giovedì 17 luglio 2008

Chi condanna e chi si accontenta

Se la destra esulta, a partire dall'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, a sinistra e tra le associazioni le opinioni sull'esito di Bolzaneto non sono concordanti. C'è chi pensa che si tratti di una sentenza che non fa giustizia e chi invece sostiene che un risultato è stato ottenuto, e se non si è fatto di meglio è perché nel nostro ordinamento penale non esiste il reato di tortura. E' il caso di Amnesty international, che attribuisce alle carenze del codice penale la mitezza delle pene. Ed è il caso di Giuliano Giuliani, per il quale «è la prima volta nella storia di questa nostra povera repubblica che un gruppo dirigente di medio livello delle forze dell'ordine viene condannato per un comportamento che nulla ha a che vedere con i compiti d'istituto». Di tutt'altro avviso l'ex segretario del Prc Franco Giordano, che se la prende con l'ex ministro Antonio Di Pietro che nella passata legislatura ha ostacolato in ogni modo l'istituzione di una commissione d'inchiesta. Di «una sentenza contraddittoria, che non fa giustizia» parla il presidente dell'Arci, Paolo Beni, per il quale «ci saremmo aspettati che il ruolo di pubblici ufficiali degli imputati venisse considerata un'aggravante tale da giustificare una maggiore severità». Anche Beni mette però in luce come la sentenza «faccia comunque luce su un pezzetto di verità», riconoscendo come reati alcuni comportamenti delle forze dell'ordine e riconducendone la responsabilità anche su chi politicamente le dirigeva. Man mano che si va verso sinistra, le posizioni si fanno più intransigenti. E così il leader del Partito comunista dei lavoratori Marco Ferrando parla di uno «Stato che assolve la propria criminalità» e Gigi Malabarba di Sinistra critica chiede di accertare le «responsabilità politiche». Di sentenza «assurda e vergognosa» parla Pino Sgobio del Pdci, mentre per il verde Paolo Cento si tratta di una «verità dimezzata». Nelle fila del Pd parla invece Giovanna Melandri («attendiamo di leggere la motivazioni della sentenza, tuttavia possiamo affermare che si è cominciato, anche se un pò troppo timidamente, a far luce e ad intervenire su quanto è avvenuto a Genova»).

Dal Manifesto del 16 luglio 2008

«Lì scoprii la banalità del male»

Luca Arrigoni fu uno dei primi a denunciare le torture nella caserma. Ora si racconta
Le violenze gratuite, gli inni fascisti e oggi l'impunità. «Era assurdo sperare»
Alessandra Fava
GENOVA

Nell'unico sopralluogo fatto dai magistrati genovesi alla caserma di Bolzaneto l'8 agosto 2001 c'erano tre savonesi, tra i primi a denunciare gli spruzzi col gas urticante alle finestre, le botte e gli inni fascisti e far aprire un fascicolo in procura. Il sopralluogo fu fissato il giorno successivo alle dimissioni imposte dall'allora ministro Claudio Scajola ad Ansoino Andreassi, Arnaldo La Barbera e il questore genovese Francesco Colucci. Agli occhi degli avvocati che assistevano i pestati la visita a Bolzaneto sarebbe stato un punto fermo per le indagini che s'arricchivano giorno dopo giorno delle prime denunce che arrivavano per telefono, perché gli stranieri usciti dagli ospedali o dalle carceri furono subito allontanati dal territorio italiano. L'edificio in cui erano state detenute e picchiate decine di persone era talmente piccolo che sembrava impossibile dire: non sapevo. Invece ci vollero più di tre anni per arrivare all'inizio del processo. Uno dei tre savonesi era Luca Arrigoni, ora 27enne, studente di scienze della comunicazione e lavoratore part-time in un negozio video.

Non erano passate neppure tre settimane. Che cosa ricordi?
Avevamo sporto denuncia, perciò ci avevano chiamato. Non avrei mai voluto tornare in quel posto. Mi metteva un'ansia tremenda. Era come aprire una scatola che volevo chiudere e invece tutto era chiarissimo, ci ricordavamo dove ci avevano visitato, dove ci identificavano, dove erano successe le violenze. La cosa più tremenda è stato ritrovare là anche uno di quelli che mi avevano portato nelle celle, uno con la mascella pronunciata che si occupava della spola e ci aveva letteralmente lanciato fuori dal pullman. Insomma due settimane dopo in servizio a Bolzaneto c'erano gli stessi, con lo stesso atteggiamento strafottente. Perciò all'angoscia si univa la paura. Ma il magistrato mi disse che non era il momento di procedere ai riconoscimenti. Tante malizie forse le ho capite già allora.

Come mai eri a Genova?
Avevo vent'anni, non ero particolarmente schierato anche se arrivo da una famiglia di sinistra ma moderata. Ero venuto a Genova per caso, per sfida contro i miei. Esperienza di manifestazioni zero. Era il sabato del G8, siamo andati a Boccadasse e ci siamo uniti al corteo. Quando siamo arrivati a piazzale Kennedy c'è stata una carica, abbiamo cercato di fuggire e una genovese ci ha aperto un garage. E' stato là che la finanza e la polizia ci ha arrestato, messo in ginocchio per la strada e ritirato i documenti. Ma non ci perquisirono e io che avevo ancora il cellulare riuscii a chiamare mia madre e dirle che stavo bene, ero in arresto ma non avevo fatto niente. Per questo lei poi attraverso delle conoscenze seppe che ci avevano portato a Bolzaneto e venne fuori della caserma nella notte. Due poliziotti le dissero che era tutto a posto, che era già passato il carrello delle vivande e di star tranquilla perché avevamo anche le coperte e lei tornò a casa.

Che cosa è cambiato da allora?
Ho cambiato idea sullo stato e i suoi apparati. Mi sono chiesto che cosa poteva essere calcolato, previsto. Ho aperto gli occhi su tante questioni. Intanto prima del G8 studiavo ingegneria e pensavo di entrare nell'esercito. Dopo, sono passato a scienze della comunicazione e forse anche grazie ai miei studi ho trovato la ragione storica di quello che mi era successo e seguendo il processo sui giornali e in aula ho capito che ogni sforzo era teso a non delegittimare lo stato. In qualche modo la sentenza dell'altro ieri è consequenziale a questo. Insomma è stata una delle questioni centrali della mia vita per tanto tempo.

Come ne sei uscito?
Grazie agli amici. Anche quello che era con me a Bolzaneto. Così ho superato le violenze fisiche perché nella caserma ho preso anche un calcio fortissimo nel coccige, che mi sono fatto operare tre anni dopo. Mentre per rimettermi in sesto dal punto di vista psicologico è stata più lunga, forse ne sono uscito solo da pochi anni. Allora mi sentivo una bestia dentro che mi mangiava di continuo. Non ho voluto chiudermi in un centro sociale, non ho voluto frequentare solo gente che potesse comprendere. Ho continuato a parlarne con tutti, ma la reazione della persona media era di trattare il fatto come una disattenzione, un incidente, mentre penso che Bolzaneto sia uno dei fatti più gravi degli ultimi anni, anche se tutta la storia italiana è piena di macchie. O forse c'è da pensare che si vive meglio nell'ignoranza, nell'ignorare di essere ignoranti. In effetti prima ero più spensierato e meno consapevole, anche se, tornassi indietro, scapperei a Genova di nuovo. Siccome poi nella vita ci sono sempre dei paradossi, uno dei miei migliori amici era entrato in polizia mentre io uscivo dalla prigione di Alessandria.

Che cosa pensi della sentenza di primo grado?
C'è un clima di tensione in questo paese che pochi percepiscono. Speravo che la sentenza facesse un passo verso la giustizia. Eppure se guardo il governo, guardo la crisi, mi rendo conto che era assurdo sperare. La battaglia si gioca sull'autorità. Vedi, quello che mi ha ferito di più è la facilità con cui venivano commesse delle cattiveria. Atti di violenza gratuita a persone inermi. A vent'anni scoprire un lato dell'essere umano che ignoravo è stato allucinante. E se poi queste violenze arrivano da un mio coetaneo, riesco a capacitarmene ancora meno. Ho visto bruciare le sigarette sul corpo di qualcuno, buttare il gas lacrimogeno alle finestre, ho sentito gli inni fascisti e gli sfottò contro gli arrestati. Direi, un quadro che diventa tipicamente italiano.

Dal manifesto del 16 luglio 2008

mercoledì 16 luglio 2008

Sinistra Critica aderisce allo sciopero del 17 ottobre promosso dai sindacati di base

Sinistra Critica aderisce all'appello per lo sciopero generale del 17 ottobre , condividendone pienamente la piattaforma scaturita dall'assemblea unitaria di Milano del 17 maggio scorso, e si adopererà per la massima riuscita della mobilitazione. In particolare, attraverso la campagna per la Legge popolare sul salario, che ha già avuto centinaia di adesioni di dirigenti e delegati delle forze sindacali non concertative, intendiamo contribuire alla crescita di un forte movimento e di una rinnovata coscienza di classe tra i lavoratori e le lavoratrici, nativi e migranti, consapevoli che solo con la lotta è possibile strappare risultati al governo e al padronato.

Per leggere la piattaforma e aderire alla mobilitazione: http://www.scioperogenerale2008.org/

La delusione in aula: «Una presa in giro»

La rabbia dei giovani picchiati
Alessandra Fava
GENOVA

Alla lettura del dispositivo è venuto con madre, padre e fidanzata. Luca Arrigoni, 27 anni, savonese, studente e commesso in un negozio video, dopo la lettura del dispositivo non si capacita: «E' uno schifo, voglio andarmene dall'Italia. E' la fine della pantomima che pensavo fosse questo processo. I responsabili pagano un prezzo irrisorio. E' un messaggio anche a chi non c'era: la prossima volta sapranno che potranno agire impunemente». Sua madre accanto è ancora più arrabbiata: «Una presa in giro. Mio figlio nel 2004 ha dovuto essere operato per un calcio nel sedere ricevuto a Bolzaneto. Questa è la giustizia italiana».
Se l'avvocato Vincenzo Galasso parla di «pena molto mite», Vittorio Agnoletto allora portavoce del Genoa Social Forum sostiene che «è positivo il riconoscimento dei reati e delle vittime attraverso i risarcimenti e il fatto che i ministeri siano chiamati in solido a rispondere e che le assoluzioni per insufficienza di prove riconoscono la gravità dei fatti anche se si tende a diminuire la portata delle responsabilità individuali».
Contenti sono gli avvocati dei 45 imputati tra poliziotti, penitenziaria, carabinieri dei quali solo 15 condannati. L'avvocato Giovanni Scopesi che difende Alessandro Perugini il massimo grado per la polizia a Bolzaneto, allora vice della Digos, dice che: «Il tribunale ha cassato tutte le tesi dell'accusa, condanna solo ai risarcimenti dei detenuti, risarcimenti che saranno comunque fatti dai ministeri e bisognerà vedere quando».
«Delusa», lo dice con rabbia e stupore, Arianna Subri, anche lei passata per la caserma, «mi aspettavo un sacco di condanne, forse ero troppo ottimista, mi sembrava che le cose fossero state ampiamente appurate».
Uno dei pm, Vittorio Ranieri Miniati che con Patrizia Petruziello ha fatto tutta l'indagine e la costruzione delle accuse, salendo le scale dell'aula bunker si chiede «come mai hanno cancellato il 323, l'abuso d'ufficio», anche se è soddisfatto delle condanne per abuso d'autorità, «sulle posizioni dei singoli mai fatte questioni», assicura anche se del fatto che si sia cancellato l'unico reato che non sarebbe finito in prescrizione nel gennaio del 2009, il falso ideologico (473) non vuole commentare.
Sono state lunghe per tutti le ore d'attesa. Alle cinque una piccola folla si era già riunita nella sala bunker del Tribunale. Un pubblico folto di genovesi rappresentanti di associazioni, ambientalisti, pacifisti, molti pezzi dell'allora Social Forum erano già in aula. «Di Bolzaneto non voglio parlare - mette le mani avanti Francesco, studente universitario - Penso che sia un processo troppo mediatizzato. Non avviene lo stesso nei cpt, nelle caserme o negli arresti e nessuno se ne occupa? chi ha preso le botte per strada magari poteva prevederlo ma chi è stato coinvolto alla Diaz si è trovato spiazzato come trovarsi un ladro in casa mentre dormi».
Siccome di giornali è un appassionato lettore pensa anche che sulla comunicazione si sia sbagliato e parecchio: «Certo se avessero fatto comunicati diversi sin dall'inizio i processi sarebbero stati meno politicizzati. Avremmo dovuto far capire alla gente che le cose sono andate veramente come le abbiamo descritte e non è la tesi di una banda di comunisti».
Se c'è emozione è certo tra gli avvocati delle parti civili, alcuni giovani. Elena Quartero che con l'avvocato Lerici assiste quattro francesi tra cui Valerie Vie (che in all'inizio del processo si chiedeva come infondere speranza ai suoi figli dopo le porcate viste nella caserma) commenta che «è il primo processo che porta la polizia italiana a giudizio».
«Non ho nessun fiducia spero solo che esca fuori chi ha dato gli ordini e chi comandava», è il commento di Norma Bertullacelli della rete per la globalizzazione dei diritti - in ogni caso archiviato il caso Giuliani penso che nessun processo sia sufficiente a ristabilire che cosa successe nel 2001. E paradossalmente si prospetta il G8 alla Maddalena finanziato nuovamente dal centro-sinistra». Sarà per questo che Norma veste una maglietta nera con «Genova 2001, niente da archiviare».

Dal Manifesto del 15 luglio 2008

Impunità per le torture

IL LODO BOLZANETO
Impunità per le torture
Su 46 imputati per gli abusi nella caserma genovese, 30 assolti. Gli altri condannati a pene lievi o lievissime. Il primo processo alle forze dell'ordine per i massacri del G8 si conclude con la vittoria dei torturatori
Sara Menafra
INVIATA A GENOVA

Scarnificata, privata dei particolari più raccapriccianti. La storia delle torture della caserma di Bolzaneto che nelle notti del G8 genovese coinvolsero quasi trecento persone (209 sono le parti civili che hanno partecipato al processo) emerge ripulita e stravolta dalla sentenza che ieri sera ha assolto la maggior parte degli imputati e condannato quindici persone su quarantasei ad un totale di ventiquattro anni di carcere, contro i 76 e quattro mesi chiesti dai pm Patrizia Petruziello e Ranieri Miniati.
E anche se i magistrati che hanno seguito l'inchiesta per sette anni si dicono «soddisfatti» perché «l'impianto accusatorio ha retto, nonostante alcune valutazioni differenti del tribunale», basta scorrere le condanne per capire che il collegio presieduto da Renato Delucchi ha creduto solo parzialmente alle accuse delle parti civili che in questi anni hanno ripercorso le notti di Bolzaneto cercando di ricordare volti e torture.
Assolti tutti i carabinieri, quelli che, dopo la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, erano stati dirottati a Bolzaneto ad occuparsi dell'«accoglienza» ai manifestanti arrestati e fermati . Via gli agenti della polizia penitenziaria Oronzo Doria, Ernesto Cimino e Bruno Pelliccia. E a casa anche i poliziotti che si occupavano dell'«ufficio matricole», gli unici per i quali i pm avessero chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche.
La condanna più grave, a cinque anni, contro i 5 anni 8 mesi e 5 giorni chiesti dalla procura, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, l'ispettore della polizia penitenziaria responsabile dell'intero «sito penitenziario». Quello che, secondo le testimonianze delle vittime, introdusse a Bolzaneto la «posizione del cigno» decidendo che la maggior parte dei detenuti dovessero attendere in piedi, faccia al muro con gambe divaricate e braccia alzate (la cosiddetta «posizione del cigno», appunto) per tutto il tempo della detenzione, fosse anche un giorno intero. Alfonso Sabella, coordinatore di tutte le attività dell'amministrazione penitenziaria durante il G8 (archiviato alla fine delle indagini preliminari), raccontò ai pm: «Gugliotta mi fece capire che la polizia di stato teneva gli arrestati in quel modo e dunque poteva essere visto come una sorta di delegittimazione operare una scelta differente».
Decisamente ridimensionata la posizione di Giacomo Toccafondi, il medico «in tuta mimetica», per il quale i pm avevano chiesto tre anni e mezzo di carcere e che è stato condannato a un anno e due mesi. Evidentemente - ma saranno le motivazioni a chiarire quale sia stata la ratio - i giudici non hanno creduto ai racconti delle tante vittime passate in infermeria, che hanno parlato delle minacce del medico, di come costringesse le ragazze a spogliarsi e girarsi e rigirarsi nude davanti a lui. O di come abbia ricucito senza anestesia la mano strappata di Giuseppe Azzolina.
Per quel taglio in due parti, che ha danneggiato in modo irreparabile il giovane genovese, il responsabile, Massimo Luigi Pigozzi, 44 anni, assistente capo di polizia ancora in servizio a Genova, è stato condannato a tre anni e due mesi. Una punizione a metà: la corte ha deciso che quel gesto, quello strappo, non era aggravato dall'aver agito con «crudeltà nei confronti della vittima». Anche lui, come tutti gli altri, potrà beneficiare di una rapida prescrizione, a gennaio del 2009.
Perché la beffa nella beffa, più crudele delle condanne fortemente ridimensionate, è proprio questa. L'incapacità della giustizia italiana di riconoscere che quel che accadde a Bolzaneto era tortura ha fatto in modo che i responsabili della caserma che accoglieva i detenuti fermati durante i cortei fossero accusati di abuso d'ufficio (art. 323 del codice penale, pena massima 3 anni), solo in alcuni casi di lesione personale (art. 582, 3 anni) o di falso (art. 479, 6 anni) perché nel nostro paese il reato di tortura non esiste. E non c'è norma che riconosca i calci, i pugni, l'attesa per ore in piedi, il passare tra due ali di agenti che picchiano, il dover cantare «Uno due tre, viva Pinochet» o «duce duce». E nei prossimi mesi prescrizione e indulto cancelleranno tutto il resto. Con l'incubo lasciato appena dietro l'angolo di un decreto «blocca processi» che poteva fermare persino questa sentenza.
Serve a poco pensare che i giudici abbiano riconosciuto anche le responsabilità dell'ex numero due della Digos genovese, Alessandro Perugini, vicequestore e dirigente più alto in grado presente a Bolzaneto, condannato a due anni e quattro mesi (invece di tre e mezzo) insieme ad Anna Poggi, vice di Canterini all'interno della struttura.
E le parole del pm Vittorio Ranieri Miniati, «nella sostanza l'accusa di abuso d'autorità (e dunque di tortura, ndr) è stato riconosciuta», lasciano l'amaro in bocca.

Dal manifesto del 15 luglio 2008

lunedì 14 luglio 2008

G8, BOLZANETO: SINISTRA CRITICA, E’ ORA DI METTERE SOTTO ACCUSA LA CATENA DI COMANDO

“Violenze e torture da parte di poliziotti e guardie a Bolzaneto sono avvenute, anche se la magistratura ha accertato solo specifici episodi: è vero che il reato di tortura non esiste in Italia, ma è un po' troppo poco dopo sette anni! Ora va messa sotto accusa l’intera catena di comando che ha pianificato e realizzato la repressione al G8 di Genova” dichiara Gigi Malabarba, già senatore di Sinistra Critica presente a Genova durante il G8 e testimone ai processi contro le forze dell’ordine.

“Le 15 flebili condanne di oggi andranno anche in prescrizione, ma le responsabilità politiche possono e devono essere individuate, perché i protagonisti, a partire dall’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, sono tuttora ai vertici delle istituzioni. Non esiste alcuna possibilità che le violenze poliziesche di piazza, che hanno portato all’uccisione di Carlo Giuliani e all’aggressione a migliaia di manifestanti, così come le torture e i pestaggi a Bolzaneto e alla scuola Diaz possano essere frutto di iniziative casuali e spontanee da parte di singoli” continua Malabarba. "E sulla notte cilena della Diaz, con tanto di prove false e depistaggi, non sarà così facile spargere assoluzioni a piene mani..."

“La mancata istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta anche da parte di un governo di centrosinistra, che pure l’aveva nel suo programma, pesa come un macigno sull’isolamento in cui la magistratura genovese è stata lasciata nella ricerca della verità e della giustizia sui fatti del G8. Il nuovo governo di centrodestra, dal canto suo, farebbe bene non solo a spostare dalla Maddalena, ma ad annullare il nuovo vertice previsto in Italia il prossimo anno” conclude l’esponente di Sinistra Critica.

giovedì 10 luglio 2008

Lettera di protesta al Manifesto

Caro Manifesto,
siamo un gruppo di lavoratori e lavoratrici, delegati e Rsu che hanno sottoscritto la lettera di sostegno da parte di Cremaschi, Leonardi e Tomaselli al progetto di Legge di iniziativa popolare sul Salario minimo intercategoriale proposto da Sinistra Critica. Si tratta della proposta di fissare per legge un Salario minimo a 1300 euro netti al mese, un Salario sociale e un Minimo previdenziale di 1000 euro. Ci sembra un'idea interessante nello scarno dibattito offerto dalla sinistra in questa fase e, al di là dell'organizzazione che l'ha proposta, appare un modo per riprendere l'iniziativa su questioni di contenuti e di "classe" e non solo sulle formule. Eppure, di questa proposta su "il manifesto" non abbiamo trovato granché. Con molta fatica, siamo riusciti a leggere dieci scarne righe, molto anonime, seminascoste nell'impaginazione di un giornale che in questi giorni ha dato ampissimo risalto a convegni di quella sinistra istituzionale in larga parte responsabile del disastro in cui ci troviamo. Libero "il manifesto" di sostenere chi vuole e di informare come vuole, ma a noi questa impostazione lascia perplessi perché ancora una volta esaurisce la discussione dentro luoghi tradizionali, con il solito personale, e tralascia gli spazi di novità per quanto piccoli e parziali possano essere. Davvero non riuscite a dare conto di questa complessità? Se davvero "il manifesto" vuole rappresentare tutti, come dice il vostro nuovo corso, dobbiamo ancora ricorrere a lettere come questa per attirare la vostra attenzione?

Con l'affetto di sempre

Daniele Bordo, Compagnia portuale "P.Chiesa" Genova
Nedo Pieri, Comune di Livorno
Antonello Tiddia, Carbosulcis
Pino La Robina, Kuehne Nagel Iveco Torino
Adriano Alessandria, Lear Torino
Enrico Baroni, Amsa Milano
Margherita Napoletano, osp. S.Raffaele Milano
Enzo Salvitti, az. Spec. Farmac Roma
Pietro Capodiferro, Meccanica Bassi Brescia
Donatella Benini, Invatec Brescia

Basta con salari e pensioni da fame!!! Firma la proposta di legge

laverasicurezza.jpg

Ci hanno imbrogliato per oltre 15 anni. Abolita la ‘scala mobile’ nel 1992 –l’unico strumento per difendere il potere d’acquisto- tutte le retribuzioni hanno perso mediamente 7.000 euro all’anno e ora il 20% di lavoratori e lavoratrici è sotto la soglia di povertà! Anche l’Istat ha riconosciuto che gli aumenti dei beni di maggior consumo sono da 3 a 5 volte più di quelli registrati.

Mentre i profitti di imprese, banche e assicurazioni hanno il tasso di incremento più alto d’Europa, i salari in Italia sono precipitati all’ultimo posto, anche con la complicità dei sindacati confederali che hanno contrattato al ribasso. Si è avuto un gigantesco spostamento di 120 miliardi di euro all’anno dai salari ai profitti e alle rendite (dati BRI, istituto dipendente dalla Banca centrale europea): per questo non si arriva a fine mese!!

Sinistra Critica avvia una campagna nazionale di raccolta-firme di massa per una Legge di iniziativa popolare , che sarà presentata in Parlamento, per:
* un Salario minimo intercategoriale di 1300 euro netti al mese

* un Salario sociale per tutti periodi di non lavoro e un Minimo previdenziale di 1000 euro

* la restituzione integrale del Fiscal drag : se ciò non avviene si attua un furto nelle buste paga, perché per effetto dell’aumento nominale dei salari (che non corrisponde al potere d’acquisto) si pagano più tasse di quanto dovuto dalla legge

* una nuova Scala mobile , nella forma del recupero automatico annuale del differenziale tra inflazione reale e inflazione programmata

I soldi ci sono, basta contenere i profitti, eliminando la riduzione del cuneo fiscale alle imprese deciso da Prodi (15 miliardi di euro in due anni!) e introducendo la tassazione al 20% delle rendite finanziarie per chi ha redditi superiori a 50.000 euro all’anno.

I nostri nemici non sono gli altri lavoratori – italiani o migranti che siano – ma i padroni che hanno fatto fortuna sia coi governi di centrodestra che di centrosinistra.

è questo il pacchetto sicurezza che ci vuole!
sicurezza di poter campare decentemente!!

Contattaci, aiutaci a raccogliere le firme, a costruire banchetti in ogni quartiere e azienda

I nostri no alla Tav in Val di Susa

A seguito degli ultimi accadimenti sulla questione Tav abbiamo deciso di uscire dalla maggioranza del Consiglio di comunità montana. L'Osservatorio si è ancora una volta rivelato, dopo l'utilizzo per il dossier di richiesta di finanziamenti europei, lo strumento per la prosecuzione dell'iter di realizzazione della nuova linea a alta velocità Torino-Lione, come da denunciato da noi, altri consiglieri e tanti valsusini. Altro che pareggio dichiarato!
Il 30 giugno scorso, la notizia di apertura di tv, radio, giornali, è stata: «raggiunto l'accordo per la realizzazione dell'alta velocità Torino-Lione», con particolare enfasi sull'assenso-consenso di tanti sindaci della Val di Susa. Siamo convinti, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che la linea coerentemente portata avanti da alcuni amministratori, nell'ultimo anno, sia stata ambigua e determinata da scelte maturate in stretti e limitati ambiti decisionali. Riteniamo che alcuni amministratori abbiano disatteso il proprio programma elettorale che ribadiva la contrarietà a ogni proposta di realizzazione di un nuovo tunnel e a ogni ipotesi progettuale relativa alla costruzione di una nuova linea ferroviaria nella Valle di Susa.
Il tempo, la storia, ripartirà noi tutti nelle caselle della coerenza, della ragione, della dignità, dell'ambiguità, della doppiezza, dell'opportunismo. «A ciascuno il suo» , affermava Sciascia. Pertanto in un contesto economico e ambientale del paese, che non è certo migliorato nell'ultimo periodo, si possono solo confermare le ragioni del No all'Alta Velocità ferroviaria e noi ribadiamo il nostro fermo No al tunnel di base e a nuove infrastrutture: per la loro inutilità di fronte alla riduzione dei traffici sulla direttrice ovest-est; per il crescente costo stimato, che non regge il confronto con quello sostenuto dagli altri paesi europei; per insostenibilità del territorio della valle a una massiccia cantierizzazione; per la fragilità del territorio già fortemente antropizzato(a rischio sorgenti idropotabili e irrigue, frane e smottamenti, interruzioni e turbativa delle falde anche del fondo vallivo); per la pericolosità derivanti dalla enorme movimentazione di materiale geologicamente intriso di uranio, radon e amianto. Tanto più che: l'attuale linea internazionale Torino-Modane non è satura e offre ampie potenzialità; il quadro economico nazionale e internazionale non ha prospettive rosee (vedi il petrolio); le tratte italiane iniziate, con ritardi di anni, sono da completare e hanno sforato ogni preventivo di spesa; i danni ambientali sono talmente ingenti da non poter essere, in alcuni casi, neppure quantificabili; la cantierizzazione ha spesso inferto ferite insanabili sul piano ambientale e sociale; nelle attività connesse con le grandi opere è stata più volte denunciata dalla magistratura una costante infiltrazione mafiosa.
Vediamo purtroppo che è cambiato l'approccio di molti colleghi amministratori e non ci riconosciamo in questo cambiamento dell'agire politico-amministrativo, e quindi per rispettare l'impegno assunto verso i nostri amministrati e la popolazione della Valle di Susa, che per anni hanno lottato e credono nelle ragioni del No Tav, riteniamo ormai superflue e inutili le programmate verifiche di maggioranza e comunichiamo, con decorrenza immediata, la nostra uscita dalla maggioranza del Consiglio di comunità montana.
* per il gruppo Indipendenti di centro-sinistra (Bussoleno)

Dal Manifesto del 9 luglio 2008

mercoledì 9 luglio 2008

La base Dal Molin va al referendum

Il consiglio comunale approva la proposta della giunta di centrosinistra. La parola ai cittadini, a ottobre
Il sindaco Variati (Pd) durissimo con Berlusconi, Prodi e il commissario di governo Costa
Orsola Casagrande
VICENZA

Alla fine è arrivato il sì che apre ufficialmente un conflitto istituzionale tra il comune di Vicenza e il governo. Che si somma alla sospensiva del Tar e all'opposizione frontale dei no Dal Molin, di fronte alle quali Berlusconi e il commissario straordinario Costa fanno la faccia dura. Il consiglio comunale di Vicenza ha approvato nella tarda serata di ieri, a larga maggioranza, un ordine del giorno contrario al progetto di realizzazione della nuova base militare americana all'aeroporto Dal Molin e congiuntamente la delibera che indice la consultazione popolare sulla destinazione d'uso della stessa area.
Il sindaco Achille Variati ha così fatto quello che aveva promesso di fare in campagna elettorale. E' stato proprio il primo cittadino ad aprire il consiglio ripercorrendo con parole anche molto dure la storia del Dal Molin fin qui. Ce l'ha con la vecchia giunta, Variati, ma anche con il governo Prodi. «Hanno risposto alle interrogazioni parlamentari dicendo che nulla sembrava essere definitivo. E' responsabile questo? - si è chiesto Variati - No, è irresponsabile. E' stato responsabile da parte di Prodi quello che io e altri abbiamo chiamato editto di Bucarest? E' responsabile approfittare di una visita all'estero dicendo la base si farà, quasi a esprimere una forza che quel governo non aveva?». E ancora, il sindaco si è chiesto se sia stato «responsabile da parte di quel governo non mandare mai a Vicenza nemmeno un sottosegretario dei tanti, non dico un ministro. A spiegare, a sentire una città che nel frattempo cominciava a muoversi. No, io dico, è stato irresponsabile». Il sindaco non ha risparmiato neppure Costa. «E' stato spedito un commissario di governo, l'onorevole Costa, al quale il governo Prodi non ha dato un potere di negoziato tra le parti dicendogli che l'obiettivo è realizzare al Dal Molin quello che il governo chiama allargamento della Ederle e che io chiamo, molto più propriamente, una nuova base. Non è stato responsabile. Il lavoro del commissario è stato quello di tentare di minimizzare gli impatti. La città chiede notizie che non vengono date, mai. Il dissenso, le manifestazioni, la grande manifestazione demonizzata equiparata a momento di violenza. Io c'ero, ho visto, so che gente c'era. Di Vicenza e non solo. Ma la Costituzione di fronte alle dichiarazioni dei ministri di allora non deve garantire anche il dissenso, o il dissenso va demonizzato?»
Variati ha quindi sottolineato di aver «cercato documenti anche sulle cosiddette compensazioni. Non c'è nessuna sicurezza su nulla. In questo pasticcio - ha detto ancora il sindaco - dove le vittime principali sono gli americani ai quali hanno detto tutti che va tutto bene e bene non va, e la nostra città. La responsabilità oggi è quella di non lasciare la città vittima, di non continuare in quella cappa di silenzio». Quindi Variati ha detto di aver parlato con «il governo che ha da salvaguardare una ragion di stato. Secondo me la ragion di stato deve sapersi coniugare con le ragioni della comunità. Sarebbe drammatico per la nostra libertà e democrazia se la ragion di stato fosse imposta con i manganelli». Il sindaco ha infine ricordato che «il consiglio di stato ha ritenuto di rinviare al 29 luglio pur con le pressioni che ritengo non siano state da poco. Credo che il pensiero della città si debba sentire, seppur in zona cesarini. Ecco, deriva da qui questa delibera».
L'opposizione di centrodestra ha chiesto di sospendere la seduta ritenendo illegittima la delibera. Ma la richiesta è stata respinta e il consiglio, a volte teso, è proseguito. Il sindaco ha anche ricordato di aver posto un quorum «che non era richiesto, ma è per me segno di responsabilità. So che qualcuno avrebbe preferito non ci fosse. Ma dobbiamo capire se la città interpellata sull'idea di avviare il procedimento di acquisizione dell'area riterrà di interessarsi o di disinteressarsi». Applausi da parte dei consiglieri di maggioranza, ripresi dal presidente del consiglio che ha ammonito i suoi colleghi a esprimere il loro consenso soltanto con il voto. Voto che è giunto a tarda sera, dopo un dibattito dai toni anche molto accesi da parte dell'opposizione che non ha lesinato accuse (ma sembravano più che altro attacchi di rabbia) al sindaco e alla giunta.
Fuori, in piazza dei Signori, centinaia di cittadini si sono ritrovati per assistere al consiglio, visto che in sala i posti erano limitati. Il presidio permanente no Dal Molin aveva allestito dei maxischermi per poter dare a tutti la possibilità di partecipare.

Dal Manifesto del 9 luglio 2008

Alla Fiat dopo due anni torna la cassa integrazione

A Torino si salva la linea della MiTo. Non si fermano Cassino e la Sevel
MARINA CASSI
TORINO
Torna la cassa integrazione alla Fiat. Dopo due anni dalla fine della crisi del 2002 il mercato dell’auto subisce i contraccolpi della difficile situazione economica internazionale e le Carrozzerie si fermano. A Mirafiori le settimane saranno tre - una a settembre, ottobre e novembre - e coinvolgeranno 3200 addetti, tutti, esclusi quelli della MiTo. Tre settimane anche a Termini Imerese. Quattro, invece, a Melfi che anticipa una settimana ad agosto e a Pomigliano che ne farà due a settembre, una a ottobre e una a novembre. Le settimane sono state «spalmate» in mesi diversi per non incidere sui ratei di tredicesima degli operai. Fermate di sette settimane anche per la Cnh di San Mauro vicino a Torino e di Imola.

E con la cassa tornano anche le diverse posizioni del sindacato. Dura la risposta della Fiom con il segretario Gianni Rinaldini che chiede «rapidamente» un incontro con l’ad Sergio Marchionne «sul piano industriale e sugli obiettivi della Fiat». Dice di voler capire «come si possa superare questa fase: se si tratta di un fatto congiunturale o se siamo di fronte a una crisi più strutturale perchè è evidente che il futuro dell’auto si gioca sull’innovazione dei motori».

Nessuna sorpresa, invece, per Eros Panicali della Uilm. Dice: «Era nell’aria, ma non è un problema specifico della Fiat». E anche Bruno Vitali della Fim non drammatizza, ma mette le mani avanti: «La cassa integrazione non deve influire sulla contrattazione aziendale dal momento che la Fiat ha registrato ottimi risultati di bilancio e Marchionne ha confermato quelli per il 2008». Giovanni Centrella della Ugl ritiene che «la situazione evidentemente è più seria di quanto percepito».

Per Roberto Di Maulo della Fismic «la cassa è una conseguenza di mercato, che però avrà la grave ripercussione di lasciare a casa migliaia di lavoratori precari oggi occupati» polemizza con gli altri sindacati. E lo fa sui 17 turni chiesti a Torino dalla Fiat Powertrain technologies sia per l’Iveco - dove già sono in corso - sia per le Meccaniche di Mirafiori a partire da fine agosto. Analizza: «I tempi della negoziazione in Italia sono troppo lunghi rispetto ai cicli economici. Il sindacato deve snellire le procedure burocratiche».

Ma l’ipotesi di arrivare a una trattativa complessiva sull’incentivo economico ai turnisti, da discutere a livello di segreterie nazionali, si sta complicando. La Fiom non ha mai condiviso questa impostazione. E Enzo Masini dice: «Non andremo il 17 luglio a un incontro se prima non ci saranno state le assemblee e se non ci sarà una posizione comune delle Rsu».

La Stampa web

lunedì 7 luglio 2008

Dichiarazione di Franco Turigliatto

L'8 luglio Sinistra Critica aderisce e partecipa anche a Torino alla manifestazione per la difesa dei diritti democratici e contro i provvedimenti liberticidi e anticostituzionali del governo di centro destra. Giudichiamo infatti la piattaforma politica dei promotori positiva anche se insufficiente.

Pensiamo infatti che per contrapporsi alle politiche del governo e per poterlo battere non basti l'antiberlusconismo "democratico" ma sia indispensabile un antiberlusconismo "sociale" centrato sulla difesa dei salari e dei diritti dei migranti, sull'opposizione alla manovra finanziaria e all'alleanza con Confindustria, sulla difesa ecologica dei territori contro le nuove grandi opere e il nucleare, sul rifiuto "senza se e senza ma" della guerra.

Saremo quindi in Piazza Castello, dalle ore 17.00, con le nostre bandiere e per raccogliere le firme sul progetto di Legge di iniziativa popolare per il Salario minimo a 1300 euro che Sinistra Critica ha già lanciato da una settimana e la cui raccolta firme prosegue con successo. Accanto alla Legge di iniziativa popolare raccoglieremo le firme anche sulla Petizione per i diritti dei migranti rivolta al Presidente della Repubblica e al Presidente del Senato.

Erre n.28 - La sinistra sinistrata

Erre n. 28

Erre n. 28 Maggio/Giugno 2008

Leggi il Sommario

Editoriale:
L'Italia dopo il voto di aprile (Salvatore Cannavò)

il Tema
Rimuoviamo le macerie e costruiamo l'opposizione (Tavola rotonda con Giorgio Cremaschi, Sergio Cararo e Flavia D'Angeli)
Di cosa parliamo quando parliamo di radicamento (Lidia Cirillo)
L'occasione mancata di Rifondazione (Cinzia Arruzza)
Voto operaio e flussi elettorali (Roberto Firenze)
La terza onda leghista (intervista a Roberto Biorcio)
Il voto a Roma (Fabrizio Burattini)

Osservatorio sud
'ndrangheta, capitale e potere politico (Gennaro Montuoro)

Il mondo
Attenti a Zapatero (Joan Guitar)

Le idee
A proposito di capitale e lavoro (Marco Bertorello)
Recensioni: L'amara morte di Pietro Tresso (Antonio Moscato)
Identità rancorose (Felice Mometti)
Lotta continua, storie di donne (Silvia Casilio)
Il noir secondo Casarini (Checchino Antonini)
Da Matrix a Marx: Ecco il nuovo cinema-inferno (Boris Sollazzo)

domenica 6 luglio 2008

«Tutti in piazza contro la Tav» E i valsusini bocciano l'«accordo»

ALTA VELOCITÀ Ieri sera a Bussoleno la prima discussione pubblica. Presenti solo i sindaci dissidenti
Elsa Camuffo
BUSSOLENO (VAL DI SUSA)

«Siamo tutti d'accordo?». Il titolo dell'assemblea di ieri sera a Bussoleno non poteva essere più eloquente. E la risposta alla domanda non si è fatta attendere: a centinaia sono arrivati nel piazzale dietro al centro polivalente di Bussoleno. Sono i valsusini arrabbiati che non ci stanno all'accordo, vero o presunto, raggiunto a conclusione dei lavori dell'osservatorio tecnico sulla Torino-Lyon. Vogliono dire la loro anche perché si sentono ingannati dai loro sindaci, quei sindaci di movimento che ormai raramente si fanno vedere in piazza. Un'assenza che tutti notano e sottolineano. «Non vogliono più il confronto pubblico», dice qualcuno ricordando che proprio in questo spazio nei momenti caldi della lotta contro il Tav la comunità si ritrovava unita a votare, a decidere insieme del futuro della valle. Oggi ci sono tantissimi cittadini, i comitati no Tav, i sindaci «dissidenti». Un migliaio di persone, giovani, vecchi, donne e lavoratori, per una assemblea che è ormai classica nella sua composizione per la val Susa.
Ha aperto l'assemblea Alberto Perino, per i comitati no Tav. «Stanno vendendo la pelle dell'orso - ha detto in maniera efficace e colorita - non solo prima di averlo ammazzato ma prima ancora di averlo trovato». Tra gli amministratori presenti Loredana Bellone, sindaco di San Didero, una dei quattro sindaci che non hanno partecipato ai lavori dell'osservatorio e che ha ribadito il suo impegno a fianco della gente della val Susa. Presenti anche gli altri tre sindaci dissidenti e vari amministratori. Assenti invece totalmente, ed è un'assenza pesante che segna una svolta in qualche modo in valle, i sindaci che hanno partecipato alle riunioni dell'Osservatorio.
In risposta alla presidente della provincia di Torino Mercedes Bresso e a quanti, nelle istituzioni, chiedono un referendum sull'alta velocità, ieri sera l'assemblea ha ribadito che il referendum è già stato fatto e lo dimostrano le 32mila firme raccolte in valle. Viene sottolineato da più interventi il poco rispetto dei cittadini, della loro volontà e in qualche modo di quello stesso metodo di democrazia dal basso che ha caratterizzato la lotta di questi anni.
Claudio Cancelli, ingegnere del Politecnico, ha rilevato come tra i quattro punti manchi l'opzione zero che invece era stata la conquista della valle nell'autunno caldo del 2005, vale a dire la possibilità di non realizzare affatto l'opera. Lele Rizzo dei comitati popolari no Tav ha ricordato l'appuntamento con il campeggio che si svolgerà dal 21 al 27 luglio e che sarà un ulteriore momento per discutere anche delle iniziative da intraprendere in autunno. Prima fra tutte una nuova manifestazione nazionale in valle, dove i comitati e i movimenti no Tav ribadiranno la convinzione di essere la maggioranza. «I sindaci - ha detto Rizzo - hanno scelto da che parte stare e hanno scelto di ingrassare la lobby del Tav».
L'assemblea ha registrato le comunicazioni di Rifondazione della val Susa e degli indipendenti di sinistra, che hanno confermato di voler uscire dalla giunta della comunità montana Bassa val Susa. «Vediamo purtroppo che è cambiato l'approccio di molti colleghi amministratori, riconoscendo un ruolo super partes al tavolo politico, con governi che vogliono comunque fare l'opera», hanno detto gli indipendenti di centrosinistra. «Per rispettare l'impegno assunto verso i nostri amministrati - hanno concluso - riteniamo ormai superflue e inutili le programmate verifiche di maggioranza e comunichiamo, con decorrenza immediata, la nostra uscita dalla maggioranza». Lo stesso ha fatto Rifondazione, che ha sottolineato come «la storia dei cedimenti è lunga e viene da un passato che avevamo deciso di superare, grazie soprattutto alle mobilitazioni che hanno avuto il punto più alto nella liberazione di Venaus del dicembre 2005».
Sono quattro i punti del presunto accordo sbandierato da Mario Virano, che proprio ieri è stato riconfermato a capo dell'Osservatorio. Il punto 1 è quello più importante per i sindaci perché sancisce che «la politica delle infrastrutture non è scindibile dalla politica dei trasporti e del territorio». Si parla dunque di prevedere un «miglior utilizzo per la linea storica Torino-Lyon sia per i passeggeri che per le merci». Il punto 2 stabilisce la necessità di una «regia unitaria». Mentre il punto 3 pone l'accento sulle «convergenze sulle fasi progettuali e le divergenze su quelle realizzative». Le due posizioni esplicitate sono quella che ritiene si debba «operare per lotti funzionali, affidandosi alla programmazione degli interventi e alla loro razionale attuazione secondo un quadro di riferimento». La seconda posizione invece «ritiene indispensabile sottoporre l'attivazione dei lotti per fasi successive a una verifica dell'effettivo conseguimento degli obiettivi della fase precedente». A questo orientamento si rifanno i sindaci. Al punto 4 i riferimenti per una progettazione ispirata dal territorio e rivolta all'Europa.
(hanno collaborato Gianluca Pittavino e Gabriele Proglio)

Dal Manifesto del 5 luglio 2008

La mozione finale del cordinamento nazionale di Sinistra Critica 5-6 Luglio

Un'alleanza politica e sociale contro Governo e Confindustria
Costruire Sinistra Critica per una nuova sinistra anticapitalista

La situazione politica italiana dopo le elezioni del 13 e 14 aprile mantiene ed aggrava la situazione di debolezza e di difficoltà del movimento operaio italiano e delle classi subalterne e richiede uno scatto nell’iniziativa della sinistra antagonista, dei movimenti, del sindacalismo di classe.

1. Il governo Berlusconi forte della sua maggioranza può permettersi di attivare una politica di offensiva capitalistica che si inscrive nel quadro più in generale delineato dall’Unione europea – vedi direttive su orario di lavoro e migranti – che trova consensi nel mondo dell’impnrenditoria proiettato a ridisegnare la contrattazione nazionale e che si avvale del supporto ideologico e materiale della Chiesa cattolica. Condizioni ultrafavorevoli che permettono al premier di lanciarsi in una guerra personale contro la magistratura italiana e spezzare una volta per tutte l’accerchiamento giudiziario attorno a Berlusconi. Un’attitudine che resta identica nella propensione del personaggio ma che, tuttavia, non costituisce l’elemento saliente del governo i cui atti più pericolosi e da avversare sono il “pacchetto sicurezza” la politica filo-padronale, la propensione alla guerra e alla militarizzazione del conflitto sociale.

2. Il governo Berlusconi presenta quindi elementi di continuità con le sue versioni precedenti ma anche elementi di innovazione importanti. La forza numerica, evidentemente, e il tentativo di utilizzarla per stabilizzare la destra, omogeneizzarla e quindi renderla più coesa e dunque pericolosa. In secondo luogo, il governo può utilizzare l’ampio lavoro di sminamento operato dal governo Prodi che ha aperto la strada alle più pericolose misure antisociali: dall’offensiva ideologica contro i Rom alla flessibilità del lavoro; dalla base di Vicenza alla Tav fino alla subordinazione al Vaticano. Terzo fattore di novità, il più importante: per la prima volta in Italia la destra non è solo al governo ma può ambire a conquistare un’egemonia culturale nella società italiana raccogliendo i frutti di uno slittamento conservatore maturato nel corso degli anni 90. Questa egemonia non è scontata anche perché richiede un personale e un apparato intellettuale che la destra non mostra ancora di avere. Ma il grado di consenso ai valori della destra (nazionalismo, xenofobia, liberismo) e al capitalismo in generale è oggi più forte che mai anche se esistono importanti contraddizioni ed elementi di controtendenza.

3. Chi appare senza fiato e senza prospettiva politica è l’opposizione del Pd che, non a caso, preferisce rifugiarsi nel governo “ombra”. Veltroni paga l’illusione del proprio progetto e più in generale del progetto che ha animato gli eredi del Pci dopo il suo scioglimento: gestire in prima persona il capitalismo italiano occupando tutto lo spazio a sinistra. Una contraddizione insanabile che ha portato il Pd, prima Ds, a regalare alle destre la forza che dieci-quindici anni fa non avevano, a snaturare la sinistra di classe coinvolgendo in questa deriva la stessa Rifondazione.

4. E’ dentro questa crisi che prende forza e fiato l’antiberlusconismo più tradizionale, più semplice e in fondo più innocuo, quello concentrato sulle vicende personali del presidente del Consiglio. L’Idv di Di Pietro si muove con naturalezza in questo ambito ma dimostra, allo stesso tempo, un’agilità e una determinazione che manca alle altre forze di opposizione. Ma come è stato già dimostrato, l’antiberlusconismo “democratico” – per quanto positivo - non è nulla senza una seria mobilitazione sui temi sociali. Per questo noi saremo in piazza l’8 luglio a Roma alla manifestazione promossa da Antonio Di Pietro, ma per raccogliere le firme in calce alla Legge popolare sul Salario minimo e alla Petizione per i diritti dei migranti.

5. Il Prc e le forze della Sinistra Arcobaleno, dal canto loro, non riescono a uscire dalla crisi che le ha viste protagoniste alle scorse elezioni, anzi si dibattono in una diatriba interna dalle dinamiche indecenti e dagli effetti esplosivi. Ma soprattutto non riescono a trarre le giuste conclusioni dall’esperienza attraversata rimanendo, il proprio orizzonte politico, tutto interno all’orizzonte dell’alleanza con il Pd e, quindi, della prospettiva di governo. Anche chi, apparentemente, oggi prende le distanze da questa linea non lo fa per un’elaborazione strategica e cerca di coprire le proprie contraddizioni dietro la battaglia identitaria che accomuna, sia pure in forme diverse, sia la linea Diliberto-Rizzo del congresso Pdci (con la dependance dell’Ernesto) che la mozione Ferrero-Grassi-Mantovani nel congresso di Rifondazione.

6. La crisi è profonda e non basterà l’ennesima “mossa del cavallo” per risolverla. Anzi, se un elemento positivo è riscontrabile nella fase attuale è proprio il fatto che è finito il tempo delle “mosse”. C’è un lavoro lungo davanti a noi, un lavoro che è fatto di recupero dell’egemonia culturale del movimento operaio ma, prima ancora, di ricostruzione di una soggettività del movimento stesso, un recupero della “classe per sé” che è sempre più flebile e che resta alla radice della crisi attuale. Per fare questo lavoro servono due linee direttrici fondamentali. Lavorare nei tempi giusti, senza forzature o illusioni a ricostruire una forza politica della sinistra di classe, radicata e di massa che sappia parlare al moderno proletariato e che sappia relazionarsi alle sue esigenze; costruire nell’immediato una “massa critica” necessaria a fronteggiare le destre e l’offensiva capitalistica attraverso un Fronte unitario, una stabile Alleanza sociale e politica, che non metta insieme solo pezzi di gruppi dirigenti ma riunisca, anche solo parzialmente, le migliori esperienze di lotta e le energie disponibile a un lavoro di opposizione.

7. I terreni per costruire questa Alleanza non mancano, come hanno dimostrato le esperienze, parziali, dei vari Patti: dall’opposizione alla guerra alla resistenza ecologista; dal “Pacchetto sicurezza” alle vertenze di lavoratori e lavoratrici; dal rifiuto dell’ingerenza vaticana alla battaglia per i diritti civili. Ma non si tratta solo di fare lotte parziali, manifestazioni, episodi di resistenza – tutti importanti e utili – quanto costruire un movimento più ampio, un’Alleanza stabile, appunto. L’organizzazione di una Mobilitazione nazionale dell’opposizione sociale è un primo obiettivo che proponiamo a tutte le forze antagoniste. Allo stesso tempo, un’alleanza sociale e politica si sostanzia anche di progetti concreti di lavoro che vivano quotidianamente sui territori o nei posti di lavoro e di studio. Un’organizzazione nazionale studentesca, una Rete permanente delle associazioni migranti e antirazziste, uno strumento di informazione e comunicazione effettivamente plurale sono solo alcuni degli esempi possibili.

8. Il terreno del movimento, del fronte unitario politico e sociale evidentemente non basta. Occorre costruire ex novo una sinistra di classe che innanzitutto sappia riprendere parola e che abbia la necessaria credibilità per farlo. I gruppi dirigenti della sinistra storica, tutti, compresi i dirigenti dei giornali e dei centri culturali, quella credibilità l’hanno persa. Occorre innanzitutto fare tesoro dell’esperienza che dice che non è possibile governare il sistema capitalista, che una simile strategia favorisce le destre e aiuta il padronato. E occorre cimentarsi sul terreno dei grandi riferimenti strategici. L’egemonia culturale e politica delle destre si batte sul terreno delle aspettative sociali, della società che intendiamo costruire. Una nuova sinistra di classe deve ridare senso e concretezza alla prospettiva dell’anticapitalismo, riconquistandone le ragioni direttamente nei luoghi del conflitto ma anche nei luoghi in cui si lavora, si studia, si vive.

9.Non ci sono oggi, nel breve termine, le condizioni per una ricomposizione politica che non sia politicista, identitaria o sradicata socialmente, tutti presupposti che vogliamo battere. La necessità di riaggregare una sinistra anticapitalista, radicata e di massa è quanto mai necessaria nella fase attuale e questa resta la nostra prospettiva di fondo. Per favorirla c’è oggi bisogno di concentrare risorse e attenzione sul rafforzamento e la costruzione di Sinistra Critica. Il risultato, per noi positivo, delle elezioni, la crescita del nostro Movimento politico, sono passaggi che riteniamo non finalizzati a se stessi o alla nostra crescita autoreferenziale ma presupposti per favorire l’affermazione di una nuova sinistra anticapitalista, radicata e di massa. Verso questo obiettivo ci possono essere tappe intermedie che prevedano alleanze stabili, soprattutto sul piano dell’incidenza sociale. Ma Sinistra Critica è oggi per noi uno strumento indispensabile che mettiamo a disposizione di quanti e quante non vogliono rassegnarsi alla faida interna alla sinistra, alla politica istituzionale o all’autoproclamazione di se stessi. Uno strumento in grado di favorire la nascita di una sinistra “nuova” che oggi non è visibile e per la quale dobbiamo lavorare attivamente.

10. Parte integrante di questo processo è la partecipazione alla costruzione della Conferenza Anticapitalistica Europea che ha visto un primo importante e riuscito appuntamento agli inizi di giugno a Parigi e che è incamminata a favorire la convergenza e l’azione comune fra forze di diversa provenienza ma animate da una prospettiva comune. Sinistra Critica si riconosce nei lavori e nell’agenda della Conferenza, compresa la necessità di dare vita a una lista comune alle prossime elezioni europee.

11. Dentro questo processo, Sinistra Critica lavorerà nei prossimi mesi alla Legge di iniziativa popolare per il Salario minimo intercatecategoriale. Una proposta di legge che mettiamo a disposizione di tutti coloro vogliano prendere parola nell’immediato contro il governo e Confindustria, vogliano agire concretamente anche per ottenere l’effetto simbolico della prima legge da sinistra nel Parlamento di Berlusconi. E per mobilitarsi nei luoghi di lavoro contro il nuovo razzismo firmando e facendo firmare la Petizione popolare per la difesa e l’estensione dei diritti del popolo migrante.

12. E’ in questi termini che intendiamo lavorare nel prossimo futuro e in particolare che intendiamo costruire la nostra, vera, prima Conferenza Nazionale che si svolgerà da ottobre a febbraio, accompagnata non solo da conferenze territoriali ma da vere e proprie conferenze tematiche sui principali ambiti del nostro lavoro politico.Una Conferenza per costruire Sinistra Critica, per dibattere con il resto della sinistra, per sperimentare forme più incisive sul piano dell’opposizione sociale e per mettere in agenda la scadenza delle elezioni europee che costituirà un banco di prova tanto importante quanto impegnativo.

Il mio nemico è il padrone, non chi lavora con me

Petizione alle Presidente del Senato della Repubblica

Siamo lavoratrici e lavoratori italiani e immigrati pienamente consapevoli che in Italia, più che in altri paesi, negli ultimi 15 anni gli stipendi e i salari sono diminuiti in modo drastico mentre i profitti e le rendite hanno avuto incrementi colossali.

Secondo un recente studio della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali, organismo che riunisce 55 banche centrali a livello mondiale), lo spostamento dai salari verso i profitti è quantificabile in oltre 8 punti percentuali di Prodotto interno lordo. I padroni hanno cioè rapinato ai lavoratori dipendenti oltre 120 miliardi di euro l’anno: ogni lavoratore dipendente ha perso in media circa 7.000 euro ogni anno.

L’inflazione sta riprendendo a correre e i nostri salari sono destinati a diminuire sempre più potere d’acquisto: è un fenomeno che va avanti dagli anni 90, purtroppo con la complicità di politiche sindacali concertative.

I risultati sul piano sociale sono evidenziati da tutte le indagini e statistiche: risulta da recenti dati ISTAT che una persona su 16 non può permettersi un’alimentazione adeguata, che il reddito mensile di una famiglia su sei non è sufficiente a soddisfare bisogni primari nell’ultima settimana del mese, che una persona su dieci non può permettersi le spese per il riscaldamento.

Ancora peggio è diventata la situazione per quanto riguarda la sicurezza sul posto di lavoro. L’aumento delle ore di lavoro (permesse da legislazioni sempre più disinvolte e praticate da chi necessita di qualche soldo in più) ha peggiorato drammaticamente la situazione. Devastante è stata soprattutto la piena subalternità del potere legislativo alla filosofia delle imprese che puntano a far profitto non sull’innovazione tecnologica ma aumentando lo sfruttamento di chi lavora (italiani, immigrati regolari, immigrati clandestini: non fa differenza anche se i più colpiti dal “massacro” da lavoro sono ovviamente i meno tutelati). I dati sono paragonabili a quelli di una guerra: secondo i dati pubblicati da Eurostat ogni anno 5.700 persone muoiono nell'Unione europea a causa di incidenti sul lavoro: una ogni tre minuti!).

Nonostante questa situazione, i governi europei, quello italiano in prima fila, si rendono responsabili di politiche economiche e sociali devastanti per tutti: si continuano infatti a tagliare risorse destinate alla scuola, alla sanità, ai trasporti pubblici,in generale allo stato sociale a fronte dell’aumento della spesa militare e di privatizzazioni disastrose. Invece di cambiare queste politiche e di migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini questi governi scelgono , strategicamente, di dividere le lavoratrici e i lavoratori.

Infatti noi sappiamo che le leggi xenofobe e razziste proposte in questi mesi in Italia, avvallate da, altrettanto ripugnanti, direttive europee, sebbene ingiuste e persecutorie nei confronti dei migranti, hanno come scopo principale quello di indebolire ulteriormente tutte le donne e tutti gli uomini che lavorano.

Sappiamo che le classi dominanti in Italia producono leggi che “criminalizzano” il clandestino per distogliere l’attenzione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani dai problemi reali.

Sappiamo che dal punto di vista del potere, e dell’accumulazione di capitali, le politiche riguardanti l’immigrazione finora hanno funzionato: una parte degli immigrati ha iniziato un percorso di integrazione e di accettazione del ruolo assegnatole di cittadino di serie B (che lavora, paga le tasse, usufruisce dei servizi ma sempre con qualche diritto in meno), un’altra parte produce ricchezza o servizi in assoluta condizione di sfruttamento dovuta alla propria condizione di “clandestino”.

I padroni, e chi fa le leggi per loro, sanno benissimo che non c’è stato di polizia o militarizzato che possa rendere inaccessibili le frontiere perchè le ragioni dell’immigrazioni hanno radici profonde nell’economia locale e globale.

E quindi ogni proposta di criminalizzare la clandestinità o di rendere più difficili le condizioni di vita dei migranti non ha come obiettivo quello di eliminare la clandestinità (che anzi viene ritenuta funzionale nell’arretrata economia italiana). La criminalizzazione del clandestino ha lo scopo principale di offrire, al disorientato lavoratore italiano, un falso nemico, un vero e proprio “capro espiatorio”.

In questo clima xenofobo e pericoloso, è importante ricordare che gli immigrati regolari e non, costituiscono una risorsa per il nostro paese e in generale per l’Europa.

Gli immigrati regolari con il loro lavoro e i loro contributi salvano il nostro paese dalla crisi demografica. Vogliamo inoltre ricordare, a chi non sa o finge di non sapere, che gli immigrati “irregolari” e “clandestini” sono per la maggior parte lavoratrici e lavoratori senza diritti: lavorano nelle nostre case, nei cantieri, nelle piccole e grandi aziende, nelle campagne del Mezzogiorno.

La clandestinità non è una scelta,ma la conseguenza delle politiche del nostro paese e dell’Europa intera.

Noi sappiamo che chi ci ruba il salario e la vita sul lavoro non è chi lavora con noi, non è chi ha gli stessi nostri problemi ad arrivare a fine mese, a pagare l’affitto o il mutuo, a mandare i figli a scuola.

Sappiamo che chi ci sfrutta è lo stesso che sostiene politiche imperialiste basate sulla guerra permanente per depredare le risorse del modo.

Sappiamo che tutte le leggi che discriminano lavoratori e lavoratrici come noi, ci indeboliscono.

Per questo siamo contrari alle proposte del governo che colpiscono i migranti.

Siamo contrari ad una legge che introduca il reato di clandestinità (non può essere reato una infrazione amministrativa)

Siamo contrari ad una legge che preveda pene diverse per uno stesso reato (una tale norma distruggerebbe alla base il principio che la “legge è uguale per tutti”).

Siamo contrari ad una legge che preveda una detenzione amministrativa nei CPT di 18 mesi (riteniamo aberrante che una donna od un uomo sia privato della libertà solo perché privo di un foglio di carta.)

Ma non vogliamo solo esprimere la nostra contrarietà a leggi liberticide, vogliamo, con questa nostra petizione, ridare forza e centralità al movimento dei lavoratori, in un mondo che, per noi continua ad essere diviso tra chi sfrutta (e si arricchisce sulle disgrazie degli altri) e chi deve lavorare per vivere (anche emigrando).

Vi chiediamo pertanto di sostenere, firmando la petizione, i seguenti obiettivi

  1. una "sanatoria" per le centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio nazionale costretti a subire le ipocrite e vessatorie procedure dei decreti flussi. Non ci devono più essere leggi sull’immigrazione che negano i diritti e favoriscono la clandestinità

  1. di scindere il permesso di soggiorno dal contratto di lavoro, liberando i lavoratori migranti da un pesante ricatto che riduce la loro possibilità di difendere le proprie ragioni sul posto di lavoro aumentandone lo sfruttamento

  1. forme di regolarizzazione permanente, in grado cioè di liberare i lavoratori e le lavoratrici senza permesso dallo sfruttamento e dalle aggressioni della malavita organizzata; i Centri di Permanenza Temporanei, e strutture simili, devono essere chiusi e sostituiti da luoghi di accoglienza che permettano il diritto alla libera circolazione

  1. una cittadinanza di residenza - dopo un anno - che permetta il diritto di voto, perché chi produce ricchezza con il proprio lavoro e usufruisce dei servizi che contribuisce a sostenere pagando le tasse, deve poter contare anche in questo modo nella società.

  1. di abolire le discriminazioni sul salario, il reddito e sulla sicurezza sul lavoro a cui sono soggetti i lavoratori e le lavoratrici migranti

La nostra petizione non parte da pur nobili motivazioni solidaristiche o genericamente umanitarie, ma dalla piena consapevolezza che senza ricomposizione di classe tra lavoratori italiani e stranieri, tutti i lavoratori sono destinati alla sconfitta.

Lottare contro le leggi xenofobe e razziste significa battersi a difesa dei salari, dei servizi, del diritto alla salute e allo studio, della sicurezza di tutte e tutti.

LA VERA SICUREZZA E' ARRIVARE A FINE MESE !

Lettera di protesta al Manifesto

Non solo congressi

Caro manifesto, siamo un gruppo di lavoratori e lavoratrici, delegati e Rsu che hanno sottoscritto la lettera di sostegno da parte di Cremaschi, Leonardi e Tomaselli al progetto di Legge di iniziativa popolare sul Salario minimo intercategoriale proposto da Sinistra critica. Si tratta della proposta di fissare per legge un Salario minimo a 1.300 euro netti al mese, un Salario sociale e un Minimo previdenziale di 1.000 euro. Ci sembra un'idea interessante nello scarno dibattito offerto dalla sinistra in questa fase e, al di là dell'organizzazione che l'ha proposta, appare un modo per riprendere l'iniziativa su questioni di contenuti e di «classe» e non solo sulle formule. Eppure, di questa proposta sul manifesto non abbiamo trovato granché. Con molta fatica, siamo riusciti a leggere dieci scarne righe, molto anonime, seminascoste nell'impaginazione di un giornale che in questi giorni ha dato amplissimo risalto a convegni di quella sinistra istituzionale in larga parte responsabile del disastro in cui ci troviamo . Libero il manifesto di sostenere chi vuole e di informare come vuole, ma a noi questa impostazione lascia perplessi perché ancora una volta esaurisce la discussione dentro luoghi tradizionali, con il solito personale, e tralascia gli spazi di novità per quanto piccoli e parziali possano essere. Davvero non riuscite a dare conto di questa complessità? Se davvero il manifesto vuole rappresentare tutti, come dice il vostro nuovo corso, dobbiamo ancora ricorrere a lettere come questa per attirare la vostra attenzione?
Con l'affetto di sempre.


Firmatari:Daniele Bordo, compagnia portuale «P.Chiesa» Genova; Nedo Pieri, comune di Livorno; Antonello Tiddia, Carbosulcis; Pino La Robina, Kuehne Nagel Iveco Torino; Adriano Alessandria, Lear Torino; Enrico Baroni, Amsa Milano; Margherita Napoletano, osp. S. Raffaele Milano; Enzo Salvitti, az. spec. Farmac Roma; Pietro Capodiferro, Meccanica Bassi Brescia; Donatella Benini, Invatec Brescia

martedì 1 luglio 2008

La vera sicurezza è arrivare a fine mese!

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NELLA PRIMA GIORNATA RACCOLTE GIA' 2000 FIRME!
Comunicato stampa di Sinistra Critica

D'Angeli: "La sinistra deve riprendere parola e parlare un linguaggio di classe"
Turigliatto: "Sarà la prima legge di sinistra nel Parlamento di Berlusconi"

E' cominciata oggi con banchetti in tutte le città la campagna di raccolta firme per una Legge di iniziativa popolare finalizzata all'introduzione del Salario minimo intercategoriale (Smic) a 1300 euro netti e del Salario sociale a 1000 euro per disoccupati e pensionati. L'iniziativa promossa da Sinistra Critica, ma che ha già visto il sostegno di Giorgio Cremaschi, della Fiom-Cgil, Paolo Leonardi, Rdb-Cub, e Fabrizio Tommaselli del Sdl oltre a un centinaio di Rsu e delegati sindacali, si è snodata in diverse città italiane e davanti ad alcuni importanti luoghi di lavoro.
Flavia D'Angeli, portavoce nazionale di Sinistra Critica, ha raccolto le firme davanti all'Atesia di Roma, il call center più grande d'Italia. Molto buona l'accoglienza dei lavoratori e delle lavoratrici. "La sinistra sembra essere muta e sepolta sotto la sconfitta - ha dichiarato - noi vogliamo che prenda parola e parli il linguaggio degli interessi di classe, unico modo anche per respingere la demagogia razzista delle destre. Oggi l'emergenza è quella salariale e la vera sicurezza è arrivare alla fine del mese; altro che impronte ai bambini Rom o emergenza immigrati".
Alla Fiat di Mirafiori è stato presente invece Franco Turigliatto, ex senatore di Sinistra Critica che ha spiegato come questa iniziativa rappresenti "l'occasione per portare nel Parlamento di Berlusconi, dal quale la sinistra è stata estromessa, una legge che si faccia carico dei bisogni dei lavoratori". Altri banchetti di oggi si sono tenuti alla Fincantieri di Marghera, alla Piaggio di Pontedera, all'Inps di Milano, dove era presente Gigi Malabarba, estensore della proposta di legge e già senatore di Sinistra Critica. L'iniziativa continuerà per tutta l'estate e si svilupperà anche durante l'autunno.
Prendi contatto con le sedi di Sinistra Critica, aiutaci a organizzare la campagna

Insieme alla Legge popolare raccoglieremo le firme anche su una PETIZIONE MIGRANTI
‘il mio nemico è il padrone, non chi lavora con me’

Sulla Tav accordo a perdere, noi stiamo coi comitati

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Dichiarazione di Franco Turigliatto

L'accordo fuoriuscito dall'Osservatorio è l'ennesimo accordo a perdere sulle spalle dei cittadini della Val di Susa e le proteste dei Comitati sono sarosante: noi ci schieriamo con loro. Lo scopo dell'Osservatorio era quello di creare le condizioni per una vera e propria concertazione poltica con gli amministratori della valle, di "incastrarli" in un gioco di trattativa e di mediazione e per questa via di separarli dalle dinamiche e dalle volontà politiche del movimento. Fa bene quindi il Coordinamento dei Comitati NO TAV Val di Susa, Val Sangone, Torino e Cintura a ribadire la netta contrarietà ad ogni ipotesi di accordo sulla realizzazione della Torino-Lione, qualsiasi sia il nome, le "suggestioni" ad essa collegate o il proponente. Colpisce, ma non stupisce, come vari esponenti della Sinistra Arcobaleno abbiano coperto l'operazione dell'Osservatorio e oggi siano di fatto complici di un accordo che danneggia la popolazione della Valle.
Sinistra Critica parteciperà alla mobilitazione nelle forme che liberamente i Comitati e il loro Coordinamento decideranno di darsi.