica di Salvatore Cannavò e il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando. Il leader del Pcl si è detto felice della proposta, sottolineando che è la stessa fatta dal suo movimento a fine maggio, ma chiede anche che si costituisca un comitato promotore unitario della manifestazione e che abbia un connotato «sociale e di classe».
Più o meno le stesse parole di Cannavò, che vuole dei paletti ben chiari per aderire: la richiesta di un salario minimo garantito a 1300 euro, per cui Sinistra Critica sta già raccogliendo le firme, un secco No all'accordo sul welfare fatto a suo tempo da Prodi e al trattato di Lisbona, l'adesione alla manifestazione del 17 ottobre organizzata dai sindacati di base e un netto mea culpa su quanto fatto durante il governo Prodi. Altrimenti, chiosa, «potrebbe finire come il 9 giugno di due anni fa».


Dal Manifesto del 6 agosto 2008

mercoledì 6 agosto 2008

Censis: in Italia le morti bianche sono il doppio degli omicidi

MILANO (Reuters) - In Italia si muore di più lavorando o spostandosi in automobile che a causa delle aggressioni di criminali, il cui numero è in calo rispetto al passato e si attesta fra i più bassi d'Europa. Queste, in sintesi, le conclusioni di uno studio del Censis pubblicate oggi.
A dispetto della cosiddetta emergenza sicurezza, per la quale il governo si è tanto speso negli ultimi mesi, la fotografia scattata dal Censis mostra che in Italia gli omicidi continuano a diminuire.
"Si muore di più durante le attività ordinarie che non a causa della criminalità o di episodi violenti", si legge nel comunicato pubblicato dall'istituto di ricerca socioeconomica. "I morti sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati, i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi".
In base ai dati delle fonti ufficiali, nel nostro paese gli assassini sono infatti diminuiti del 36,4% in 11 anni: sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006.
Una tendenza simile è riscontrabile negli altri principali paesi europei, come Gran Bretagna, Francia e Germania. Seppur in calo, secondo il Censis gli omicidi in questi paesi rimangono infatti più frequenti che in Italia: 879 casi in Francia nel 2006, 727 casi in Germania e 901 casi in Gran Bretagna.
Anche nel confronto fra città, l'Italia sembra risultare tendenzialmente più sicura. Nel 2006, dice il Censis, a Roma si sono registrati 30 casi. A Bruxelles ce ne sono stati 33, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato un picco nel 2003 con 212 omicidi. Palma per la sicurezza va a Parigi, dove nel 2006 si sono verificati solo 29 omicidi, drasticamente diminuiti dai 102 che c'erano stati nel 1995.
La tendenza virtuosa dell'Italia si inverte, però, se si considerano le cosiddette morti bianche o quelle determinate da incidenti stradali.
Secondo i dati inerenti al 2005, in Italia sul lavoro si contarono 918 casi, mentre furono 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia.
E i numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali: nel 2006 in Italia i decessi sulle strade sono stati 5.669 mentre in Regno Unito sono stati 3.297, in Francia 4.709 e in Germania 5.091.
"Gran parte dell'impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall'obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti", ha dichiarato nel comunicato il direttore del Censis, Giuseppe Roma. "Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, ... risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli".

martedì 29 luglio 2008

Precari permanenti

Precari permanenti
Nel maxiemendamento lo stop al reintegro dei precari. I sindacati insorgono
Sara Farolfi
ROMA

Senza nominarlo, e con un blitz dell'ultima ora passato inosservato, il governo torna all'attacco dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Lo fa con un emendamento approvato dalla commissione bilancio della camera e recepito dal maxiemedamento alla manovra finanziaria, che preclude in sostanza ai lavoratori precari (con contratto a tempo determinato) la possibilità di ottenere dal magistrato, nel caso di contratti «irregolari», la stabilizzazione del rapporto di lavoro.
A darne notizia è stata ieri l'agenzia stampa Agi. Immediata la condanna da parte dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil). Altrettanto immediata, per ragioni opposte, quella di Confindustria che parla di una norma «che va nella giusta direzione». In serata fonti del governo tentano la rettifica, parlando di una misura nata in ambito parlamentare e non per volontà del governo, e comunque valida «soltanto» per le cause ancora aperte.
Una specie di sanatoria, di questo si tratterebbe, che si aggiunge alla lunga lista di deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro inaugurata con la prima finanziaria. Proprio sui contratti a tempo determinato (una delle cause più frequenti di precarietà) il governo aveva già introdotto la possibilità di utilizzarli anche per l'attività ordinaria d'impresa, aveva abolito il diritto di precedenza nell'assunzione a tempo indeterminato per i lavoratori con contratto a termine nella stessa azienda, e aveva aperto alla possibilità di derogare a livello aziendale la durata massima di 36 mesi.
La novità emersa ieri tocca però quello che può considerarsi un simbolo (già sotto attacco nella scorsa legislatura targata Berlusconi) dello statuto dei lavoratori. La protezione (e dunque il reintegro) dal licenziamento senza giusta causa. Fino ad oggi infatti un datore di lavoro che voglia stipulare un contratto a tempo determinato deve dimostrare l'esistenza di ragioni organizzative e produttive che rendono necessario un limite temporale al contratto. Questo costituisce uno dei principali motivi di 'vertenza' per i lavoratori precari, perchè spesso i contratti a termine vengono stipulati per svolgere funzioni che in realtà non hanno nessun carattere di straordinarietà o temporalità. Se un lavoratore a termine riesce a dimostrare questo, il giudice dispone che il contratto si trasformi immediatamente in un contratto a tempo indeterminato. In questo senso si parla di «articolo 18 per i precari».
Ed è proprio qui che si inserisce il blitz del governo. Stabilendo che, se il lavoratore ha ragione, il giudice non dispone il reintegro, ma un semplice indennizzo (da 2,5 a 6 mensilità per il precario che poi si troverà senza lavoro). Non solo. Il governo ha fatto sapere ieri che la norma si applicherà «solo» alle vertenze in corso e non sarà valida per il futuro. Cosa succederà dunque - si chiedono nel sito precaridellaricerca - se un lavoratore ha vinto una causa del genere in primo grado di giudizio e nel frattempo ha ripreso servizio secondo la vecchia norma? «Dovrà lasciare il lavoro, e persino restituire i soldi guadagnati se superano i limiti massimi dell'indennizzo».
Immediata la reazione dei sindacati. Di una misura «molto negativa», parla Fulvio Fammoni (Cgil): «Si aumenta la disparità tra lavoratori e imprese, dando a queste ultime mano libera sull'utilizzo dei contratti a termine». «Il senato corregga la lacuna», chiede Giorgio Santini (Cisl). Mentre secondo Guglielmo Loy (Uil) si tratta di una norma oltre che sbagliata, «incostituzionale». Di un provvedimento «inaccettabile» parla anche l'ex ministro del lavoro, Cesare Damiano (Pd). Confindustria invece canta vittoria, con le parole del direttore generale Maurizio Beretta: «Un po' di semplificazione e di minor rigidità è quello che serve al mercato del lavoro. In questo, come in altri casi, non è di sanzioni che abbiamo bisogno ma di norme praticabili».

Dal Manifesto del 27 luglio 2008