sabato 13 ottobre 2012

L'impasse del femminismo

L'incontro di Paestum è stato un successo di partecipazione. Come tanti altri incontri negli ultimi dieci anni, da Sommosse a Usciamo dal silenzio. Che però hanno generato sempre un'auto-dissoluzione

Lidia Cirillo

da zeroviolenzadonne.it


Non ho potuto essere a Paestum e non sono in grado quindi di commentare l'incontro (delle femministe, molto affollato vedi qui, ndr) ma (mi dicono) caratterizzato da un'elevata età media. Mi interessa fare alcune osservazioni a partire dalla constatazione che da una decina d'anni l'esigenza di politica coagula, periodicamente e per un momento, un gran numero di donne. Eravamo un migliaio e anche più a Firenze nella Fortezza da Basso con la Marcia Mondiale delle Donne.


Ci sono state poi le manifestazioni sotto il titolo giustamente criticato di Usciamo dal silenzio, Sommosse, Se non ora quando e infine Paestum, oltre ad affollate scadenze locali in genere poco note perché poco comunicanti tra loro. Ne sono state promotrici correnti diverse e conflittuali del femminismo, ma nel mio discorso non è questo che conta. La realtà è che, anche nelle iniziative più subalterne a esigenze di burocrazie politiche e sindacali, la partecipazione è stata inizialmente alta e per molte determinata da un sincero desiderio di agire politico diretto.


Sia pure in modo diverso, ciascuno di questi momenti si è risolto in fenomeni di auto-dissoluzione, lasciando qua e là solo piccoli sedimenti organizzativi. Naturalmente si può ritenere che l'inconcludenza sia uno specifico femminile, celebrando il femminismo che ha segnato l'incontro di Paestum come il migliore dei mondi possibili, come ha fatto Ida Dominijanni sul Manifesto del 9 ottobre. Ma che le cose non stiano così è dimostrato da una semplice constatazione, cioè dal fallimento di quella che negli ultimi due decenni è stato il proposito dichiarato del femminismo tutto.


Ci siamo dette più volte che le donne potevano cambiare la politica, ma è fin troppo evidente che la politica non è cambiata e, quando lo ha fatto, lo ha fatto in direzione opposta a quella desiderata. Non è cambiata prima di tutto la politica come esercizio professionale di apparati di partiti e sindacati. La rivendicazione del 50 e 50 (in qualche caso anche legittima come forma di denuncia e di lotta) sortisce ovviamente l'effetto opposto al cambiamento, perché è fondata su forti meccanismi di cooptazione. Ed è normale che apparati e istituzioni a dominanza maschile cooptino le donne più adattate e adattabili alle loro logiche. Non è cambiata la politica come insieme di forme di auto-organizzazione del corpo sociale, troppo frammentarie e disperse per incidere quanto sarebbe necessario sulla realtà.


Insomma mi sembra che il punto debole del femminismo, e di quello italiano in modo particolare, stia nella difficoltà di cominciare a realizzare quello che ha rappresentato probabilmente il punto più alto della sua riflessione. Certo le donne hanno continuato ad andare avanti, in parte per la spinta propulsiva del femminismo degli anni Sessanta e Settanta, in parte perché ragioni strutturali hanno fornito una base materiale emancipativa al senso di sé delle donne. Ma la contemplazione soddisfatta della propria storia basta sempre meno, perché il mondo cambia e per altri aspetti gli anni Settanta sono abissalmente lontani.


La questione è che il potenziale di cambiamento di un soggetto collettivo non si realizza, se a un certo punto non si verifica un salto di qualità della coscienza e delle pratiche. Nessuna delle rivoluzioni che hanno caratterizzato la storia contemporanea ha mai avuto luogo per il solo potenziale di trasformazione di un soggetto. Sono stati necessari a un certo punto atti della volontà, determinati da una comprensione maggiore del contesto e delle vie percorribili per cambiarlo.


Nell'assemblea di Paestum – leggo nell'articolo di Dominijanni – Loretta Borrelli avrebbe raccomandato di non regredire a una concezione economicistica o sociologica della condizione femminile. La raccomandazione mi sembra il segno di un grave ritardo nella lettura del mondo in cui siamo state gettate. Quella economica non è una regressione, è solo una delle dimensioni possibili dell'esistenza femminile e quindi del femminismo. Si tratta di una dimensione acquisita nel corso del Novecento dalla contaminazione con il movimento operaio di cultura marxista e dall'irruzione sulla scena politica del lavoro subalterno femminile.


Il femminismo precedente era stato caratterizzato da una dimensione soprattutto giuridica per l'influenza liberale e per l'esigenza di cancellare o modificare leggi che imponevano l'esclusione e la disuguaglianza. Altre dimensioni sarebbero poi intervenute, per esempio quella psicoanalitica di cui il femminismo delle vecchie generazioni porta ancora il segno nella sua riduzione della politica a parola.


Insomma le donne come gli uomini non sono esseri a una dimensione. Quale assuma l'importanza maggiore dipende dal tempo, dall'ambiente, dalle necessità dei settori di donne che decidono di fare politica per se stesse. La cosa che mi sembra fondamentale oggi comprendere è l'importanza che la dimensione economica di nuovo assume in presenza della crisi.


Non era così negli anni Settanta, ancora nell'onda lunga dei tre decenni di ascesa economica; non è stato così fino al 2007, cioè nel periodo in cui il capitalismo, sia pure tra una recessione e l'altra, ha potuto comunque esibire un'apparente prosperità. Le determinazioni economiche dell'esistenza femminile non agiscono solo dal punto di vista di ciò che arriva o non arriva in tasca alle donne. La precarietà e il taglio dei servizi impongono altri ritmi e altre scansioni alla loro vita quotidiana. E non solo: la crisi genera fenomeni di imbarbarimento razzista, sessista e omofobo, che non sono senza conseguenza sul modo in cui le donne si percepiscono e sulle dinamiche della loro soggettivazione.

domenica 7 ottobre 2012

Gli studenti raddoppiano

Dopo le botte della polizia di venerdì scorso la mobilitazione non si ferma. Il 12 ottobre ci sarà la giornata indetta dall'Uds ma in questi giorni si stanno preparando nuovi appuntamenti





Il 5.10.12 la città di Roma è stata invasa dagli studenti dell’Assemblea Cittadina dei licei romani.

Questa data è nata dall’assemblea in Val di Susa, convocata dalla rete nazionale studaut, dove gli studenti di tutta l’Italia hanno sentito l’esigenza di scendere in piazza, per esprimere un’opposizione sociale reale al governo Monti e alle politiche di austerity che stanno sempre più strette a tutta la cittadinanza. Le istituzioni sottolineano continuamente la mancanza di fondi per l’istruzione mentre lo stato spende 500 milioni per cacciabombardieri e 2 cm di Tav corrispondono a una borsa di studio universitaria, legittimando queste scelte come tecniche e non politiche.

In un quadro di drammatica trasformazione politica, la scuola rimane ancora una volta un luogo di costruzione e progettazione, opposizione e conflitto.



Gli studenti infatti contrastano le politiche di questo sistema scolastico e se ne riappropriano dall’interno vivendo le proprie scuole e creando dal basso controcultura attraverso cineforum, mercatini di libri a prezzi popolari, ecc… per dare una risposta concreta alla crisi, producendo momenti di riflessione e conflitto.

Queste iniziative si oppongono al progetto di scuola-azienda che questo governo, come il precendente, vuole realizzare attraverso il DDL Aprea e i test Invalsi, che mirano esclusivamente ad un’appiattimento culturale generale e alla costruzione di una scuola che premi il merito e ignori i problemi.



Il tentativo della questura di Roma è stato quello di impedire che gli studenti raggiungessero il centro storico per manifestare la loro rabbia davanti ai palazzi del potere, opponendosi fisicamente, con uno sproporzionato impiego delle forze “dell’ordine”, al regolare svolgimento del corteo.

Nonostante ciò, gli studenti non si sono arresi e fino all’ultimo hanno portato in piazza la loro determinazione. I manifestanti infatti, estenuati da una pessima gestione della piazza da parte della questura, che aveva il palese intento di emarginare e minimizzare la protesta, hanno tentato di riappropriarsi ancora una volta delle proprie strade. Nei pressi di Porta Portese, i soggetti che giorno dopo giorno militarizzano la nostra città hanno risposto all’iniziativa degli studenti non con semplici cariche di alleggerimento, inadeguate soprattutto contro un corteo costituito prevalentemente da minorenni, ma peggio, con una vera e propria esplosione di violenza verso gli studenti, minacciando, picchiando, manganellando, arrivando addirittura ad arrestare un quindicenne estraneo ai fatti, trascinandolo per terra.



Dopo lo scontro e dopo essersi assicurati dell’imminente rilascio del ragazzo, il corteo non si è comunque arrestato ed ha ripreso il percorso fino a Piramide, dove al momento dello scioglimento ha pubblicamente denunciato la gravità dei fatti avvenuti in precedenza.



Gli studenti oggi non si sono fatti intimorire dalla gestione tirannica del sindaco Alemanno, della città, ma anzi hanno avuto la dimostrazione del fatto che l’unica risposta che il governo e le istituzioni sanno dare è di tipo poliziesco e militare.



LA VOSTRA REPRESSIONE NON FERMERA’ LA NOSTRA VOGLIA DI LOTTARE, QUESTO NON E’ CHE L’INIZIO



Studenti Medi in Mobilitazione



La giornata del 12 ottobre indetta dall'Uds



Il 12 ottobre noi studentesse e studenti italiani scenderemo in piazza in tutta Italia per riprenderci la parola. Inonderemo le piazze del nostro Paese con le nostre idee per cambiare la scuola e la società. Grideremo a gran voce il nostro dissenso verso i tentativi di privatizzare definitivamente le nostre scuole, idea che potrebbe concrttizzarsi se venisse approvato il PdL 953, ex Aprea. Con questo non solo verrebbero introdotti i privati nelle nostre scuole, che potranno decidere cosa farci studiare in base ai loro interessi, ma verrebbe depotenziata la rappresentanza studentesca e la qualità delle nostre scuole verrà giudicata in base ai parametri INVALSI, che gli studenti contestarono per la loro inefficacia e pericolosità.



Il 12 ottobre sarà una giornata nella quale ribadiremo l’esigenza di una legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutt* borse di studio, un reddito per i soggetti in formazione, misure per l’integrazione e formazione permanente. Rigettiamo la becera ideologia meritocratica che esclude e premia i pochi mentre la maggioranza non riesce a sopportare i costi per poter studiare, tra libri, trasporti e materiale.

Saremo in piazza per chiedere a gran voce un nuovo piano per l’edilizia scolastica, una didattica alternativa, referendum studenteschi, valutazione narrativa e commissioni paritetiche studenti-docenti. Chiediamo questo perché vogliamo che le scuole sia effettivamente a misura di studente, sicure, aperte, palestre di cittadinanza e democrazia.



Ogni anno ci chiedono contributi volontari per garantire in parte il funzionamento quotidiano delle scuole, mentre si continuano ad assegnare ingenti investimenti verso le private, verso le scuole dell’élite. Vogliamo nuovi investimenti nella nostra scuola pubblica affinché sia veramente di qualità e libera.

Crediamo che sia giunta l’ora di aprire una discussione su quale ruolo debbano avere i saperi nella nostra società, se continuare a lasciarli schiavi del profitto o se vogliamo liberarli per renderli un vero strumento di emancipazione individuale e collettiva.

Lanciamo giornate di assemblee studentesche in tutto il Paese per confrontarci sui nostri bisogni ed esigenze, per organizzarci in vista del 12 ottobre. Apriamo questo percorso perché crediamo che solo con la democrazia e la partecipazione si possano rovesciare le nostre scuole e la società tutta per renderle giuste, inclusive e pienamente democratiche. Saremo la forza propulsiva di cambiamento dal basso.

ORA PARLIAMO NOI!

Segnali d'autunno

Tornano gli studenti con cortei in diverse città d'Italia. Scontri in piazza e tensione un po' ovunque. L'autunno comincia così









cronache cittadine da ilmanifesto.it

I cortei degli studenti contro i tagli all'istruzione e contro la crisi hanno percorso l'Italia da Nord a Sud, ma in diverse città la tensione e la rabbia non hanno potuto evitare lo scontro fisico. Cariche e contatti con la polizia si sono verificati a Torino, dove il bilancio è di 15 fermati e 5 contusi, Roma, con un ragazzo ferito, Milano. A Napoli invece i ragazzi hanno lanciato uova e petardi contro la sede della provincia a Palermo sono state bruciate le tessere elettorali



Torino

Il corteo era partito pacificamente questa mattina intorno alle 9 da piazza Arbarello, per poi sfilare nelle vie centrali della città. Ad un certo punto, però, gli studenti hanno deviato in una via laterale che conduce a via XX Settembre dove hanno sede a Torino gli istituti bancari. La polizia in assetto antisommossa ha impedito loro di entrare in via XX Settembre e quando si è infittito il lancio di bottiglie, fumogeni e uova le forze dell'ordine hanno caricato gli studenti disperdendo momentaneamente il corteo. Dopo momenti di tensione in cui gli studenti e la polizia si sono fronteggiati, e tra le fila dei giovani qualcuno è rimasto a terra, il corteo si è ricompattato sotto la sede del Comune di Torino. Cinque studenti - secondo la questura - sono rimasti contusi nel corso dell'azione di dispersione del corteo in via XX Settembre. Per uno di loro, che ha riportato una ferita lacero-contusa alla testa, e' stato necessario l'intervento dell'ambulanza. La polizia ha fermato 15 manifestanti, tra cui gli stessi contusi,per identificarli.



Napoli

Alcuni grossi petardi sono stati fatti esplodere durante il corteo degli Studenti Autorganizzati della Campania in corso a Napoli. In piazza circa 4-500 giovani, tra cui studenti delle scuole medie superiori di Napoli e provincia. Urlati sloga contro la riforma della scuola.Corteo degli Studenti Autorganizzati della Campania a Napoli per protestare contro la riforma del settore Scuola. Il corteo salutera' la nave 'Estelle' di Freedom Flotilla, ora a Napoli, e diretta a Gaza nel tentativo di rompere l'embargo



Roma

A Roma la testa del corteo degli studenti ha raggiunto il Ministero dell'Istruzione in viale Trastevere, mentre la coda si trova su Ponte Sublicio. Qualche momento di tensione si è registrato in Via Jacopa De Settesoli, dove per alcuni minuti gli studenti (con gli scudi-libro alzati e il volto coperto da bandane) e le forze dell'ordine si sono fronteggiati a pochi metri di distanza. La situazione è poi tornata tranquilla ma solo per un po'. Lo scontro è infatti avvenuto a piazzale Portuense tra forze dell'ordine e studenti durante il corteo a Roma. Il contatto si è creato nel momento in cui gli studenti hanno cercato di deviare dal percorso prestabilito.



Milano

Momenti di tensione a Milano quando un troncone del corteo degli studenti milanesi si è diretto verso la sede della Regione Lombardia. All'altezza di Melchiorre Gioia, i manifestanti che avevano in testa i caschi hanno iniziato a lanciare alcune uova, sassi, e fumogeni e poi hanno cercato di sfondare il cordone delle forze dell'ordine per arrivare al nuovo palazzo della Lombardia. A questo punto e' partita la carica di alleggerimento. Il corteo si è poi diretto verso viale Tunisia

giovedì 4 ottobre 2012

TORINO: INCONTRO CON W. THOMSON E D. FEELEY ATTIVISTE NELLA SINISTRA SINDACALE STATUNITENSE - AUTO WORKERS CARAVAN DI DETROIT

L'incontro sarà un'occasione unica e importante per ragionare collettivamente su come far fronte al disimpegno di Fiat in Italia e a Mirafiori attraverso il confronto, l'azione comune e l'alleanza con le lavoratrici e i lavoratori di tutti gli stabilimenti Fiat, compresi quelli degli altri paesi.

Contro le divisioni e l'individualismo che il padrone alimenta per sfruttare meglio le lavoratrici e i lavoratori e licenziare più facilmente è importante conoscere reciprocamente le situazioni che l'altro vive e come prova a organizzare la difesa.

Sarà anche l'occasione per conoscere la vera realtà degli stabilimenti Chrysler tanto edulcorata dai nostri mass-media.



Siete tutte e tutti invitati a partecipare!



VENERDì 5 OTTOBRE ALLE ORE 21 PRESSO IL CIRCOLO FUORILUOGO - CORSO BRESCIA 14- Torino



mercoledì 3 ottobre 2012

Mozione Congresso di Sinistra Critica Torino, sulla FIAT

LA FIAT E’ UN BENE PUBBLICO. TOGLIAMOLO DALLE MANI DI MARCHIONNE E AGNELLI PER DARLO AI LAVORATORI E AI CITTADINI





Le vicende del più grande gruppo industriale italiano, il Gruppo Fiat, sono emblematiche dei processi economici, industriali e sociali che si stanno producendo nel nostro paese. Costituiscono l’esemplificazione chiara e drammatica delle scelte della classe dominante, del totale allineamento a queste scelte delle forze politiche maggioritarie della borghesia, delle difficoltà della classe lavoratrice a resistere agli assalti frontali, infine della vergognosa capitolazione della gran parte dei gruppi dirigenti sindacali.



1. Il disegno americano di Marchionne

Il disegno di Marchionne e della famiglia Agnelli, per chi ha voluto vederlo, è del tutto chiaro da molti anni: un processo di progressiva riduzione dei progetti industriali e degli insediamenti produttivi in Italia, uno spostamento di interessi e del baricentro decisionale negli Stati Uniti, in funzione anche di una valorizzazione finanziaria a scapito di quella produttiva, nel quadro della gravissima situazione di sovrapproduzione nel settore auto. A differenza di quanto hanno voluto far credere non è stata la Fiat a conquistare la Chrysler; al contrario, la casa torinese è stata integrata nella multinazionale americana e nella sua nuova missione produttiva e finanziaria, con l’obbiettivo di salvaguardare gli interessi degli azionisti storici di riferimento.

Per impedire che in questi anni ci fosse una reazione forte dei lavoratori Fiat, ma anche dell’insieme della classe lavoratrice e dell’opinione pubblica, è stata costruita una invereconda sceneggiata, di promesse, di piani di sviluppo fantasiosi, di bugie, con politici, sindacalisti e, quel che è ancora più grave, di dirigenti istituzionali di ogni livello di governo che hanno fatto finta di crederci per impedire le giuste e necessarie reazioni dei lavoratori.



2. Il tentativo di mascherare una situazione drammatica

Una gigantesca e vergognosa falsa rappresentazione per cercare di mascherare quanto stava avvenendo: una direzione aziendale che calpesta i più elementari diritti democratici e costituzionali, il ricatto di Pomigliano prima e di Mirafiori poi, per imporre un patto leonino e disporre di lavoratori servi, a totale disposizione del padrone e con piena libertà di sfruttamento, la cancellazione degli accordi sindacali, la cacciata dei sindacati scomodi, dalla Fiom a quelli di base, la chiusura di Termini Imerese, poi della CHN di Imola, poi di Irisbus, la destrutturazione totale di Mirafiori che, nell’ultimo anno, ha visto la produzione quasi ridursi a zero e i lavoratori essere chiamati in fabbrica tre giorni al mese. Per non parlare di Pomigliano, la fabbrica ristrutturata, “liberata dai cattivi operai”, il nuovo modello produttivo che avrebbe dovuto girare a pieno ritmo, e che invece, di fronte a un crollo delle vendite, ha rimesso al lavoro solo una parte degli operai e che già riutilizza largamente la cassa integrazione.



3. Una partita decisiva

Ora la partita arriva a un tornante decisivo. Marchionne da anni ci dice che due stabilimenti in Italia debbono essere chiusi, come se mettesse all’asta chi offre di più in termini di disponibilità a farsi sfruttare. Forse non gli basta neanche questa misura drammatica di fronte alla dirompente crisi dell’auto. La direzione Fiat non si è neppure posta il problema, che pure agita per attaccare i diritti dei lavoratori, reggere la concorrenza in Europa e costruire delle buone auto.

Il progetto Fabbrica Italia non esiste più, tanto meno i 20 miliardi di investimenti fantastici che erano stati promessi. Di fronte a questa verità è semplicemente indecente l’ipocrisia e le false lamentele di tutti i servitori zelanti e compagni di merende del Dio Marchionne: quei sindaci torinesi che si sono succeduti, quei capi di governo, quei presidenti di regione e provincia, quei segretari di partito che hanno invitato i lavoratori a chinare il capo, ad accettare le imposizioni padronali per avere un lavoro, quel lavoro che nei progetti reali della Fiat non esisteva e che diventa sempre più un miraggio lontano. Sono oggi tutti vergognosamente falsi e solo un poco impauriti dal vuoto produttivo, dal deserto occupazionale che non solo più a Palermo, ma anche a Torino e dintorni si sta per realizzare; ma forse e soprattutto sono impauriti dal fatto di venire infine scoperti nel loro ruolo e che vasti settori di classe lavoratrice riescano a riprendere la strada della mobilitazione e della lotta. Per non parlare dei giornali e dei giornalisti, i chierici vocianti e ignoranti che hanno dato voce fino in fondo alle scelte padronali.

Perché il problema in una città e in una regione come Torino e il Piemonte non sono solo quei 14.000 che lavorano ancora a Mirafiori (non 5.000 come i giornali continuano a scrivere), ma quelle decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori dell’indotto (che qualcuno ha voluto far credere potesse vivere senza la Fiat) e che oggi si ritrova in ginocchio, e un intero assetto produttivo minacciando il futuro di un numero enorme di famiglie e di centinaia di migliaia di persone.

E questa situazione si riproduce in tutti quei territori dove sono insediati gli stabilimenti dell’ automotive e del suo vasto indotto.



4. Espropriare Marchionne e gli Agnelli. La Fiat deve essere in mano pubblica

In questi giorni la direzione Fiat e il governo stanno costruendo nuove cortine fumogene: dichiarazioni, polemiche, nuove false promesse e ridicoli “progetti” per il futuro, nessun impegno concreto, nessun investimento produttivo reale, e incertezza totale sulla sorte dei lavoratori, mentre, neanche troppo sotteraneamente, si lavora per ulteriori e concrete provvidenze statali all’azienda. Bisogna smascherare le nuove truffe. E’ arrivata l’ora per il movimento dei lavoratori di affrontare il problema in tutta la sua gravità, di costruire un movimento che blocchi il potere capitalista di Marchionne; serve un movimento unitario contro la chiusura di Mirafiori, ma anche di tutti gli altri insediamenti Fiat.

Marchionne e la famiglia Agnelli sono dei padroni assenteisti. La Fiat è vissuta, ha fatto profitti, come molte ricerche documentano e come è nel comune sentire dei cittadini, grazie ai miliardi (di lire e di euro) dei trasferimenti pubblici.

Ma soprattutto la Fiat è stata creata con il lavoro, l’ingegno, la fatica, lo sfruttamento di molte generazioni di lavoratori. I benefici sono andati ai suoi padroni; ai lavoratori solo un duro lavoro e molte volte neppure quello per il susseguirsi delle ristrutturazioni e dei licenziamenti; oggi siamo all’ultima ristrutturazione e all’ultimo licenziamento.

Di fonte alla catastrofe imminente il principale giornale della borghesia in un editoriale prende coraggio e scrive: “è forse il caso di affrontare la questione Fiat come una grande questione industriale del paese”, precisando naturalmente “nel rispetto dei ruoli di ciascuno”.

Anche noi pensiamo di avere di fronte una enorme questione industriale e il futuro del paese, ma proprio per questo Marchionne deve essere cacciato (vada pure in America o in Svizzera) e la famiglia Agnelli deve essere espropriata. La Fiat è un bene pubblico che deve tornare nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori, è un bene collettivo che appartiene al nostro paese.

Di fronte alle scelte della proprietà, si deve avere il coraggio di rompere i tabù, di rivendicare la nazionalizzazione della Fiat, il suo passaggio in mano pubblico. Solo in questo modo sarà possibile ridefinire un nuovo progetto che sappia individuare una nuova missione produttiva, difendere i posti di lavoro nella sua interezza e quindi il futuro di interi territori.

Ma questo si potrà fare solo con una grande partecipazione di tutti, lavoratori, tecnici, ingegneri e dei soggetti sociali e sindacali. E’ possibile e necessario costruire un nuovo grande progetto di mobilità sostenibile in funzione dei bisogni delle persone e della società, un nuovo piano dei trasporti che abbia al centro la mobilità collettiva, che sappia difendere l’ambiente e nello stesso tempo garantire lavoro stabile e retribuito decentemente. Solo in questo modo si può salvare un patrimonio di conoscenze, di capacità, di tecnologia che è stato costruito nel corso degli anni.

E’impensabile che si possa continuare semplicemente a produrre sempre più macchine, in una concorrenza feroce tra case produttrici che mettono uno contro gli altri i lavoratori, che determina una sovrapproduzione sempre più grande e un ulteriore deterioramento ambientale. Marchionne ha ragione solo su una cosa, che il mercato capitalistico sta schiacciando la Fiat; ma questo è la logica infernale del mercato e del sistema capitalista che vogliamo mettere in discussione.



5. Un nuovo progetto per i trasporti, una grande riconversione produttiva

Sono quindi necessari, pur nell’ambito di una riqualificazione del settore auto, processi complessi di riconversione. Anche per queste ragioni solo il pubblico, solo lo stato, con il controllo dei diretti interessati, i lavoratori coinvolti e i cittadini, possono farlo. Così come solo il pubblico, espropriando Riva, può salvare Taranto e produrre l’acciaio pulito che serva a produzioni utili e necessarie.

In questi giorni si parla molto, a partire dal Corriere della Sera, di un possibile intervento di un produttore tedesco per rilevare l’Alfa e possibilmente un insediamento produttivo Fiat che “gli specialisti” dei giornali danno ormai per morto. Ancora una volta, come per l’Alcoa, come per altre fabbriche si chiede a qualche altro capitalista d’intervenire, di salvare la fabbrica e qualche posto di lavoro. Il tutto, sempre nella logica dei capitalisti, del loro profitto e dei loro interessi; ai lavoratori al massimo la briciola di un duro lavoro.

Non può essere questa la strada; la soluzione è solo quella di un rinnovato intervento pubblico; eventuali accordi parziali con produttori privati del settore automobilistico, che potrebbero anche essere necessari per fronteggiare una situazione così drammatica, avrebbero senso e sarebbero utili solo se inseriti nella progettualità più complessiva prima richiamata e in una regia pubblica sotto controllo dei lavoratori.



6. L’unità delle lavoratrici e dei lavoratori per vertenza europea dell’auto

La crisi di sovrapproduzione dell’auto nel mondo e in particolare in Europa, con le diverse case che chiudono stabilimenti e impongono contemporaneamente ritmi sempre più intensi ai lavoratori, per battere la concorrenza e aumentare la produttività, contrapponendo un settore di lavoratori a un altro, spingendo gli uni a sperare di mantenere un lavoro a scapito di un'altra fabbrica o di operai di altro paese, obbliga il movimento operaio a recuperare uno spirito, una progettualità e pratiche sindacali internazionaliste. Senza questa nuova capacità di fronteggiare un padrone che ha sempre più strumenti che travalicano le singole frontiere non può che esserci la più dura delle sconfitte.

Oggi migliaia di posti di lavoro sono in discussione in Italia come in Francia, in Spagna come nella stessa Germania. Conosciamo come la Fiat a Tychy in Polonia abbia ridotto gli organici espellendo il vasto polmone dei lavoratori interinali. Serve l’unità della classe lavoratrice, serve una mobilitazione unitaria, almeno europea, per difendere il posto e le condizioni di lavoro in tutta l’industria dell’auto e del suo vastissimo indotto. C’è un’unica strada: una piattaforma rivendicativa comune, un coordinamento delle organizzazioni sindacali che vogliono svolgere la funzione di difesa degli interessi del lavoro; servono lotte e mobilitazioni comuni; serve una vertenza europea del settore automotive. Ai padroni che chiedono ai lavoratori di essere la carne da cannone della guerra commerciale che conducono contro gli altri padroni, contrapponiamo l’unità di classe delle lavoratrici e dei lavoratori non solo tra tutte le fabbriche di una casa automobilistica, ma tra tutti quelle e quelli che in Europa lavorano nel settore dell’automotive. E serve una rivendicazione unificante che esprima il rigetto dei licenziamenti: la riduzione per tutti dell’orario di lavoro, a parità di salario, cioè la redistribuzione del lavoro esistente tra tutti coloro che ne hanno bisogno. Questa rivendicazione non deve essere considerata una chimera, è stata avanzata e praticata con successo nel passato (a partire dall’autunno caldo del ’69), nella travagliata storia del movimento dei lavoratori per migliorare la propria condizione lavorativa e difendere e allargare l’occupazione. E’ una necessità e una possibilità.



7. Una mobilitazione unitaria dalla Sicilia al Piemonte

Sinistra Critica, che in questi anni si è sempre battuta a fianco della FIOM e dei sindacati di base, le uniche forze sindacali che hanno cercato di opporsi alla violenza padronale, denuncia le politiche della Fiat, della proprietà capitalista, il ruolo di un governo e di una maggioranza bipartisan che gli regge bordone.

Sinistra Critica invita tutte le forze politiche e sociali che si battono per i difendere il lavoro e i diritti della classe lavoratrice a un grande sforzo nella promozione di una mobilitazione unitaria dalla Sicilia al Piemonte che tenga insieme tutte le aziende del gruppo e quelle dell’indotto per bloccare l’azione di Marchionne e smascherare le mille trappole che i suoi sostenitori stanno mettendo in atto. Propone la costituzione di un ampio raggruppamento per difendere il lavoro e per dare un futuro a tutti i territori oggi coinvolti nel processo di dismissione degli Agnelli.

Si impegna con le proprie forze a contribuire alla costruzione di questo schieramento e a difendere una prospettiva internazionalista di unità delle lavoratrici e dei lavoratori al di sopra delle frontiere. Invita tutte i suoi militanti a produrre il massimo sforzo per costruire una campagna contro le ingiustizie del sistema capitalista e per riaffermare che “le nostre vite valgono più dei loro profitti”.





Sinistra Critica Torino

Torino, 23 settembre 2012



Mozione Congresso di Sinistra Critica Torino ,Solidarietà NO TAV

Quest'estate si è assistito ad un salto di qualità nella repressione del movimento No Tav. Nel corso del campeggio di Chiomonte, che ha avuto una buona partecipazione di giovani provenienti da tutta Italia e non solo, sono stati inoltrati una serie di provvedimenti di allontanamento e di non ritorno dalla Val di Susa a carico di decine e decine di militanti No Tav, tra cui anche ad alcuni compagni di Sinistra Critica, mentre a Trento sono stati raggiunti da un provvedimento di arresto due compagni anarchici.

Stupiscono le motivazioni dei provvedimenti. Si è tornati al divieto di manifestare persino le proprie opinioni? Nel primo caso infatti si è contestato la volontà di protestare contro il passaggio di un treno pieno di scorie nucleari, cosa poi non avvenuta per l'ingente spiegamento delle forze dell'ordine. Si accusa, inoltre, tra le altre cose, l'anarchico Passamani di essere il coanimatore (sic!) delle assemblee in Val di Susa, una sorta di “regia occulta della sovversione”.

E' evidente che l'obiettivo è sconfiggere il movimento che più di tutti smaschera il sostegno alle imprese e ai profitti privati attraverso l'impiego di denaro pubblico per grandi opere inutili e costosissime ed evidenzia l'incompatibilità di queste opere con la democrazia e la partecipazione popolare.

A tal fine ogni mezzo è lecito: si arriva persino a distorcere il diritto, prefigurando reati in vigore durante il fascismo.

Nel frattempo la militarizzazione della valle continua così come la devastazione della Clarea. Le ruspe stanno distruggendo porzioni sempre più consistenti di bosco, mentre conquista metri su metri il muro della vergogna che protegge il cantiere.

Come Sinistra Critica esprimiamo la solidarietà ai militanti No Tav colpiti dai provvedimenti, respingiamo ogni forma di repressione e censura . Ribadiamo, infine, il nostro impegno a fianco del popolo No Tav nel corso delle mobilitazioni future che verranno discusse all'assemblea di Bussoleno del 26 settembre.



Mozione Congresso di Sinistra Critica Torino,sulle politiche del Comune di Torino

Da molti anni la città è governata da giunte di centrosinistra che si sono caratterizzate per una forte subalternità ai poteri forti della città (dalla Fiat alla banca San Paolo) accettandone e gestendone le scelte dentro in un quadro di politiche liberiste che hanno determinano un progressivo declino industriale, una riduzione dei servizi, un contesto di precarietà del lavoro sempre più ampio, un massiccio ricorso alla cassa integrazione, un senso sempre più largo di insicurezza in ampi settori della popolazione: le misure economiche degli ultimi anni, prima del governo Berlusconi e poi del governo Monti, quest’ultime fortemente sostenute dai maggiori partiti che compongono anche la maggioranza in comune, stanno esasperando a dismisura questa situazione di crisi e di degrado delle condizioni di vita della classe lavoratrice e della altre classi subalterne.




La gestione politica del comune dipende sostanzialmente da un PD liberal migliorista, una forza che della sua vecchia tradizione ha tenuto l'impianto stalinista del partito che si fa Stato e che usa questa posizione per consolidare il controllo del territorio. Controllo che si garantisce attraverso la sua leva storica che è la lega delle cooperative, a cui recentemente sono state aggiunte le fondazioni che inghiottono pezzi di welfare solo formalmente rimasto pubblico (vedi i musei e il post olimpico), il cosiddetto privato sociale (il Terzo settore) e la Fondazione Sanpaolo (fra l'altro azionista di Cassa Depositi e prestiti).



Grazie a questo impianto ha avviato fin dagli anni 90 la lunga marcia delle privatizzazioni, all'inizio mascherate dalla sussidiarietà, che hanno peggiorato sia il servizio reso che la qualità e le condizioni di lavoro degli addetti, in un rapporto sostanzialmente spartitorio con le organizzazioni cattoliche.

In particolare vanno sottolineate le politiche di esternalizzazione e sostanzialmente di precarizzazione del lavoro nei settore dell’assistenza (servizi per anziani, supporto all’handicap, educativa territoriale, comunità alloggio per adolescenti e senza tetto); nel settore culturale sono state fatte scelte sciagurate sui musei amministrati dalla città, che, ha portato centinaia di persone a rimanere senza stipendio dal gennaio 2012. Il collateralismo della direzione CGIL ha giocato un ruolo determinante nel supportare queste scelte della giunta comunale.



L’amministrazione comunale ha ripetutamente preteso un taglio del salario delle lavoratrici e dei lavoratori, imponendo infine un “accordo”, respinto dalle RSU, ma firmato dai sindacati territoriali, sulla “riduzione del costo variabile del lavoro” per un ammontare complessivo di 8.580.000 euro (circa il 5% in meno nelle tasche dei dipendenti comunali).



Parallelamente le forze del centrosinistra hanno sostenuto la Fiat nel suo attacco al lavoro e ai suoi diritti, non lavorando mai realmente per una seria e vera diversificazione produttiva, accampando l'illusione che una città di quasi un milione di abitanti, potesse accettare la riduzione del settore industriale e potesse vivere di turismo e di una bolla immobiliare foraggiata solo per averne in cambio miseri diritti edificatori.



Infine il Comune, attraverso le sue scelte che vanno dalle Olimpiadi, al sostegno alle altre grandi opere distruttive ed inutili, alla cementificazione del territorio operato insieme alla provincia, all’utilizzo dei derivati, è riuscito a creare un debito enorme, il più grande d’Italia, che pesa come un macigno sulle spalle delle cittadine e dei cittadini e che oggi viene utilizzato per giustificare i tagli e la riduzione del Welfare.



E’ sulla base di questa politiche e di questa amministrazione della città che la borghesia ha sempre preferito ai partiti della destra, le forze del centro sinistra, loro alleate, che meglio di chiunque altro potevano garantire un maggiore consenso tra i cittadini e una relativa pace sociale, evitando forme di conflitto acuto e tanto più una ripresa della lotta di classe da parte dei lavoratori. Come ormai appare chiaro a tutto a praticare la lotta di classe, contro i lavoratori, sono i padroni, a partire da Marchionne.



Sinistra Critica ha cercato di costruire in questi anni sul piano sociale e politico un opposizione di sinistra a questo schieramento filopadronale e alle sue politiche, cercando di costruire il massimo di solidarietà attorno alle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.

Ci siamo opposti alle scelte del comune perché non fanno gli interessi dei cittadini e non tutelano i diritti universali. Abbiamo sostenuto ed affiancato tutte le forme di resistenza alle politiche liberiste, combattendo in primo luogo i processi di privatizzazione. Tra queste ricordiamo la recente lotta per mantenere pubblici gli asili nido, quella dei “non dormienti”.

Più che mai è necessario costruire una alternativa politica e sociale anche nella nostra città. Una alternativa di sinistra che abbia come punti fermi, la difesa dei lavoratori e dei loro diritti, la difesa di un welfare universale, la difesa del territorio e dell’ambiente contro il consumo del suolo e il potere invasivo e distruttivo della rendita fondiaria, la lotta contro le privatizzazioni che si estendono a sempre più ad ampi settori economici e sociali.

Per questo oggi vogliamo partecipare e costruire insieme a tante altre forze un movimento per un audit sul debito cittadino, cioè un movimento che chieda di verificare da dove arriva il mostruoso debito che opprime la città, attraverso quali scelte e quali cause si sia prodotto, quanto quella parte del debito sia legittimo e quanto invece sia del tutto illegittimo, determinato da scelte inique o direttamente da operazioni speculative legate agli interessi di qualche potentato economico che ne ha tratto vantaggio.

Una operazione di trasparenza e pulizia, per respingere il ricatto del debito e per progettare una nuova politica al servizio delle cittadine e dei cittadini.



Sinistra Critica Torino

domenica 16 settembre 2012

3° congresso di Sinistra Critica

Congresso provinciale di Torino di SINISTRA CRITICA
Il Congresso nazionale di Sinistra Critica si svolgerà dal 28 al 30 settembre 2012 a Trevi in Umbria. Il testo base del congresso “Un nuovo progetto“ è stato varato ed approvato dal Coordinamento nazionale alla fine di maggio. Una minoranza di compagne e compagne del coordinamento (circa 1/3) ha presentato alcuni ampi emendamenti alternativi.
Il Congresso provinciale di Sinistra Critica di Torino si svolgerà domenica 23 settembre 2012 con inizio alle ore 9,30 (conclusione ipotizzata intorno alle 17,30) al circolo Fuori Luogo di corso Brescia 16 c . E’ previsto un buffet per l’interruzione del pranzo.



giovedì 14 giugno 2012

martedì 12 giugno 2012

sabato 24 marzo 2012

I 18 punti che Fornero non ha spiegato

Doveva essere l'ultimo punto della riforma e invece l'articolo 18 è l'elemento regolatore dell'iniziativa del governo. Ecco quindi che abbiamo selezionato 18 domande che aiutano a spiegare le modifiche in programma.


Salvatore Cannavò

Da Il Fatto quotidiano



1) E' vero che l'articolo 18 varrà per tutti?

Il governo dice che è esteso anche alle aziende con meno di 15 dipendenti la regolamentazione del cosiddetto licenziamento discriminatorio determinato “da ragioni di credo politico o fede religiosa, dell'appartenenza ad un sindacato e dalla partecipazione ad attività sindacabili” o per “discriminazione sindacale, politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull'orientamento sessuale”. In questi casi il licenziamento è nullo, cio

è è come se non fosse mai esistito e, in forza dell'articolo 18, si viene reintegrati al posto di lavoro. Ma la sua applicabilità per tutti i lavoratori a prescindere dal numero dei dipendenti di una determinata azienda era stata già stabilita dalla legge 108 del 1990



2) Ma è possibile che un licenziamento discriminatorio venga camuffato da licenziamento economico o disciplinare?

E' quello che avviene nella maggiorparte dei casi. L'impresa, ad esempio, dichiara di avere esubero di personale, o riduzione dl fatturato, e licenzia quel lavoratore o quella lavoratrice che a suo giudizio non rende abbastanza o magari è troppo vicina al sindacato o altro ancora. Può succedere che quel posto di lavoro soppresso venga successivamente offerto a un altro dipendente. Se il lavoratore licenziato, a regime attuale, fa ricorso contro il licenziamento ingiustificato – perché in effetti il posto di lavoro è occupato da altri – e vince viene reintegrato con il pagamento degli stipendi arretrati. Con le norme del governo Monti, invece, se ottiene soddisfazione dal giudice al massimo beneficierà di indennizzo compreso tra le 15 e le 27 mensilità.



3) Ma c'è anche una terza gamma di licenziamenti, quella disciplinare. Cosa vuol dire?

Si tratta di quei licenziamenti definiti per giustificato motivo soggettivo e/o per giusta causa, riconducibili a presunti inadempimenti contrattuali o comportamenti illeciti del lavoratore.
 Attualmente il giudice, ove ritenga che i fatti addebitati siano inesistenti, ovvero che il licenziamento sia una sanzione non proporzionata all’infrazione, nelle aziende con più di 15 dipendenti ordina la reintegrazione, mentre in quelle con meno di 16 condanna ad un’indennità non superiore alle 6 mensilità.
 Da domani, invece, il giudice potrà scegliere tra reintegro e indennizzo, in questo caso compreso tra le 15 e le 24 mensilità.



4) Che vuole dire "modello tedesco"?

E' esattamente questo, la possibilità che sia il giudice a scegliere tra reintegro e indennizzo. Vale per i licenziamenti "disciplinari" ma non vale per quelli "economici". Ed è su questo che si concentrerà la richiesta del Pd e, in parte, della Cgil



5) L'articolo 18 quindi resiste o è di fatto cancellato?

Resiste sul piano astratto e di principio ma di fatto viene sostanzialmente cancellato.



6) Non basta la tutela dell'indennizzo?

Nessuno procede a un licenziamento per ragioni discriminatorie ma si procede per via “economica” o “disciplinare”. E' il reintegro, che, va ricordato, è l'unica norma stabilita dall'articolo 18, è il contrasto più efficace a disposizione dei lavoratori.



7) Ma che vantaggio hanno i precari dall'articolo 18?

In caso di contenzioso con il datore di lavoro, per vedersi riconosciuto un legittimo contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, questi beneficierebbero in caso di vittoria dell'articolo 18 e questo aumenta il loro potere contrattuale.



8) Il governo dice che invece riequilibra il mercato del lavoro tra giovani e vecchi.

All'inizio della trattativa sembra fosse così. Si ricorderà l'enfasi che è stata messa sulle proposte di Pietro Ichino o Tito Boeri, entrambi propugnatori di un “contratto unico” sia pure con tipologie diverse. Nella riforma il contratto “unico” non c'è e non c'è nemmeno la soppressione delle circa 46 tipologie contrattuali diversi attualmente esistenti. Non c'è nessun ingresso stabile e ordinato nel mercato del lavoro, magari con un diritto in meno. Si entra come prima solo che in alcuni casi si può beneficiare di qualche vantaggio.



9) Le modifiche cambiano qualcosa per gli statali?

Secondo il Dipartimento della Funzione pubblica si, in caso di licenziamento ingiustificato, il reintegro sarebbe assicurato solo in caso di licenziamento discriminatorio. Per i licenziamenti per motivi economici che risultassero illegittimi, al lavoratore andrebbe solo un indennizzo economico. I sindacati però, tutti, contestano questa interpretazione perché l'articolo 18, rinnovato, si applicherà solo ai dipendenti del settore privato.



10) Quali sono i vantaggi della riforma?

Si prevedono una serie di vincoli e controlli sui contratti atipici: il contratto a progetto deve avere un “progetto” definito che lo faccia rifuggire dalla prestazione di lavoro subordinato. In particolare le Partite Iva se esercitano la prestazione presso il committente – cioè sono di fatto lavoro subordinato – dopo sei mesi vanno regolarizzate. Scompare l'Associazione in partecipazione – cioè le commesse dei negozi “socie” del loro titolare per aggirare i contributi e le tasse – che sarà riservata solo a genitori e figli. Sicuramente utile è l'aliquota dell'1,4 per cento che i contratti a tempo determinato dovranno pagare in più rispetto a quelli a tempo indeterminato. Sono rafforzativi ma non una riforma in senso proprio e sono tutte misure facilmente aggirabili.



11) Quindi i precari saranno più tutelati?

E' utile aver stabilito che un contratto “precario” reiterato per 36 mesi consecutivi, compresi anche i periodi di vacanza tra un rapporto e l'altro, presso lo stesso datore di lavoro devono essere stabilizzati. Lo fece anche il governo Prodi nel 2007. Ma è comunque una misura aggirabile.



12) E per chi è in mobilità?

La mobilità è destinata a scomparire dal 2017 ma nel periodo transitorio ci sarà una tutela decrescente per i lavoratori sopra i 49 e 55 anni che accompagni le norme attuali verso quelle future. Oggi la mobilità copre fino a 48 mesi mentre la nuova protezione sociale, l'Aspi, arriva al massimo a 18 mesi per i lavoratori sopra i 54 anni.



13) Non c'è il rischio che tanti lavoratori anziani, dopo l'innalzamento della pensione, restino senza lavoro e senza reddito?

Questo è il rischio più paventato dai sindacati. Il governo vuole istituire un Fondo per i lavoratori anziani che sarà pagato dalle aziende e dovrebbe fornire un sussidio su base assicurativa. L'aliquota contributiva individuata è dello 0,5 per cento.



14) Che differenza c'è tra l'Aspi e la disoccupazione e la Cassa integrazione?

Il nuovo modello prevede sostanzialmente due gambe: Cassa integrazione e Aspi. La prima accompagna coloro miliardiche mantengono il posto di lavoro e resta come quella attuale tranne nel caso della Cassa integrazione straordinaria per cessata attività che viene abolita. L'Aspi tutelerà i dipendenti del settore privato e i pubblici con contratto a tempo determinato ma anche gli apprendisti e gli artisti. Per beneficiarne occorrerà aver versato contributi per 52 settimane negli ultimi due anni, quindi è difficile che ne possano godere i tanti lavoratori precari soprattutto se saltuari.



15) Quanto ha stanziato il governo?

Su questo finora non ci sono stati chiarimenti. Le indiscrezioni parlano di 1,7-1,8 miliardi che Fornero assicura siano stati già reperiti. Sono meno di quanto previsto (2) e non è chiaro soprattutto quanto sia la spesa complessiva finale. Oggi per ammortizzatori sociali si spendono più di 20 miliardi di euro.



16) Cosa cambia per gli stagisti?

Dopo la laurea o dopo un master, se si va in azienda non lo si farà con uno stage gratuito, ma occorre attivare una collaborazione o un lavoro a tempo determinato. L'obiettivo del governo è eliminare gli stage gratuiti e pagare il lavoro svolto.



17) E' vero che scompare la norma sulla dimissioni in bianco?

Sì, è prevista una norma di questo tipo contro le dimissioni firmate in bianco al momento dell'assunzione soprattutto da lavoratrici. E' un modo in cui l'azienda si tutela contro le possibili maternità.



18) I precari potranno impugnare i contratti contestati in termini più agevoli?

E' l'intenzione annunciata dal ministro Fornero, elmiminare l'onere di impugnazione stragiudiziale (con un conciliatore esterno) entro 60 giorni dalla cessazione del contratto stesso. Un termine troppo stretto che esponeva un lavoratore precario a una rottura troppo rapida con il datore di lavoro oppure a rinunciare a far valere i propri diritti. Allo stesso tempo, il termine per ricorrere in giudizio è ridotto da 330 a 270 giorni

La Cgil all'angolo costretta ad attaccare




Il sindacato di Camusso reagisce alla riforma dell'articolo 18 con lo sciopero generale. Ma nel suo direttivo nazionale non difende più il provvedimento "così com'è" bensì punta al "modello tedesco"

Salvatore Cannavò

Da Il Fatto quotidiano



La Cgil è costretta a salire di nuovo sulle barricate. La determinazione di Monti a modificare strutturalmente l'articolo 18 e ad affossare la concertazione hanno lasciato il sindacato di Susanna Camusso senza sponde. E per il momento a prevalere è il sindacato di lotta. Dal Direttivo nazionale riunito ieri per tutta la giornata vengono fuori ben 16 ore di sciopero, 8 per le assemblee e altre otto in un'unica giornata da decidere in relazione all'iter parlamentare; assemblee ovunque, una petizione per raccogliere milioni di firme, una campagna nazionale a tappeto. La Cgil si mette pancia a terra per raggiungere un solo obiettivo, illustrato da Susanna Camusso: “La riconquista del reintegro”. Perché la riforma “colpisce i lavoratori” e il governo è interessato a inviare un solo messaggio: “In Italia si può licenziare”. Dieci anni fa – la ricorrenza è domani, 23 marzo – lo stesso sindacato portò a Roma, al Circo Massimo, circa tre milioni di persone e il segretario di allora, Sergio Cofferati, bloccò il tentativo del governo Berlusconi – il ministro era Roberto Maroni – di modificare l'articolo 18. Quella riforma era più blanda di quella avanzata da Monti ma oggi la Cgil non sembra avere la forza di allora anche se la rabbia per lo smacco subito è evidente. “Sull'articolo 18, continua Camusso, Monti non ha mai voluto mediare” ma questa riforma “non porterà nemmeno un posto di lavoro in più”. E dunque ci si prepara a una fase di scontro per cercare di rientrare in gioco.



Ma, contestualmente al profilo di lotta, la Cgil ha anche un'anima trattativista e la prospettiva di finire all'angolo in compagnia della sola Fiom – che ieri ha definito “una follia” la cancellazione dell'articolo 18 dicendosi “pronta a tutto” – non piace a molti. Ed ecco che nello stesso direttivo delle 16 ore di sciopero si è sviluppata una accesa discussione sull'obiettivo di questo sciopero. Difendere l'attuale norma dello Statuto dei lavoratori al grido di “l'articolo 18 non si tocca” oppure cambiare le scelte del governo e cercare di attestarsi su una formulazione almeno migliorativa di quella proposta da Monti e Fornero? Nella sua relazione, il segretario confederale Fulvio Fammoni ha proposto la seconda soluzione facendo capire che sarebbe un risultato ottenere anche per il licenziamento economico l'opzione tra reintegro e indennizzo stabilita dal giudice. E il segretario dei Chimici, Alberto Morselli è stato più chiaro: "Serve una proposta della Cgil da portare al tavolo già domani (oggi, ndr). Una proposta che risulterebbe comunque utile anche al confronto parlamentare”. La questione, alla fine, resta quella del delicatissimo rapporto con il Pd. In conferenza stampa Camusso non ha voluto dire nulla sul partito di Bersani: “E' già faticoso dire che cosa facciamo noi, non possiamo caricarci di cosa deve fare il Pd”. In realtà i due soggetti sono intrecciati perché Bersani ha bisogno ancora di un appiglio per cercare di difendere in Parlamento la possibilità di un “miglioramento” della riforma non tanto per convincere Monti ma per convincere il suo stesso partito. Ma su questo punto si è scatenato un fuoco di fila di interventi contrari: la sinistra di Cremaschi e Rinaldini, naturalmente Landini, la Funzione pubblica di Rossana Dettori, la Cgil di Torino, quella emiliana, i Trasporti e in particolare la Scuola con Mimmo Pantaleo.



Alla fine Maurizio Landini e Nicola Nicolosi (della maggioranza) si vedono respingere con 30 voti a favore contro 73 un emendamento che chiede di difendere l'articolo 18 così com'è. Il documento finale viene approvato con 95 voti a favore 13 astenuti e 2 contrari (l'area di Cremaschi) un risultato comunque apprezzato dalla maggioranza che decide di investire su una mobilitazione che “ricostruisca la deterrenza” dell'articolo 18 e quindi provi a riconquistare la reintegra. Potrebbe essere il “modello tedesco” che lascia al giudice la possibilità di scegliere tra indennizzo e reintegro. A lasciare aperta la possibilità di una trattativa ancora da completare è anche la Uil che ha tenuto ieri la sua direzione nazionale lasciando “sospeso” il giudizio sulla riforma in attesa di alcune modifiche. In particolare la possibilità per le rappresentanze sindacali di intervenire sui motivi che stanno alla base dei licenziamenti economici. Non è la possibilità del reintegro che chiede la Cgil ma lascia spazio per una dialettica con il Parlamento. Anche Bonanni dice che il Parlamento “può migliorare” le norme e che “se il Parlamento ci chiede una mano gliela diamo”. Insomma, Cgil e Pd cercheranno di aiutarsi l'un l'altra ma non è detto che riescano a farlo. Per ora non resta che la lotta.

martedì 20 marzo 2012

Là dove non riuscì Berlusconi

Monti cancella l'articolo 18. La Cgil dice no ma rimane sola. La parola ora passa al Parlamento e quindi anche al Pd. Contro la precarietà c'è poco o niente






Alla fine il governo ha scelto la linea dura: riforma pesante dell'articolo 18 con l'eliminazione sostanziale del diritto al reintegro nel caso dei licenziamenti economici. Monti lo ha comunicato piuttosto soddisfatto al termine del vertice a Palazzo Chigi sottolineando che per il governo “la questione è chiusa” e che sul testo c'è “l'accordo di massima di tutte le parti sociali tranne la Cgil”. Ma la linea dura si accompagna anche a un espediente negoziale basato sul rinvio a giovedì e sulla firma di un “verbale conclusivo” che consente al governo di raggiungere due obiettivi: finirla con la concertazione cioè con gli accordi e i patti limati fino all'ultima virgola e all'ultimo momento e, allo stesso tempo, mantenere aperta ancora un minimo di discussione. Dopo l'incontro di ieri, infatti, le parti si ritroveranno giovedì prossimo, dopo il direttivo della Cgil e la direzione Uil , non per firmare o meno un documento ma per redigere “un verbale” sulla base del quale stendere le norme che il governo porterà in Parlamento. Quest'ultimo, secondo Monti, resta “l'interlocutore privilegiato” il che significa che non si procederà con un decreto-legge ma probabilmente con una legge-delega (si deciderà “con il Capo dello Stato”, dice Monti). Si tratta di una disponibilità a tenere aperto il dibattito che in realtà creerà problemi solo al Pd e che, invece, soddisfa Cisl e Uil. Il segretario della prima, Bonanni, esulta dice che a lui la riforma “piace” si disponde a strappare ancora dei miglioramenti mentre Luigi Angeletti sostiene che “per dare un giudizio positivo occorrono delle modifiche”. La Cgil, dal canto suo, rimane fuori anche se non è costretta a sancire la spaccatura sindacale con una firma su un documento. Però resta sola e Camusso, nella conferenza stampa finale, non può che attaccare il piano del governo - "è squilibrato" - e annunciare che la Cgil "si metterà alla testa di un movimento" per cambiare le carte. Un annuncio di mobilitazione i cui termini saranno definiti al direttivo.

Di fatto l'articolo 18 sparisce. Rimarrà solo per i licenziamenti “discriminatori”, anzi sarà esteso anche alle imprese sotto i 15 dipendenti. In questo caso ci sarà sempre il reintegro.Ma per i licenziamenti più diffusi, quelli economici, non ci sarà più il reintegro ma solo un indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità dell'ultima retribuzione (che però sembrano troppe al rappresentante delle piccole imprese). Per i licenziamenti disciplinari, infine, sarà il giudice a stabilire se l'ingiustificato motivo dia diritto al reintegro (nei casi più gravi) o all'indennizzo fissato al massimo in 27 mensilità (ma non c'è minimo). Nessuna stretta sui contratti atipici, nessuna eliminazione di flessibilità - tranne le associazioni in partecipazione e una stretta sulle partite Iva - e anche l'apprendistato non darà diritto automaticamente alla stabilizzazione. Viene eliminata la norma delle dimissioni in bianco, introdotti i "congedi di paternità" e alle piccole imprese viene tolto l'aggravio dell'1,4 per cento sui contratti a tempo determinato per gli stagionali e i sostitutivi. Ripristinato anche il limite dei 36 mesi per un contratto flessibile oltre il quale diventa indeterminato.

Insomma, in cambio della fine dell'articolo 18 non si ottiene nulla, anche la nuova Assicurazione sociale per l'impiego (Aspi) di fatto sostituisce la disoccupazione ma elimina la mobilità che resta per un periodo transitorio più lungo, fino al 2017, ma poi scompare. E anche la Cassa integrazione rimane intatta nell'ordinaria ma dimagrisce nella straordinaria. Un colpo duro, quindi, che non era riuscito nemmeno al governo Berlusconi.

Sa.Can.

L'articolo 18 al capolinea



Prevedere la sola sanzione economica in luogo della reintegrazione lascia spazio a facili abusi, potendosi “battezzare” come licenziamenti economici anche quelli che trovano invece le loro ragioni altrove.
Alberto Piccinnini*
Cercando di districarsi nella girandola di informazioni che noi comuni mortali ritroviamo nei vari organi di stampa, un primo punto sembra incontroverso: i nemici da sempre dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ritengono di avere l’opportunità di portare a casa un ricco bottino. Nonostante questo rivelano un’incontenibile avidità che sembrerebbe non farli accontentare neppure di risultati fino a pochi mesi fa assolutamente impensabili. Ma andiamo ad esaminare nel dettaglio le tre fattispecie sulle quali ruotano le più disparate ipotesi di “manutenzione” (= depotenziamento) dell’art. 18.
Licenziamento discriminatorio. Su questo anche i più agguerriti falchi sono disposti a concedere la sopravvivenza della reintegrazione nel posto di lavoro, così come prevista dall’attuale articolo 18. Non si illuda l’ingenuo lettore che si tratti di una generosa concessione: in tutti i Paesi del mondo i comportamenti discriminatori sono sanzionati pesantemente e per quanto riguarda, nello specifico, il licenziamento disciplinare, va detto che in concreto i casi in cui un giudice abbia potuto accertare la natura discriminatoria del recesso sono rarissimi. L’onere di dimostrare l’intento discriminatorio incombe infatti sul lavoratore, che in un atto individuale non può neppure fare ricorso ai dati statistici, utilizzabili invece nelle sole discriminazioni collettive. Bisogna quindi aver la piena consapevolezza che questa “concessione” altro non è che uno specchietto per le allodole.
 Licenziamento disciplinare. Con questo termine si intendono quei licenziamenti che i tecnici definiscono per giustificato motivo soggettivo e/o per giusta causa, riconducibili a presunti inadempimenti contrattuali o comportamenti illeciti del lavoratore. Attualmente il giudice, ove ritenga che i fatti addebitati siano inesistenti, ovvero che il licenziamento sia una sanzione non proporzionata all’infrazione, nelle aziende con più di 15 dipendenti ordina la reintegrazione, mentre in quelle con meno di 16 condanna ad un’indennità non superiore alle 6 mensilità. Due sono le soluzioni “manutentive” che ad oggi risultano prospettate, in caso di accertamento della illegittimità del licenziamento: 1) che sia il giudice a decidere se applicare la reintegrazione o disporre un risarcimento solo economico; 2) che vi sia solo il risarcimento economico. Sulla prima la mia personale opinione, per quanto poco conti, è che non vi sono ragioni collegabili alla crisi economica in atto per una modifica dell’attuale normativa. Ma è la seconda soluzione che desta gravissime preoccupazioni, perché foriera di abusi sfacciati. Per un datore di lavoro, infatti, che si volesse liberare di un dipendente per le più svariate ragioni (ad esempio perché si assenta troppo dal lavoro per sottoporsi a cicli di chemioterapia) basterebbe contestare allo stesso di aver guardato male il caporeparto, licenziarlo per motivi disciplinari (palesemente illegittimi) e investire un piccolo capitale per liberarsi del dipendente “improduttivo”. Licenziamento per motivi economici ed organizzativi.Si chiede con forza una maggiore flessibilità in uscita per queste causali, prospettando falsamente l’attuale impossibilità dell’imprenditore di ridurre il proprio personale in presenza di un calo di ordini, di una contrazione del fatturato e, in genere, per mancanza di lavoro dovuta alla crisi economica. I politici che continuano a sbandierarci questa drammatica situazione gettano solo del fumo negli occhi, in quanto questi licenziamenti già comunemente avvengono nella vigenza dell’art. 18, applicabile, giova ripeterlo, solo ai licenziamenti ingiustificati. La novità che si vorrebbe introdurre, da parte di alcuni, è quella dell’automatica applicazione di una sanzione economica, in sostituzione della reintegrazione: soluzione che avrebbe il vantaggio – per il datore di lavoro – di poter preventivare in linea di massima i costi della riduzione di personale, senza il rischio che le lungaggini di un processo gonfino in maniera esorbitante il costo di una scelta sbagliata. Essa, tuttavia, inevitabilmente comporta un’equiparazione tra i licenziamenti giustificati e quelli ingiustificati, tramutandosi per entrambi, nella sostanza, in un allungamento dell’indennità sostitutiva del preavviso. Per questo l’ipotesi trova voci di dissenso persino nel fronte imprenditoriale, laddove si evidenzia che, in una situazione di crisi, aumenterebbero i costi, rispetto all’attuale normativa, anche per i licenziamenti giustificati. Anche qui però vale quanto detto per i licenziamenti disciplinari: prevedere la sola sanzione economica in luogo della reintegrazione lascia spazio a facili abusi, potendosi “battezzare” come licenziamenti economici anche quelli che trovano invece le loro ragioni altrove. Consentendo invece al giudice di verificare la genuinità della motivazione economica addotta (senza ovviamente entrare nel merito della scelta imprenditoriale, come peraltro è già oggi), l’accertamento della insussistenza di valide ragioni “economiche” trasformerebbe il licenziamento in qualcosa di diverso, che non si vede perché non debba essere sanzionato con la reintegrazione. E’ quindi assolutamente indispensabile che intervenendo – come ormai pare inevitabile – su questa fattispecie, il legislatore non sottragga al giudice la possibilità di esaminare la legittimità dell’atto del datore applicando, se necessario, l’articolo 18. * Avvocato del lavoro

venerdì 2 marzo 2012

IL DEBITO, QUESTO SCONOSCIUTO !?


Il peso del debito è utilizzato in tutti i paesi per
giustificare feroci politiche di austerità: riduzione delle
spese sociali, riduzione delle pensioni e degli stipendi
pubblici, aumento della flessibilità del lavoro,
privatizzazione di settori come l’acqua, l’energia, i
trasporti, la salute e la scuola, riduzione delle sovvenzioni
ai ceti più disagiati, giro di vite su stipendi e salari.
E il governo Monti, in piena continuità col governo
precedente, è in prima fila nel praticare queste
politiche.
La povera Grecia è
stata presa come cavia per imporre un vero e proprio
massacro sociale e la perdita della stessa democrazia e
sovranità; la finalità è di salvare le banche e i loro profitti.
Si afferma una Europa ingiusta, quella dei padroni e delle
crescenti disuguaglianze.
Non possiamo accettarlo. Non dobbiamo lasciare il nostro
futuro nella mani di una nuova aristocrazia (la cosiddetta
debitocrazia) avida e sfruttatrice. Il debito illegittimo non
deve essere pagato.
Vogliamo invece costruire una alternativa: un’Europa
solidale, di diritti per lavoratrici e lavoratori, di giustizia
sociale.
Per discutere di questi temi a partire dal libro
“Debitocrazia” delle Edizioni Alegre
Assemblea pubblica
Martedì 6 marzo ore 21
Sala della circoscrizione di corso Belgio n. 91
con
Alessandra Algostino
docente di diritto costituzionale Università di Torino
Pietro Passarino del Comitato No debito
Roberto Firenze di Sinistra Critica