venerdì 20 maggio 2011

21 MAGGIO 2011 MARCIA NO TAV RIVALTA RIVOLI

"Spanish revolution"


Il primo effetto di piazza Tahrir in Europa avviene in Spagna. Gli "indignados" occupano il centro di Madrid al grido di "La rivoluzione è possibile". E sperimentano i "campi base"


Carlos Sevilla
Viento Sur
Non è bastata la pioggia, caduta insistente durante la notte, né il divieto di assembramento imposto dalla giunta elettorale provinciale di Madrid, Granada e Siviglia a fermare i giovani indignados del movimento pacifico "Democracia real ya" (Democrazia reale ora). Alla quinta giornata di mobilitazione, a 72 ore dalle elezioni amministrative di domenica 22 maggio, in alcune centinaia continuano ad occupare Puerta del Sol, al km zero di Madrid, il simbolo della protesta, e sit-in sono in corso in alcune piazze di Barcellona, Granada e Siviglia. Le decisione, nell'accampamento di Sol, vengono prese per mezzo di assemblee partecipative, durante il giorno. Ci sono sette commissioni, ognuna incaricata di coprire una necessità o un servizio: commissioni di alimentazione, di comunicazione, di pulizia, di infrastruttura, di estensione, legale e di coordinamento interno; ma anche zone di infermeria, la lista degli oggetti perduti e quella dei prodotti di prima necessità. È soprendente la solidarietà mostrata dagli abitanti della centrale piazza della capitale, che assistono i manifestanti con viveri e acqua. In un'assemblea celebrata oggi, nella quinta giornata della protesta, i manifestanti hanno preparato una bozza di rivendicazioni, articolata su 24 punti, che dovrà essere discussa in una nuova convocazione, fissata alle 18 di oggi. Le richieste vanno dalle liste aperte, alla circoscrizione unica, al numero di scranni proporzionali a quello di voti. (Ansa)

Errore di sistema: "Spanish revolution"
di Carlos Sevilla
Puerta del Sol a Madrid, Plaza del Carmen a Granada, Obradoiro a Santiago, Plaza del Ayuntamiento a Siviglia. Lo spettro delle rivolte arabe "incanta" le piazze della penisola. Nel contesto anodino di una campagna elettoral che molto probabilmente manderà al destra al potere in buona parte dei municipi e delle regioni autonome dalla porta posteriore è sbucato un nuovo movimento sociale che si oppone ai sondaggi elettorali e bipartisan propone la partecipazione diretta in forma di auto-organizzazione, la socialità e il desiderio di vivere insieme contro l'individualismo competitivo e una serie di rivendicazioni che vanno al cuore della crisi.

Le proteste 15-M hanno creato una dinamica ascendente di mobilitazione in cui insieme ai settori giovanili dell'università, agli "indignados" e agli organizzati in "Giovani senza un futuro", cominciano a unirsi alla protesta altri settori che precedentemente avevano smobilitato, grazie a una "politica comunicativa che deve molto alla proliferazione rizomatica delle rete sociali. L'accampamento a Puerta del Sol, al di là della riappropriazione degli spazi pubblici che sembravano riservati al traffico, al cemento e al commercio, è un evento comunicativo che si è diffuso alla velocità della luce in altri luoghi della penisola e che acquista il rilievo delle proteste europee contro i piani di aggiustamento strutturale.

Il discorso che nasce dalla protesta comincia ad essere chiarito. Balbetta per generare una propria grammatica. Non si tratta di sottolinearne debolezze o limiti quanto di avvertire della potenza egemonica che, per tutta una generazione, hanno indicazioni semplici ed efficaci, riassumibili in slogan come "casa, concerti, pensioni, democrazia reale". Questi slogan condensano un intero programma di lungo termine di resistenza sociale, contro la dittatura dei mercati intorno a un nuovo soggetto sociale.

Ampliare la portata della mobilitazione richiederà più di una buona politica di comunicazione. La sbornia elettorale porrà le basi per allargare le alleanze. Perché lo spettro si estenda occorrono "campi base"come punti di incontro della politica di movimento ma in grado di andare oltre l'evento. Dalla qualità dei "campi base" dipende l'ascesa al vertice di percorsi ancora da mappare. Non c'è un manuale di istruzioni. Il passato non illumina il futuro. Dobbiamo cogliere l'attimo.
Errore di sistema, Esc?

Carlos Sevilla Alonso membro della redazione VIENTO SUR

mercoledì 18 maggio 2011

COME VOTARE AL REFERENDUM ABROGATIVO DEL 12-13 GIUGNO 2011


COSA SONO I REFERENDUM?

Il referendum è uno strumento di esercizio della sovranità popolare, sancita all’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana, e l’esito referendario è una fonte primaria del diritto che vincola i legislatori (chi poi fa le leggi) al rispetto della volontà sovrana del popolo.

La nostra Costituzione prevede quattro tipologie di referendum.



Il referendum previsto per Domenica 12 e Lunedì 13 Giugno 2001 è di tipo ABROGATIVO e si svilupperà in 4 domande (quesiti) riguardanti 3 diversi temi:

■QUESITO N. 1: Legittimo impedimento
■QUESITO N. 2: Energia Nucleare
■QUESITO N. 3: Acqua Pubblica (primo quesito)
■QUESITO N. 4: Acqua Pubblica (secondo quesito)


Come funziona il referendum abrogativo?

Il referendum abrogativo di leggi e atti aventi forza di legge (art. 75) permette di abolire una legge (o parte di una legge) già esistente.

In pratica, ci viene chiesto cosa fare e quello che noi decidiamo diventa insindacabilmente legge.

Attenzione! Se non viene raggiunto il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, il referendum abrogativo non sarà ritenuto valido e non verrà data nessuna seconda possibilità.



Come Saranno le domande?

■QUESITO N. 1: Legittimo impedimento
Volete Voi che siano abrogati l’articolo 1, commi 1, 2, 3, 5, 6 nonché l’articolo 1 della legge 7 aprile 2010 numero 51 recante «disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza?



(come a dire...)

Volete abrogare (abolire, cancellare) la legge che permette alla figura del Presidente del consiglio di evitare di comparire nei processi perché "legittimamente impedito"?...

Si, lo voglio!



■QUESITO N. 2: Energia Nucleare

«Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive), recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?».



(come a dire...)

Non fatevi fuorviare. Dietro alle parole "sviluppo economico, competitività, stabilizzazione della finanza pubblica" c'è solo una cosa: l'immenso investimento di denaro pubblico per la costruzione di centrali nucleari sul suolo italiano, con tutto quello che ne potrebbe conseguire.

La domanda va quindi letta così: È vero che non vuoi che si costruiscano centrali nucleari sul suolo italiano, come tra l'altro avevi già detto nel 1987?...

SI, è vero. Non voglio!



■QUESITO N. 3: Acqua Pubblica (primo quesito)
“Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica. Abrogazione.”

«Volete voi che sia abrogato l'art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall'art.30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia" e dall'art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea" convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?



(come a dire...)

Questa è difficile.

In pratica, l'art. 23 bis della Legge 133/2008, prevede l’affidamento del servizio idrico a soggetti privati attraverso gara; oppure l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.

Volete abrogare (abolire, cancellare) questa legge?

Personalmente, io SI.



■QUESITO N. 4: Acqua Pubblica (secondo quesito)
"Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma.”

«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?».



(come a dire...)

L'abrogazione parziale è legata alla parte di normativa che permette al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio stesso.

Volete abrogare (abolire, cancellare) questa legge?

SI. L'acqua è un bene di tutti.

12 e 13 giugno vota SI' ai Referendum: Avranno la lotta fino all'ultima goccia!




Le privatizzazioni dei beni comuni, acqua in primis, cosi' come la riforma dell'università e i ricatti di Marchionne, ci dicono a chi vogliono far pagare questa crisi.
Privatizzazioni, precarietà, tagli allo stato sociale, degrado dell'ambiente non sono che diversi aspetti di quelle politiche neoliberiste che hanno imperversato negli anni che hanno preceduto la crisi e che vengono ora riproposte con piu' virulenza. Esse hanno un solo obiettivo: il primato del profitto, di fronte al quale tutto deve essere sacrificato.



Allo stesso tempo lo straordinario risultato raggiunto con 1.400.000 firme a sostegno dei referendum per fermare la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici, dimostra che possiamo fermare chi vuole fare profitto sui nostri diritti. Dopo il riconoscimento da parte della Corte Costituzionale, dell'ammissibilità di ben due referendum sull'acqua e un terzo sulla questione nucleare, oggi si riapre la possibilità di discutere un nuovo modello di sviluppo economico capace di costruire processi partecipativi nella gestione dei beni comuni e di promuovere alternative energetiche rispettose della nostra salute.

martedì 10 maggio 2011

Pasquale Loiacono sulla tribuna elettorale di Rai Tre

Landini chiede fiducia e molla la sinistra


Il segretario della Fiom ottiene il 70 per cento dei voti al Comitato centrale sulla vicenda Bertone. Frattura con la l'area di Cremaschi e Bellavita. La Cgil rilancia le "firme tecniche"


Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
Maurizio Landini supera anche la prova della ex Bertone anche se lascia per strada la sinistra interna. La firma dell'accordo da parte delle Rsu Fiom, infatti, aveva provocato le critiche dell'ala sinistra guidata da Giorgio Cremaschi. Ieri Landini, riunendo il Comitato centrale, ha voluto prendere di petto il dissenso svolgendo una relazione “a titolo personale” e decidendo, al termine della stessa, di chiedere un voto di “fiducia” che certificasse bontà delle scelte fatte e forza del segretario. Ha avuto 106 adesioni, il 70 per cento, sul documento che ha presentato mentre 29 voti sono andati al documento alternativo della minoranza di Fausto Durante, vicina al segretario generale della Cgil, e 15 astensioni alla “sinistra” di Cremaschi e Bellavita, il 10 per cento. E' stato quest'ultimo, membro della segreteria nazionale, a fare la dichiarazione di voto di astensione anche se parte delle sue osservazioni, ha spiegato, “sono state raccolte nel documento finale”. Una frattura, dunque, all'interno della maggioranza che secondo Durante rende la Fiom “più debole” e che invece in Fiom considerano come un rafforzamento di una linea “autonoma” e autosufficiente. Landini si dice soddisfatto: “Il voto è un elemento che rafforza le iniziative che la Fiom ha messo in campo sia per contrastare la pratiche della Fiat, sia per riconquistare il contratto nazionale di lavoro, vista la positività dei decreti dei tribunali”. Soddisfatto si dice anche Giorgio Cremaschi di fatto estromesso dalla vera maggioranza che governa la categoria. “Nel testo finale c'è scritto quello che chiedevamo, che anche la Bertone è un accordo separato e che la Fiom lo contesterà. In altre condizioni quel testo lo avrei votato ma oggi c'era da fare un chiarimento interno e registrare un dissenso”.
La discussione in effetti è stata molto tesa. Circa cinquanta interventi in una sala stracolma e gran parte degli interventi a fare quadrato attorno a Landini spiegando che il voto nello stabilimento di Grugliasco è stato un atto di “legittima difesa” che non modifica la linea della Fiom. Sarà lo stesso Landini a dare un nuovo appuntamento cruciale, il 18 giugno, quando si terrà la prima udienza sul ricorso presentato dalla Fiom contro l'accordo di Pomigliano. Qua e là si avvertono segnali di insofferenza per le critiche, specialmente se mosse “a mezzo stampa, con comunicati sui giornali, fuori dalle sedi appropriate”. Bellavita, nel suo intervento, invece, sostiene che la Fiom ha cambiato linea e che “stavolta ha toppato” sottolineando che non si può dare alle Rsu la titolarità su punti decisivi del contratto nazionale. Durante, invece, sottoscrive in pieno quanto fatto alla Bertone e invita ad andare avanti su questa linea. Il segretario nazionale della Cgil, Vincenzo Scudiere, anche lui appoggiando quanto fatto alla Bertone spiega che si possono prendere in considerazione anche “le firme tecniche”.
Landini, nelle conclusioni, risponde colpo su colpo. “Non è vero che la Fiom ha cambiato linea, dice, abbiamo detto chiaramente ai delegati Bertone che non avremmo firmato nazionalmente l'accordo”. “Con la Bertone in amministrazione controllata, aggiunge, le pratiche di licenziamento erano già pronte, con il placet di Cisl e Uil”. Nulla da recriminare, dunque, “era la scelta migliore da fare” che non muta la linea di fondo: si va avanti come prima e “l'accordo la Fiom nazionale non lo firma”. Poi si vota, e per la Fiom inizia una nuova vita interna.

lunedì 9 maggio 2011

"Meno conflitti, più servizi" E la Cgil minaccia querela


Un servizio sull'Espresso spiega tutte le attività "collaterali" di Cgil, Cisl e Uil: dai patronati ai Caaf, dagli Enti bilaterali a banche e fondi pensione. Durissima la lettera del segretario generale che minaccia il ricorso al tribunale


Salvatore Cannavò
da l'Espresso

"Perdiamo iscritti, e la Cisl potrebbe diventare nel medio periodo il più grande sindacato italiano". Quando Susanna Camusso ha lanciato questo allarme durante l'ultimo Comitato direttivo, lo scorso 23 febbraio, tra gli uomini della Cgil girava una voce inquietante: in provincia di Milano la Cisl sarebbe già il primo sindacato. A quel punto, le parole del segretario generale hanno messo in chiaro a tutti che non c'è più molto tempo per invertire la tendenza che porterebbe a uno storico sorpasso. Occorre fare in fretta, cambiare pelle, trovare nuovi canali di contatto con i lavoratori, attivarsi su nuovi fronti, proprio come sa fare bene la Cisl. Ed entrare in concorrenza con il sindacato guidato da Raffaele Bonanni soprattutto sul terreno dei nuovi business, quelli che fanno da compensazione alla difficoltà di trovare nuovi iscritti, e da argine alla crisi della contrattazione.

Lo slogan del futuro potrebbe essere: "meno conflitti e più servizi". In sostanza, premere l'acceleratore sulle attività collaterali: quella dei patronati, ma soprattutto i nuovi filoni come la consulenza fiscale e previdenziale agli iscritti, quella sulle vertenze legali, o attività più propriamente economiche come gli enti bilaterali, fino alla presenza nei consigli di amministrazione di banche, fondi pensione, fondi sanitari. Avendo ben presente un rischio. Diventare un sindacato-gestore, che si fa ente economico e giuridico, comporta la tentazione di trasformarsi in centro di potere, o luogo di smistamento di pratiche clientelari. Come ha dimostrato la "parentopoli" romana, che ha visto dirigenti sindacali più preoccupati di collocare figli e nipoti all'Atac, l'azienda pubblica di trasporto della Capitale, che della bontà del servizio pubblico.

D'altra parte, è dall'inizio degli anni Novanta, grazie alla concertazione, che il sindacato ha via via dato spazio a comitati paritetici, commissioni congiunte, organismi di vigilanza, tutti luoghi decisionali in cui i rapporti con imprese e governo si confondono. Prendiamo l'Inpdap e l'Inps: l'attività di vigilanza che i sindacati svolgono nella previdenza pubblica si traduce in un "Comitato di indirizzo e vigilanza" che ha ben 24 membri perché deve far posto alle associazioni dei lavoratori dipendenti (una decina), degli autonomi, dei datori di lavoro. Poltrone, e gettoni di presenza per tutti: 810 mila euro i compensi e i rimborsi pagati nel 2009 (sia pure in calo quasi della metà per effetto dei tagli di Tremonti). Senza contare l'ufficio di presidenza del Comitato, per il cui funzionamento l'Inps spende 221 mila euro, e il cui vertice è di pertinenza dei rappresentanti dei lavoratori dipendenti, ed è attualmente affidato a uno storico dirigente della Cgil, Guido Abbadessa (il quale prima ricopriva lo stesso incarico all'Inpdap).
Il nodo, per il sindacato, è quello dei soldi. Dagli oltre 5,7 milioni di tesserati (di cui 3 milioni pensionati) la Cgil ricava una cifra complessiva - stimando 10 euro mensili a testa - di oltre 680 milioni di euro all'anno, che servono a tenere in piedi una struttura poderosa, con 16 mila funzionari e sedi in tutto il paese; con lo stesso criterio di calcolo la Uil (con 2.184.000 tessere, tra cui 575 mila pensionati) incassa 250 milioni e la Cisl (con 4,5 milioni di tesserati di cui 2,2 pensionati) 540. Se declina l'introito delle tessere, per tenere in piedi la baracca occorre dunque trovare nuove entrate. Quali?

Il santo patronato
I patronati (l'Inca-Cgil, l'Inas-Cisl, l'Ital-Uil) sono stati il primo business in cui il sindacato si è diversificato. Le entrate complessive di tutti i 27 patronati ammontano a circa 370 milioni di euro (dato 2009 tratto dalla Relazione generale sulla situazione economica del paese) e vengono dal disbrigo delle pratiche su contributi, pensioni, infortuni, immigrazione, ammortizzatori sociali, invalidità civili e previdenza sociale. Chi paga? Il ministero del Welfare, che gira al sindacato un contributo dello 0,226 per cento (ora ridotto da Tremonti allo 0,178) sul monte contributi delle pratiche che si concludono positivamente. L'Inca incassa circa 85 milioni, l'Inas 64 milioni, al terzo posto le Acli, con circa 40 milioni di contributi. Un legame così forte, quello con il ministero del Welfare, che il ministro Maurizio Sacconi sta studiando come compensare il taglio del collega dell'Economia: un'ipotesi è quella di appaltare alle sedi estere del patronato la selezione di badanti e colf da collocare nel mercato del lavoro italiano. Un affare con un potenziale di circa 20 milioni di euro.
Nei patronati il sindacato occupa una parte consistente della sua "forza lavoro": sono 1.723 gli operatori della Cgil, 1.100 quelli della Cisl (le Acli arrivano a occupare ben 5.000 persone, volontari inclusi). Numeri di un'azienda medio-grande. Ma i patronati sono anche strategici sul piano delle tessere: si stima che metà delle pratiche pensionistiche risolte diano luogo a nuovi iscritti.

Tu litighi, io incasso
Gli uffici-vertenze si occupano di risolvere i contenziosi con le aziende, e non hanno contributi pubblici ma entrate volontarie. Vi ricorrono i singoli lavoratori o le cause collettive. Una singola vertenza genera mediamente tra i 1000 e i 2000 euro (ma alcune hanno prodotto anche 40 mila euro) e per ogni causa vinta il 10 per cento resta al sindacato. L'ufficio vertenze della Cgil-Lazio, per esempio, ha incassato in un anno un milione di euro.

Caaf in rosso
Poi ci sono i Caaf, i centri di assistenza fiscale che aiutano nella compilazione della dichiarazione dei redditi. Come "intermediari fiscali", sono diventati società a responsabilità limitata, cioè società di capitali i cui soci di riferimento sono i sindacati e le loro articolazioni territoriali. Peccato che da un po' i Caaf siano spesso in passivo, causa eccesso di dipendenti. Quello della Cgil del Lazio, ad esempio, ha accumulato un debito di 14 milioni e deve ricorrere a un taglio sui circa 150 lavoratori, che potrebbero andare a ingrossare le fila di quei "licenziati dalla Cgil" che stanno conducendo una vertenza contro il sindacato di Susanna Camusso.
Per sanare il rosso, una mano la potrebbe dare l'Inps, che ha deciso di abolire il servizio di ricezione gratuita dei moduli 730 che fino all'anno scorso potevano essere consegnati presso i suoi sportelli. Questo aumenterà il giro d'affari dei Caaf e il conto che presentano allo Stato. Anche se è prevista una tariffa pagata dall'utente, il Caaf ottiene infatti un contributo pubblico per ogni pratica svolta (730, Unico, Ici): l'assegno staccato dal Welfare si aggira intorno ai 200 milioni annui. A cui si aggiungono i soldi pagati dall'Inps per la realizzazione degli Isee (l'indice di situazione economica delle famiglie), un servizio che nel 2009 ha fatto incassare ai Caaf 102 milioni.
I vertici dei Caaf, come i presidenti dei patronati, vengono nominati dalle segreterie provinciali e regionali: l'Inca-Cgil è diretto da Morena Piccinini, che prima era componente della segreteria confederale, così come lo era Antonino Sorgi, presidente dell'Inas-Cisl, mentre il presidente di Ital-Uil, Giampiero Bonifazi, fa anche parte del Cnel, grande area di parcheggio di dirigenti sindacali.

Sbarco nella finanza
Le strutture che stanno ridisegnando il sindacato di domani sono gli Enti bilaterali. Secondo la legge Biagi dovrebbero servire a regolare il mercato del lavoro, programmare attività formative, di fatto, servono ad allevare nuove leve burocratiche e mini-apparati. Il numero dei loro componenti non è mai meno di tre per parte sindacale (quanti quelli dei datori di lavoro. E questo per ogni categoria nazionale, per ogni struttura provinciale o regionale. Le categorie sono 89, i sindacati più rappresentativi sono almeno 4 o 5, le provincie oltre 120 e le regioni 20: viene fuori una schiera di qualche migliaio di funzionari. Tutti pagati da aziende e lavoratori: il contributo per finanziarli si calcola infatti sull'imponibile previdenziale del monte dei salari (in media 0,20 per cento a carico delle aziende, altrettanto a carico dei lavoratori).

Nomenklatura sanità
Da quando il Tfr alimenta la previdenza complementare, la gestione dei fondi sanitari è diventata ambitissima. Nonché inevitabilmente numerosa. Prendiamo il fondo Sanimpresa: funziona dal 2003 per gestire l'assistenza sanitaria ai dipendenti della Confcommercio di Roma insieme a Cgil, Cisl e Uil. Ebbene, il consiglio di gestione è formato da 36 persone, metà espressione delle imprese e metà dei sindacati. Come il Fonchim, fondo pensione dei chimici, che ha 2,5 miliardi di patrimonio ed è governato a un'assemblea di delegati formata da 31 rappresentanti delle imprese e 31di parte sindacale. Poi c'è il consiglio d'amministrazione (7+7) il Collegio dei Revisori (2+2) e la Consulta dei soci fondatori (9+9), con spese generali pari a 1,5 milioni di euro oltre al milione per il personale. Analogo il caso del Fondo Cometa, per i metalmeccanici, che ha un'assemblea di delegati più grande (45+45), un cda di 6+6.

Tutti insieme appassionatamente
Infine Cgil, Cisl e Uil insieme sono tra i fondatori dell'Unipol, che ha da poco dato vita alla holding finanziaria Ugf. Dentro: assicurazioni, banche, fondi di investimento, leasing e altre attività finanziarie. Tra i 25 membri del consiglio di amministrazione della Ugf - che stacca un compenso di 50 mila euro all'anno ciascuno più 1.500 euro di gettone di presenza alle riunioni - accanto a uno della Cgil, uno della Cisl e due della Uil, ci sono amministratori che provengono dai sindacati di artigiani, commercianti e agricoltori (Cna, Confesercenti e Cia). Un curriculum per tutti dà l'idea di quanta carriera possa fare un sindacalista che entra nei nuovi ranghi manageriali, quello di Sergio Betti: carriera nella Cisl in Toscana, poi consigli degli enti bilaterali edile e agricolo, cda dell'Università di Siena, della Camera di Commercio, del patronato Inas ed oggi, oltre che nel cda di Ugf, è presidente di Marte. Che cosa è? La prima società di brokeraggio assicurativo creata direttamente da un sindacato, la Cisl. Che è già, certamente il primo sindacato: almeno per il suo senso degli affari.

Verso le prossime elezioni amministrative: Unità e radicalità


Di seguito l'editoriale uscito sull'ultimo numero di Erre in merito al posizionamento di Sinistra Critica alle prossime elezioni amministrative.

E' un quadro politico del tutto sfilacciato quello in cui si stanno preparando le elezioni amministrative di metà maggio. Il governo di Silvio Berlusconi sembra un “morto che cammina”, preda di una crisi di prospettiva che sta incubando progetti politici differenti al suo interno e che sembra trovare unità politica solo nelle misure parlamentari di protezione del presidente del Consiglio: processo breve, conflitto di attribuzione sul “caso Ruby”, riforma della giustizia, etc. Per il resto, esistono linee diverse, probabilmente interessi sociali diversi, prospettive che al momento convivono ma che, domani, potrebbero portare a un'evoluzione del quadro politico e a una differente geografia. Non è un caso che si assista alla formazione del correntismo interno al Pdl con un'ala che guarda alla Lega e si appoggia al ministro Tremonti, un'altra che si arrocca attorno ad alcuni notabili ex democristiani come Scajola o Formigoni, le “nuove leve” (Gelmini, Alfano, Prestigiacomo, Frattini) che cercano di fare quadrato, gli ex An in preda al panico. Addirittura il ministro del Welfare, Sacconi, illuminato dal papato Ratzinger, è stato sorpreso a cena con il segretario della Cisl, Bonanni e con il “democratico” ex popolare, Giuseppe Fioroni in un incontro dal sapore antico. A rischiarare con il faro della crisi la vita del governo Berlusconi ci sono gli attacchi – se così si possono chiamare – degli ultimi due presidenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo da due anni in procinto di tuffarsi in politica in attesa del momento buono. E poi c'è lo shock, a lungo atteso e le cui conseguenze non sono ancora del tutto percettibili, rappresentato dall'estromissione di Cesare Geronzi dalla tolda di comando dell'economia e della finanza italiana, con le dimissioni forzate da presidente delle Generali. Un altro segnale dello scricchiolio berlusconiano che su Geronzi ha potuto contare per entrare nei vari “salotti buoni” e rafforzare le proprie postazioni e che oggi perde un puntello importante. E non sarà nemmeno casuale se questo accade anche con il concorso del ministro Tremonti, lieto di spazzare via la vecchia guardia per fare posto a nuovi equilibri che vedono il suo ministero al centro di una nuova galassia finanziaria, grazie anche a nuovi strumenti di interventismo economica (come il Fondo di salvaguardia delle imprese italiane).
Lentamente, impercettibilmente, quindi, il sistema di potere che ha retto l'Italia per circa venti anni si smuove anche se non è lecito prevederne una rapida caduta. Così come conviene non sottovalutarne le pericolosità perché proprio in momenti di crisi si può diventare più spietati e insidiosi come dimostrano le dichiarazioni, e le politiche, in materia di immigrazione o le varie forme di legislazione sociale in tema di lavoro e welfare. Senza contare la possibile approvazione del “federalismo fiscale” che costituisce un ribaltamento istituzionale dei rapporti di forza sociali creatisi nel dopoguerra e finora messi in discussione solo con l'introduzione del sistema bipolare. Ma lo scricchiolio esiste e motiva gran parte delle mosse politiche: da un lato si agita un “antiberlusconismo” radicale che si nutre delle malefatte del premier (tante e disgustose) in una serie di manifestazioni di piazza più o meno riuscite ma in grado di monopolizzare l'attenzione (la piazza delle donne il 13 febbraio, quella sulla difesa della Costituzione il 12 marzo); dall'altra, però, sono in molti a lavorare all'ipotesi di una transizione governabile, magari fondata sulla cacciata di Berlusconi grazie a qualche forma di “salvacondotto” che possa facilitare una fase nuova. E' il progetto di Fini e Casini che ha l'assenso di Bersani e Di Pietro, l'auspicio del Quirinale e forse, ormai, la benedizione di Vaticano, Confindustria, Banca d'Italia, Unione europea. Un progetto difficile fino a quando Berlusconi riuscirà a tenere incollati i vari pezzi che lo circondano. A dare risonanza a questi “auspici” ci sono le varie manifestazioni di piazza mediaticamente sostenute da Repubblica, in chiave di adunata “anti-premier”mentre restano più modeste le manifestazioni legate a temi concreti e “sensibili” come nel caso della guerra e della precarietà.
Il punto è che, in un passaggio di crisi come l'attuale, a mancare è l'opposizione sociale – la Cgil fa uno sciopero controvoglia e il sindacalismo di base si divide ancora – ma anche un'opposizione politica che scelga un approccio radicale. E' del tutto evidente che il “fenomeno” Vendola, che pure tante speranze e attenzioni sta suscitando, si sviluppa esclusivamente in chiave di rafforzamento del centrosinistra nel tentativo – tentato già quante volte? - di ancorarlo a sinistra. E quel poco che resta della vecchia Rifondazione a parole dichiara di voler costruire un'alternativa ma poi rompe con il Pd solo quando questo la butta fuori.
In questo quadro, la campagna elettorale non offre particolari novità. Se il centrodestra verificherà la sua tenuta in particolare nelle comunali di Milano – le più significative su scala generale, là dove si misurerà la tenuta dello stesso Berlusconi – il centrosinistra ripropone piuttosto staticamente il solito quadro unitario con la sostanziale eccezione di Torino. In realtà c'è anche Napoli ma in quel caso la divisione – De Magistris sostenuto da Idv, Federazione e centri sociali, Morcone sostenuto da Pd e Sel – è molto di facciata visto che a livello municipale i due schieramenti tendono a convergere e, soprattutto, visto che è garantita la fusione all'eventuale secondo turno.
Per la sinistra di alternativa si tratta di un'ennesima occasione sprecata. Alcune cose sono avvenute come l'alleanza a Torino tra la Federazione della Sinistra e Sinistra Critica oppure la formazione della lista “Napoli non si piega” che vede ancora Sinistra Critica stavolta alleata della Rete dei comunisti e di Sinistra popolare. Però nelle altre grandi città prevale una logica di “grande alleanza” e quando si verificano fratture non è per una logica complessiva, ma per scontri locali o linee di dissenso da quadro nazionale. Sempre a sinistra si registra l'attitudine solitaria del Pcl che rifiuta ipotesi di alleanze, sia pure solo elettorali, e un ondeggiamento sospetto di Sinistra, Ecologia e Libertà che dimostra come, dietro il successo e l'appeal di Nichi Vendola, ci sia un partito piuttosto differenziato al suo interno.
Per quanto riguarda Sinistra Critica, le sue scelte sono diversificate ma tutte nel quadro di un'impostazione riassumibile nello slogan “Uniti a sinistra, alternativi al Pd” che poi è anche la riproposizione del binomio “unità e radicalità”. Ci sono l'alleanza di Torino e Napoli, già ricordate, lo schieramento di Casoria – seconda città della Campania – che vede Sc, Fds e Sel alternativi al resto del centrosinistra e poi le liste “solitarie” di Rimini e Cattolica. A Milano Sc ha deciso di non proporre una propria lista dopo che i tentativi di costruirne una della sinistra alternativa sono andati falliti. Nessuna illusione sulla possibilità di Pisapia di governare con chi (il Pd) ha contribuito a creare l'Expo ma nemmeno nessuna volontà di giocare una partita propagandistica fine a se stessa. E' chiaro che se i piccoli tentativi di costruire una linea diversa e una proposta alternativa avessero un successo, anche parziale, si tratterebbe di fatti rilevanti. Ma la strada per ricostruire una sinistra alternativa, dotata di massa critica e davvero alternativa, è ancora lunga.

mercoledì 27 aprile 2011

Il governo italiano getta la maschera: in Libia siamo in guerra!!


La decisione del governo Berlusconi di partecipare ai bombardamenti diretti in Libia è il “naturale sviluppo” della missione Nato – come dichiara lo stesso presidente della repubblica Napolitano che rivendica la paternità della decisione presa nel Consiglio superiore della difesa da lui presieduto.
Fin dall’inizio abbiamo avuto chiaro l’obiettivo della missione “umanitaria” in Libia: fermare ogni possibile dinamica rivoluzionaria, mettere sotto tutela la politica libica, garantire il proseguimento del controllo occidentale sulle risorse libiche e dei paesi del Mediterraneo.
La partecipazione italiana è resa ancor più grave dai suoi trascorsi in quel paese: prima potenza coloniale, poi alleata stretti del dittatore Gheddafi che garantiva la repressione violenta dei migranti in fuga verso l’Europa e forniva preziose risorse economiche alle imprese del “sistema Italia”.
Così gli aerei italiani bombarderanno le città libiche, dopo che allo stesso Gheddafi Finmeccanica e Beretta hanno fornito armi “leggere” e pesanti.
La scelta di bombardare la Libia è il “naturale sviluppo” anche delle scelte di politica estera di questi 20 anni, e dobbiamo ricordare che ancora le forze armate italiane partecipano all’occupazione nato dell’Afghanistan – ridotto ad una terra di nessuno governato dalle bande dei signori della guerra alleati della Nato.
Ribadiamo con forza il nostro no alla guerra in Libia che non aiuterà alcuna rivoluzione democratica ma rappresenterà un nuova forma neocoloniale verso quel paese e tutto il Mediterraneo.
Per questo dobbiamo rilanciare l’iniziativa contro la missione Nato e a sostegno delle rivoluzioni arabe, vera alternativa al controllo europeo e Usa sulla politca della regione.

Piero Maestri – portavoce Sinistra Critica

martedì 26 aprile 2011

RICORDO DI CARLO OTTINO


Il compagno Carlo Ottino ci ha lasciati il 25 aprile, il giorno che tanto amava, simbolo dei suoi ideali di giustizia sociale e libertà. La cerimonia funebre si terrà domani, mercoledì 27 aprile, presso il cimitero monumentale di Torino alle ore 10.15.




Carlo era nato a Torino nel 1929. Si era iscritto giovane al Pci, da cui ruppe da sinistra nel 1956 dopo aver criticato apertamente l’invasione sovietica in Ungheria. In quel periodo entrava in rapporto con la IV Internazionale.

Per Carlo, la lotta per il comunismo era intimamente legata all’affermazione della democrazia, dei diritti umani e della libertà. Questi sono gli ideali che ne contraddistingueranno il suo impegno per tutta la vita. Infatti, moltissimi lo conoscevano non solo come compagno di Rifondazione Comunista del circolo di San Salvario, quartiere nel quale ha ricoperto per anni la carica di consigliere circoscrizionale, ma anche come fervente attivista di Amnesty International.

Carlo, tuttavia, era noto soprattutto come il prof. Ottino. Egli fu, infatti, prof. di storia e filosofia in uno dei 4 licei classici torinesi, l’Alfieri. Aveva fama di essere un professore piuttosto severo. In realtà, molti suoi allievi apprezzavano il suo sguardo lucido e critico, ma soprattutto il suo impegno profondo a difesa della scuola pubblica e della laicità che vedeva uniti sullo stesso fronte insegnanti e studenti. Del suo impegno nel comitato torinese per la laicità della scuola pubblica vi è testimonianza nei suoi articoli e nelle sue interviste raccolte nella rivista trimestrale Laicità, di cui fu direttore.

È doveroso, inoltre, ricordare, in questi tempi bui caratterizzati anche da un forte revisionismo storico, l’impegno profuso da Carlo nel mantenere viva la memoria sullo sterminio degli ebrei e sulla lotta partigiana contro il fascismo. Va ricordata la sua collaborazione al volume curato da Enzo Traverso, Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, pubblicato nel 1995 da Bollati Boringhieri. Non a caso, egli si dedicò alacremente come membro della sezione di Torino dell’Opera Nomadi, alla lotta per la tutela e l’affermazione dei diritti dei Rom e dei Sinti, di fronte al persistente pregiudizio nei confronti di una popolazione che i nazisti cercarono di sterminare. Il suo impegno contro il razzismo era, quindi, intransigente e non ammetteva concessioni.

Di Carlo vanno apprezzate, quindi, la sua coerenza, la sua fermezza, ma anche la sua umiltà, doti sempre più rare nel panorama del mondo intellettuale. In questo era molto vicino all’azionismo torinese con cui manteneva un profondo dialogo nelle pagine di Laicità, in cui sono intervenuti tra le altre figure come Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio. Egli riteneva, tuttavia, insufficiente l’orizzonte liberale di cui apprezzava la difesa per i diritti umani. Fuori dai grandi riflettori, Carlo aveva scelto di lottare dalla parte degli oppressi.

Per queste ragioni partecipò fin dall’inizio alla costruzione di Rifondazione Comunista svolgendo un’intensità attività militante. Nel 2007, poi, aderì senza indugi al nuovo progetto di Sinistra Critica di cui condivideva da subito la coerenza e la battaglia contro la guerra. Sempre più debilitato nel fisico non poté dedicare l’impegno che avrebbe voluto, ciò nonostante accettò con convinzione la candidatura per Sinistra Critica al Senato della Repubblica. Lo ricordiamo sorridente alla presentazione della lista, pronto a partire per una nuova avventura. D’altro canto, Carlo colpiva per la sua profonda umanità, la sua costante relazione con la vita normale, l’amore per sua moglie Wanda con cui passeggiava mano nella mano per le strade del suo quartiere, le cene al circolo a cantare le vecchie canzoni del movimento operaio e della resistenza sorseggiando una buona Barbera.

Alla moglie Wanda e ai suoi figli va tutto il nostro cordoglio e la nostra solidarietà.



Gippò Mukendi Ngandu a nome delle compagne e dei compagni di Sinistra Critica-Torino

mercoledì 20 aprile 2011

NELLE LOTTE DEI LAVORATORI E DEI MOVIMENTI SOCIALI PER DIFENDERE DIRITTI E LAVORO I VALORI DELLA RESISTENZA


La Resistenza costituì un momento fondamentale di rottura nella storia del paese, cacciando, con la lotta popolare, il fascismo e la dittatura e ricostituendo una unità del paese più giusta e democratica.
I diritti sociali ed economici presenti nella Costituzione trovarono però una reale concretizzazione (in riforme legislative, garanzie sociali, norme e contratti di lavoro collettivi) solo con la grande stagione di lotta della classe operaia e di tanti altri soggetti sociali negli anni ’60 e ’70.

Negli ultimi 20 anni gran parte di quelle conquiste sociali e democratiche sono andate perdute sotto l’offensiva delle forze padronali e per effetto delle politiche liberiste portare avanti sia dai governi di centro destra che di centro sinistra in Italia, come in Europa. La costituzione materiale del paese è di nuovo cambiata: in negativo.

La guerra sociale contro la classe lavoratrice
Il governo Berlusconi, e le forze che lo compongono tra cui una Lega sempre più xenofoba e razzista cercano oggi di ribaltare completamente della Costituzione, a partire dai suoi contenuti democratici, dal diritto allo studio, dalla sanità pubblica, dai diritti del lavoro.
E’ la stessa unità del paese che viene messa in discussione attraverso il tentativo di dividere la classe lavoratrice, costruendo la divisione tra un settore e l’altro e tra lavoratori italiani e lavoratori migranti.
Il cosiddetto federalismo fiscale ha la funzione di rompere i legami di solidarietà ed unità ancora esistenti e produrre nuove e più profonde divisioni e polarizzazioni sociali.
Tutti i governi europei stanno realizzando una vera e propria guerra sociale contro le classi popolari, per scaricare sulla classe lavoratrice i costi della crisi del sistema capitalista

Berlusconi e Marchionne: attenti a quei due
Se Berlusconi è antidemocratico e eversivo, non lo sono meno Marchionne e la Confindustria che vogliono tornare a governare le fabbriche come i vecchi padroni delle ferriere dell’ottocento, distruggendo diritti costituzionali (tra cui il diritto di sciopero) i contratti collettivi di lavoro e ricercando il massimo sfruttamento dei lavoratori, ridotti a prestare un lavoro servile senza tutele.

Ripudiamo la guerra
Ma la Costituzione è stata violentata anche sul principio fondamentale politico e morale, il ripudio della guerra. La Costituzione ripudia la guerra, ma da decenni ormai i governi del nostro paese, (siano di centro destra o di centro sinistra) impegnano l’Italia in guerre senza fine, in spedizioni e occupazioni militari neocoloniali, partecipando alla barbarie in nome dei valori, anzi degli interessi delle potenze capitalistiche. Impegnano una montagna di soldi mentre tagliano le pensioni e la spesa sociale.

Una sinistra vera e forte
Anche per questo il nostro paese ha bisogno che sia ricostruita una vera e forte sinistra, una sinistra che sia contro la guerra senza se e senza ma, che si batta per la giustizia sociale, che sia anticapitalista e lotti contro le logiche infernali di questo sistema, che ricostruisca una prospettiva di alternativa per la classe lavoratrice. E’ per questo anche che la Federazione della Sinistra e Sinistra Critica hanno costituito una coalizione nelle prossime elezioni amministrative. La città e i lavoratori ne hanno bisogno.


Riscostruire e unire i movimenti di lotta
Rinnovare con i valori e le aspirazioni di quella generazione e di quel movimento che realizzò la Resistenza, significa oggi lavorare per far tornare protagonista la classe lavoratrice (non certo schierarsi con Marchionne e i poteri forte come quasi tutti fanno nella nostra città), da sempre bastione fondamentale della democrazia.
Significa unificare i diversi movimenti sociali, costruire una piattaforma che difenda gli interessi delle classi popolari.

Battere governo e Confindustria
Vogliamo creare le condizioni di una nuova grande stagione di lotta contro Berlusconi e contro Marchionne, contro le forze politiche e sociali che essi rappresentano.
Questo governo infatti non lo si caccia alleandosi con Montezemolo e Confindustria, ma solo con l’unità e una grande lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

Solo tenendo insieme la lotta sociale e la lotta per la democrazia sarà possibile strappare settori popolari all’egemonia della destra, impedire involuzioni antidemocratiche e ridare una speranza di un futuro migliore alle giovani generazioni. E’ questo lo spirito del 25 aprile.

Sinistra Critica Torino

Cuba, una prima valutazione del Congresso


Si sta svolgendo a Cuba il congresso del Pcc, atteso dal 1997. Ma la relazione e le proposte formulate in apertura da Raul castro non affrontano neppure una delle questioni fondamentali in campo.


Antonio Moscato
A Cuba il Congresso del PCC tanto atteso (l’ultimo c’era stato nel 1997) è cominciato con una parata militare e una grande sfilata di popolo analoga a quella del 1° maggio. La motivazione di questo insolita premessa era il cinquantesimo anniversario della battaglia di Playa Girón, con cui è stato fatto coincidere l’inizio del congresso. Si potrebbe obiettare che a distanza di appena due settimane da quella tradizionale la mobilitazione, preparata con settimane di prove, e organizzata con grande dispendio di mezzi per assicurare la partecipazione “spontanea” di lavoratori e studenti, non era indispensabile ed ha rappresentato uno sforzo economico insopportabile per un paese che conosce grandi difficoltà. Il congresso comunque durerà solo tre giorni, ma non è poco, se si pensa che deve “decidere” praticamente solo quello che il governo ha già cominciato a realizzare da molti mesi. Il dibattito è stato preparato da una consultazione in cui sono emerse 600.000 proposte di modifiche alle tesi, che è stata presentata come il massimo della partecipazione democratica; ma in realtà era solo uno sfogatoio, o al massimo un sondaggio a disposizione dei dirigenti, dato che non era possibile raggruppare le proposte e il dibattito su emendamenti o tesi alternative.

La relazione di Raúl Castro ha precisato che dei 291 punti originali 94 hanno mantenuto la stesura originaria, 181 sono stati modificati, mentre 16 sono stati fusi con altri e 36 aggiunti, portando il totale a 311. Difficile capire dalla relazione i criteri, soprattutto se si precisa che “questo processo si è basato sul principio di non far dipendere la validità di una proposta dalla quantità di opinioni che l’hanno appoggiata”. Già è singolare: se ci fosse stata una maggioranza che voleva capovolgere una proposta? Non contava? Raúl aggiunge che alcuni punti sono stati modificati partendo dalla proposta di una sola persona, mentre altri suggerimenti non sono stati accolti “in questa tappa”, perché “si vuole approfondire la tematica, o perché mancano le condizioni richieste”, ma in altri casi “per non entrare in aperta contraddizione con l’essenza del socialismo”. Il caso riguarda 45 proposte che hanno chiesto di permettere la concentrazione della proprietà”. Sic! Mica male per un congresso di un partito comunista…

Alcuni commentatori ostili hanno interpretato la parte militare della sfilata come un’intimidazione, ma non è convincente, sia per la modesta dimensione della parata (circa 6.000 uomini, prevalentemente di fanteria, appoggiati dalla “esibizione di armamento e veicoli militari terrestri” oltre che da aerei ed elicotteri), sia e soprattutto perché gli sperimentatissimi criteri di selezione dei delegati dovrebbero rendere molto improbabile che il congresso possa riservare una qualche sorpresa.

Ancora nessuna informazione sul dibattito, che tra l’altro si è suddiviso subito in cinque commissioni, ma si può capire cosa si deve e si può decidere dal testo integrale della relazione di Raúl Castro (http://www.cubadebate.cu/congreso-del-partido-comunista-de-cuba/informe-... ), su cui mi sono basato. La stampa occidentale ha ironizzato soprattutto sulla proposta di limitare a un massimo di due periodi consecutivi di cinque anni la permanenza nelle cariche. Da ora, naturalmente. Detto da chi ci sta da più di cinquant’anni è bizzarro: vuol dire che si prepara a lasciare il potere allo scoccar dei novant’anni? Ugualmente poco convincente la spiegazione che manca un ricambio di “sostituti debitamente preparati”: in questi anni “non abbiamo trascurato di tentare di promuovere giovani a incarichi di primo piano, ma la vita (sic!) ha dimostrato che le scelte non furono sempre giuste”…

Un altro punto saliente, verso la fine della relazione, riguarda le “necesidades espirituales”, che vengono sottolineate partendo da riferimenti all’eroe nazionale José Martí, che nella sua vita sintetizzava la “congiunzione di spiritualità e sentimento rivoluzionario”, e poi, passando per il padre Félix Varela, e per varie citazioni di riconoscimenti di Fidel a sacerdoti e pastori protestanti, o a combattenti cattolici della prima fase della rivoluzione, Raúl arriva a un riconoscimento esplicito del ruolo del cardinale Jaime Ortega e del Presidente della Conferenza Episcopale Monsignor Dionisio García nella liberazione dei “prigionieri controrivoluzionari che in tempi difficili hanno cospirato contro la Patria al servizio di una potenza straniera”. Evidentemente l’elogio alla Chiesa, che grazie all’immobilismo del governo si è rafforzata molto in questi anni e con cui nessuno può pensare a una rottura, vuole tappare la bocca ai conservatori, che non condividono il modestissimo e tardivo atto di clemenza, e fingono ancora di credere che quei dissidenti fossero pericolosi agenti stranieri, come del resto ribadisce poco coerentemente Raúl, che peraltro accenna alle pressioni per esiliare in Spagna i prigionieri liberati nel ringraziamento all’ex ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos.

In mezzo alla lunga relazione, solo poche parole generiche sulla situazione internazionale, presentata naturalmente come pericolosa, ma con il contrappeso delle relazioni amichevoli di Cuba con ben “101 nazioni del Terzo Mondo” (ma il “Secondo” dov’è finito?). Generico anche il richiamo alla rivoluzione bolivariana e a Hugo Chávez, unico capo di Stato nominato, e ancor più quello alle “aspirazioni dei movimenti trasformatori in vari paesi latinoamericani, capeggiati da prestigiosi leader che rappresentano gli interessi delle maggioranze oppresse”. Neanche una parola nell’analisi ai problemi che stanno incrinando la forza di questi movimenti, o li stanno mettendo in conflitto con i governi. Non è un tema da discutere in pubblico…

Poi tante banalità: ad esempio sulla “necessità di scrivere articoli intelligenti”, eliminando il “trionfalismo” e il “formalismo”, per “catturare l’attenzione e stimolare il dibattito “. Ma come? “Elevando la professionalità dei nostri giornalisti”. Ma, ammette Raúl, nonostante le decisioni prese dal partito sulla politica informativa, “nella maggioranza dei casi essi non hanno l’accesso opportuno all’informazione, né il contatto frequente con i quadri e specialisti responsabilizzati sulle varie tematiche. La somma di questi fattori spiega la diffusione, in non poche occasioni, di materiali noiosi, improvvisati e superficiali”. Idem per radio e televisione. Ma è ridicolo pensare che questa caratteristica costante che rende penosa l’informazione a Cuba si possa risolvere ricorrendo ai “quadri responsabilizzati”, mentre gran parte dei presunti dissidenti sono stati arrestati per aver tentato di mettere in circolazione opinioni e analisi diverse, e proprio con l’aggravante di non essere usciti dalle scuole ufficiali di giornalismo, guidate da quei “quadri”… E quanto all’accesso opportuno all’informazione, basterebbe ridurre i controlli su internet affidati a un gran numero di membri della Seguridad…

Poco convincente anche la proposta di “accompagnare la attualizzazione del Modello Economico e Sociale” semplificando e armonizzando il contenuto di centinaia di risoluzioni ministeriali, decisioni del governo, decreti-legge e leggi, per proporre conseguentemente, al momento opportuno, l’introduzione di aggiustamenti adeguati nella stessa Costituzione della Repubblica. Chi lo farà? Naturalmente una “Commissione permanente del Governo” subordinata al Presidente del Consiglio di Stato e dei ministri…

E quando si propone di “ridurre sostanzialmente la nomenklatura” (sic) si precisa che vanno delegati a “dirigenti ministeriali e impresariali” i compiti di “nomina, sostituzione e applicazione di misure disciplinari nei confronti dei capi subalterni”. Ci saranno ancora le “commissioni di quadri”, in cui il partito è presente, ma le presiede il dirigente amministrativo, che è quello che decide. L’opinione dell’organizzazione di partito è valida, ma il fattore determinante è il capo, dal momento che dobbiamo preservare e potenziare la sua autorità”, sia pure in armonia col partito. Sembra incredibile, ma questo dice testualmente la relazione di Raúl. Per chi avesse dubbi su una mia forzatura, riporto di seguito il periodo integralmente nella forma originale: “En esta esfera estamos empezando con un primer paso, al reducir sustancialmente la nomenclatura de los cargos de dirección, que correspondía aprobar a las instancias municipales, provinciales y nacionales del Partido y delegar a los dirigentes ministeriales y empresariales facultades para el nombramiento, sustitución y aplicación de medidas disciplinarias a gran parte de los jefes subordinados, asistidos por las respectivas comisiones de cuadros, en las cuales el Partido está representado y opina, pero las preside el dirigente administrativo, que es quien decide. La opinión de la organización partidista es valiosa, pero el factor que determina es el jefe, ya que debemos preservar y potenciar su autoridad, en armonía con el Partido.”

Per il resto tanti appelli al buon senso, a “tenere i piedi in terra”, ecc., o a generiche “deficienze nella politica di quadri” che dovranno essere esaminate non dal congresso ma da una futura Conferenza nazionale del partito, perché “non poche lezioni amare ci sono venute dalle delusioni sofferte per mancanza di rigore e di comprensione, che hanno aperto brecce per la promozione accelerata di quadri inesperti e immaturi, a forza di simulazioni e opportunismo”. Ma chi era responsabile del sistema verticistico, burocratico, basato sulla cooptazione dal vertice, ricalcato su quello sovietico? Non solo non si fa la minima autocritica, ma si dice che questi atteggiamenti erano alimentati anche dall’erroneo concetto di esigere tacitamente che per occupare un incarico di direzione, fosse necessaria la militanza nel Partito o nella Gioventù comunista”. Non è plausibile l’analisi, ma è assurda la soluzione, che non è la democrazia nel partito e nel paese (cioè in primo luogo la fine del partito unico monolitico…), ma l’allargamento della cerchia da cui scegliere i quadri per cooptarli nella direzione anche ai cosiddetti “senza partito”, esattamente come era nell’URSS staliniana e poststaliniana… Se il partito comunista fosse veramente tale, chi ne rimane fuori fino all’eventuale designazione a un incarico sarebbe verosimilmente ancora più permeabile ai vizi della “simulazione e dell’opportunismo”.

Unici accenni a proposte concrete sono quelli alla sperimentazione di due nuove province, Mayabeque e Artemisa, staccate da quella dell’Avana (ma è una misura davvero concreta?), alla possibile fine del divieto di compravendita di case e auto (ma chi può beneficiarne?), e soprattutto alla discussione sulla “libreta”, cioè la tessera che garantisce a tutti un minimo di generi alimentari indispensabili a prezzo calmierato”. Questo punto della discussione ha coinvolto il maggior numero di interventi, tra gli 8.913.838 che avrebbero partecipato al dibattito (cifra che appare sparata come al solito, come quelle dei plebisciti sul permanente carattere socialista della rivoluzione, nella certezza che nessuno potrà mai smentirla, anche se nessuno ci crederà…). Si capisce che la libreta è stata difesa strenuamente, dato che “due generazioni di cubani hanno trascorso la loro vita sotto la protezione di questo sistema di razionamento che, nonostante il suo nocivo carattere egualitario, ha offerto per decenni a tutti i cittadini l’accesso a alimenti di base fortemente sussidiati”. Ma che l’intenzione del governo sia quella di cancellarla, è evidente, dato che la si accusa di rappresentare “un carico insopportabile per l’economia, e un disincentivo al lavoro, oltre a generare diverse illegalità nella società”. Quella del “disincentivo al lavoro” la può raccontare solo chi non sa neppure cos’è la libreta perché beneficia da sempre dei negozi riservati alla nomenclatura. Nessuno potrebbe sopravvivere con quel poco che la tessera assicura (e non sempre…), rinunciando a lavorare.

In poche parole, rinviando ovviamente un commento complessivo al periodo successivo alla conclusione del dibattito e alla pubblicazione dei Lineamentos emendati, penso si possa già concludere che alla faccia di tutte le denuncie del “trionfalismo” e del “formalismo” la relazione non ha affrontato neppure una delle questioni fondamentali. Se il congresso riuscirà a farlo indipendentemente dalle intenzioni del vertice, sarà una conquista straordinaria, che rivelerà la vitalità della rivoluzione cubana nonostante i limiti dell’attuale gruppo dirigente (di cui è un simbolo la scelta di far aprire il congresso da José Ramón Machado Ventura, che non solo ha compiuto da un po’ 80 anni, ma non ha mai brillato neanche in passato per vivacità intellettuale…).

martedì 19 aprile 2011

ELEZIONI COMUNALI DI TORINO Le candidate e i candidati di Sinistra Critica


1 LOIACONO Pasquale operaio delegato Fiat Carrozzerie
2 VISINTIN Antonella impiegata nell’editoria, ambientalista
3 NGANDU Mukendi detto Gippò ricercatore precario
4 FRANZOSO Antea universitaria del Politecnico
5 AIROLDI Lorena impiegata
6 ALESSANDRIA Adriano Lorenzo operaio delegato della Lear
7 BIROLO Sergio rappresentante di commercio
8 BONI Edoardo lavoratore Aem distribuzione
9 BRASCHI Massimo lavoratore Terna
10 CARLIN Giulia storica dell’arte
11 BRESCIA Salvatore detto Rodolfo operaio
12 CALCAGNO Oliviero operatore culturale
13 CARDELLA Tiziana lavoratrice/ studentessa universitaria
14 CARLIN Giorgio ex lavoratore RAI
15 CAVALLARO Massimo lavoratore precario
16 CERESI Barbara architetta
17 DELLI FALCONI Ignazio veterinario
18 CHIESA Nadia operatrice artistica
19 FALCHI Franco Antonio docente istituzioni paesi mussulmani
20 FRANZOSO Giuseppe Cesarino ex lavoratore Alenia
21 CIRILLO Lidia Maria ricercatrice, teorica del femminismo
22 GIACHETTI Diego Giuseppe insegnante, saggista
23 GLORIOSO Diego ex lavoratore CF gomma
24 MARRANDINO Generoso operaio Mirafiori presse
25 CONA Lucrezia pensionata
26 MARTINO Giovanni operaio Kuehne Nagel
27 COTTA RAMOSINO Marta studentessa universitaria
28 MASERA Stefano location manager
29 MASSARENTI Fabio operaio comprensorio Chivasso
30 CRIPPA Elisabetta maestra elementare
31 RINAUDO Fabio operaio edilizia stradale
32 RUTO Rinaldo operaio
33 POLLEGHINI Ada animalista
34 SIRACUSA Liborio lavoratore precario
35 SPINA Marco lavoratore precario
36 VALFRE' Monica lavoratrice
37 STRAMAZZO Aljossa impiegato Gruppo Generali assicurazioni
39 TANGOLO Giovanna detta Gianna docente, ex consigliera provinciale
39 TURIGLIATTO Franco impiegato, ex senatore
40 ZINI Virginia Rosa interprete

Il governo fa marcia indietro sul nucleare


Presentato un emendamento al Senato per cancellare le disposizioni già approvate in materia di centrali nucleari in modo da far saltare la consultazione referendaria. Per Greenpeace è una "furbata"


++ NUCLEARE: STOP GOVERNO A REALIZZAZIONE CENTRALI ++
Il Governo ha deciso di soprassedere sul programma nucleare ed ha inserito nella moratoria già prevista nel decreto legge omnibus, all'esame dell'aula del Senato, l'abrogazione di tutte le norme previste per la realizzazione di impianti nucleari nel Paese.
L'emendamento all' articolo cinque del decreto omnibus, presentato direttamente in Aula in mattinata e non inserito nel fascicolo degli emendamenti prestampati, afferma che «al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare». L'emendamento, presentato all' ultimo momento, nelle intenzioni del governo avrebbe l'effetto di superare il referendum sul nucleare fissato a giugno e temuto dalla maggioranza.

L'EMENDAMENTO DEL GOVERNO
«Abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nuclearì. È questo il titolo dell'emendamento al dl omnibus presentato nell'aula del Senato dal governo dove si stabilisce che»al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui profili relativi alla sicurezza nucleare tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare«. L'emendamento, dopo aver definito nel dettaglio i vari punti da abrogare del testo del governo sulla moratoria nucleare per un anno, riafferma che "entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge il Consiglio dei ministri adotta la strategia energetica nazionale nella definizione della quale il consiglio dei ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione Europea e a livello internazionale in materia di scenari energetici e ambientali«. Si sposta sempre di un anno la valutazione alla luce anche degli stress test che fra breve saranno effettuati in Europa della praticabilità del ricorso a varie fonti energetiche.

GREENPEACE, SOLO FURBIZIA PREVENTIVA DA GOVERNO
Il Governo «ha paura dell'opinione degli elettori. E' un caso di 'furbizia preventivà che coglie un dato reale: la forte opposizione degli italiani al nucleare». Lo afferma il direttore di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, commentando lo stop al programma nucleare deciso dal governo. «Molti dei commenti di ministri ed esponenti della maggioranza - aggiunge - svelano il 'trucco": cercare di prendere tempo, abrogando solo alcuni punti della legge, per evitare che gli italiani si esprimano attraverso il referendum e poi tornare a riproporre il nucleare tra un anno. Questa truffa non è accettabile. Piuttosto che continuare con queste manovre dilatorie, il Governo dovrebbe abrogare una volta e per sempre tutta la legge sul nucleare, prendendo impegni solenni per promuovere le fonti rinnovabili e l'efficienza energetica». Quindi, conclude Onufrio, «se il Governo italiano volesse fare seriamente dovrebbe reintrodurre gli incentivi sulle fonti energetiche rinnovabili, al momento completamente paralizzate dallo scellerato decreto Romani. Greenpeace chiede di adottare il sistema tedesco, alzando gli obiettivi per l'eolico e il fotovoltaico».

domenica 17 aprile 2011

I guai della Fiom


A Melfi i delegati vogliono firmare l'intesa con la Fiat sui ritmi produttivi. Alla Bertone c'è il muro dell'azienda e Camusso riapre il dialogo con Confindustria


Salvatore Cannavò
da Il Fatto quotidiano
Segnali distensivi tra Cgil e Confindustria, mentre la Fiom soffre per gli scricchiolii interni. È una giornata movimentata nelle relazioni sindacali quella di ieri: l’incontro di Susanna Camusso con Emma Marcegaglia; l’accelerazione impressa da Fiat e Fim, Uilm, Fismic alla vertenza sulla ex Bertone; la lettera con cui 11 delegati Fiom su 18 hanno chiesto al sindacato di Maurizio Landini di firmare l’accordo in azienda sui ritmi di lavoro e le pause tanto contestato nei mesi scorsi.

Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia si sono viste al mattino, nella foresteria della Confindustria di via Veneto. Incontro molto positivo, raccontano. Le due dirigenti si sono viste più volte negli ultimi mesi, e ancora lo faranno dopo lo sciopero del 6 maggio. Alla leader degli imprenditori, il segretario della Cgil ha illustrato il suo progetto di riforma della contrattazione, anche se non è ancora definitivo visto che sarà il direttivo nazionale del 10 e 11 maggio ad approvarlo. Niente deroghe ma contratti nazionali più leggeri per dare fiato al secondo livello e soprattutto una riforma della rappresentanza che certifichi i sindacati rappresentativi e introduca una forma di esigibilità degli accordi: una volta siglate le intese, insomma, i contratti si rispettano e niente scioperi. Non è un caso che proprio sulla rappresentanza si sia soffermata la chiacchierata con Marcegaglia che ha ascoltato con attenzione le idee di Camusso anche se entrambe hanno riconfermato le divergenze sul modello contrattuale del 2009 siglato solo da Cisl e Uil. Quel modello, però, sta per scadere ed è stata la stessa Confindustria qualche mese fa a dirsi disponibile a “fare il tagliando” all’intesa. Ieri Camusso ha spiegato a Marcegaglia che la Cgil quel tagliando è pronta a discuterlo. Tanto più se la linea sindacale che nella Cgil ha fatto finora ombra alla segreteria nazionale, cioè quella della Fiom, comincia a subire degli scricchiolii.

A Melfi, cuore di una dura vertenza con la Fiat, si sta discutendo l’applicazione del cosiddetto sistema Ergo-Uas che, modificando le postazioni di lavoro dovrebbe consentire un aumento dei ritmi produttivi con la diminuzione delle pause da 40 a 30 minuti. L’intesa sull’applicazione del modello è stata siglata una settimana fa e la Fiom, dopo aver apposto la sua firma, ha dovuto sospenderla in seguito all’intervento della segreteria nazionale. Intervento che non sembra aver convinto i delegati locali che ieri, in 11 su 18, hanno inviato una lettera al segretario nazionale Maurizio Landini per chiedere che la Fiom firmi quell’intesa. “É il frutto della pressione cui la Fiat sottopone i delegati” spiega Giorgio Cremaschi, esponente della sinistra Cgil, che racconta le avances ricevute da parte degli operai più “duri”.

Ma conta anche la difficoltà a tenere aperta una vertenza senza risultati immediati. Difficoltà che potrebbe acuirsi con il caso piemontese della ex Bertone, oggi Officine Automobili Grugliasco, rilevata dalla Fiat un anno e mezzo fa per produrre la Maserati.
Marchionne vuole l’applicazione integrale degli accordi di Pomigliano e Mirafiori ma alla ex Bertone la Fiom ha il 62 per cento dei consensi e quindi si imporrebbe un accordo. Ma la Fiat non vuole mediazioni, chiede il modello “Fabbrica Italia” e ieri ha comunicato anche che non pagherà gli anticipi di cassa integrazione per i circa 1100 operai dell’azienda chiusa nel 2009 se il ministero non autorizzerà il decreto. Fim, Fismic e Uilm, che ieri hanno visto l’azienda, chiedono alla Fiom di indire il referendum ma la Fiom cerca di tenere botta sapendo che il suo svolgimento si terrebbe ancora sotto la spada di Damocle della chiusura dell’azienda. La resa dei conti sembra inesorabile anche perché Landini non ha intenzione di firmare nulla che ricalchi accordi già respinti. E ieri la Fiom non ha firmato l’intesa sui permessi sindacali giudicandola restrittiva.

venerdì 15 aprile 2011

Una morte che pesa come una montagna


La perdita di Vittorio Arrigoni è enorme e straziante. Ma dobbiamo rispondere con forza che non ci faremo terrorizzare, che continueremo il nostro impegno a fianco della resistenza palestinese


Piero Maestri
L’uccisione di Vittorio Arrigoni è una di quei fatti che ti prende lo stomaco e ti lascia senza fiato: perché Vittorio era una bella persona, per le modalità in cui è avvenuta, per le tragiche conseguenze che avrà, oltre al fatto in sé, per la Palestina e i palestinesi.

Vittorio è stata una presenza importante in questi ultimi anni, da quando aveva deciso di rimanere a Gaza (unico italiano) durante l’offensiva israeliana denominata “Piombo fuso”, nel dicembre 2008/gennaio 2009. Le sue testimonianze dalla Striscia di Gaza sottoposta ad un feroce e criminale bombardamento erano per noi una delle poche fonti “dal basso” che ci raccontavano la realtà della violenza che subisce quotidianamente la popolazione palestinese.

Le sue attività insieme ai palestinesi - dalla protezione dei contadini del nord della Striscia che cercano di difendere la loro terra dall’espropriazione “per motivi di sicurezza” all’accompagnamento delle barche di pescatori a cui la Marina israeliana impedisce l’uscita in mare, alla relazione quotidiana con le famiglie palestinesi e con quei giovani che sono stati protagonisti delle manifestazioni dello scorso 15 marzo – hanno rappresentato allo stesso tempo l’esempio di una solidarietà umana e politica e la dimostrazione che i palestinesi non sono soli.

Abbiamo continuato ad ascoltare con interesse e partecipazione i racconti di Vittorio, dal suo blog, nelle telefonate in diretta nei molti presidi nelle città italiane che si collegavano in diretta con lui a Gaza, nelle corrispondenze con le radio ancora libere di questo paese in cui l’informazione è un disastro (soprattutto nei confronti dell’”invisibile” Striscia di Gaza).

La sua morte ci priva di tutto questo, ed è una perdita enorme.

Il rispetto per il suo impegno ci impone comunque di provare a capire, per ricordarlo nel migliore dei modi e per continuare il suo e nostro impegno a fianco della resistenza palestinese (quella dei gruppi politici, ma soprattutto dei contadini, dei pescatori, degli studenti, dei medici ecc...).

Non ci entusiasma il gioco del “cui prodest?” e non crediamo che il gruppo salafita responsabile della morte di Vittorio sia semplicemente una “invenzione” israeliana.

Purtroppo la disperazione e il peggioramento delle condizioni di vita e la chiusura degli spazi politici dei palestinesi – soprattutto nella prigione di Gaza – lascia vuoti che vengono riempiti da gruppi iper-minoritari ma che possono fare danni enormi. Naturalmente Israele ha tutto l’interesse che questi gruppi esistano, perché dividono ulteriormente la resistenza palestinese, rappresentano l’ennesima giustificazione per le sue politiche criminali e danno un’immagine terribile (naturalmente falsa) dei palestinesi. Per questo ci risultano odiose le “assoluzioni” preventive di chi come sempre getta addosso ai palestinesi tutte le responsabilità della loro terribile condizione – e in genere sono gli stessi che accusano i pacifisti di fare il gioco dei “terroristi”: la morte di Vittorio risponde anche a loro, alla loro insistente domanda “dove sono i pacifisti?”.

L’assassinio di Vittorio potrebbe fare male alla causa palestinese, perché saranno molti gli avvoltoi che cercheranno di mostrare la “disumanità” genetica dei palestinesi e/o degli islamici; potrebbe fare male perché vuole terrorizzare le/i volontari/e che vorranno seguire le orme di Vittorio – e questo interessa sia ai gruppi fondamentalisti che non vogliono una Palestina aperta al mondo, sia a Israele che vuole rendere ancora più invisibile e assediata la Striscia di Gaza, come dimostrano i suoi tentativi di fermare la Freedom Flottilla (subito seguiti dei loro amici come Berlusconi); potrebbe fare male perché i palestinesi si sentiranno ancora più soli.

A questo punto siamo noi che dobbiamo rispondere con forza che non ci faremo terrorizzare, che continueremo il nostro impegno a fianco della resistenza palestinese; che continueremo a costruire un ponte tra i giovani palestinesi che esprimono la loro necessità e volontà di liberazione (come i giovani tunisini, egiziani, libici, siriani che stanno in questi mesi facendo le loro rivoluzioni), i militanti della solidarietà internazionale e le/gli israeliane/i antisionisti; che continueremo ad andare a Gaza, a Gerusalemme, in Cisgiordania perché sappiamo che lì saremo sempre benvenuti; che continueremo il nostro impegno alla denuncia delle politiche dell’occupazione e dell’Apartheid e delle complicità dei governi europei in queste politiche.

Questo per noi è il tentativo di restare umani.